La geopolitica della corsa allo spazio
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Da quando nel novembre del 2020 il premier Abiy Ahmed ha inviato l’esercito federale nel Tigrai per schiacciare la leadership locale, si è aperto un nuovo fronte umanitario in Africa che sta coinvolgendo migliaia di civili. Molti di loro sono cristiani e costretti a fuggire in Sudan, Paese a maggioranza musulmana, con gravi difficoltà all’interno. Tutto questo potrebbe incidere sui prossimi flussi migratori verso l’Europa.

La guerra nel Tigrai in nome dell’unità nazionale

Dal giorno dell’insediamento, nel 2018, il premier dell’Etiopia Abiy Ahmed ha fatto dell’unità nazionale il principio fondamentale della sua azione politica. Per raggiungere tale obiettivo ha ritenuto necessario porre fine al sistema costituzionale basato sul federalismo etnico, ritenuto un problema e un ostacolo alla formazione di uno Stato centralizzato. Quest’ultimo, secondo il premier Ahmed, dovrebbe  incentrarsi  sul riconoscimento della lingua ufficiale amarica e sulla religione cristiano-ortodossa. Una sorta di “Etiopianismo”, come ha scritto Alessandro Lutman su InsideOver, che crea le basi per unire il popolo e porre fine quelle differenze che dividono gli Stati. Una linea non condivisa però dal Tigray. Qui il Fronte dei Liberazione del Tigrai (Tplf) unitamente ad altri gruppi federalisti, si sono opposti sin da subito  per tutelare l’attuale modello statale.

Forte dell’appoggio politico e militare interno, nel novembre del 2020 Abiy Ahmed ha deciso di inviare l’esercito federale nel Tigray per farlo desistere. Con l’ingresso nel capoluogo Macallè, avvenuto pochi giorni dopo, il premier etiope ha annunciato la conclusione delle operazioni militari ritenendo raggiunto l’obiettivo. Di fatto la guerriglia non è mai finita. A confermarlo su InsideOver padre Giulio Albanese, missionario ed esperto di Africa per l’Osservatore Romano: “La guerra in realtà – dichiara l’africanista – va avanti ad oltranza. I tigrini provano a resistere all’esercito etiope”.

Quali sono le conseguenze?

La guerriglia dunque continua ancora e questo di certo non fa bene ad un Paese già martoriato da altri problemi. A piangere le conseguenze di un’azione bellica sono in primis i civili che vedono sconvolta la propria quotidianità in nome di un ideale che perde quasi significato di fronte alle vittime della crisi umanitaria. “La situazione nel Tigray è estremamente grave”: a confermare con queste parole quello che sta avvenendo nel Corno d’Africa, è stato l’alto commissario dell’Unhcr Filippo Grandi dopo una visita effettuata lo scorso 1 febbraio nella Capitale etiope Addis Abbeba. Gli effetti della guerra hanno causato gravi danni per i quali è necessario intervenire subito. “Le persone – dichiara Filippo Grandi – hanno bisogno di tutte le possibili forme di sostegno come prodotti alimentari, prodotti non alimentari, medicine, acqua pulita, riparo”.

A tutto ciò si aggiunge il fatto che ci sono migliaia di sfollati e sono venuti meno anche numerosi servizi: “La chiusura del sistema bancario – ha proseguito l’alto commissario dell’Unhcr – del sistema di telecomunicazioni, ha acuito il disagio di queste persone. Il ripristino dei servizi è una priorità molto grande”. In alcune zone inoltre vengono perpetrate violenze da vari elementi armati e milizie, ma anche da parte di comuni elementi criminali. Non si contano più i saccheggi, le violenze e gli stupri. La situazione è arrivata al limite del possibile inducendo i tigrini a mettersi in viaggio verso luoghi di “salvezza”.

L’esodo verso il Sudan

“Posso assicurare che in questo momento il Tigrai è un autentico inferno”. Pdre Giulio Albanese ha ben presente la situazione presente nella regione. La guerra ha inciso in un contesto già profondamente segnato: “Pensate – ha aggiunto al telefono – Che prima dell’intervento militare si erano avuti già gravi problemi per via dell’invasione delle locuste. Poi il Covid aveva già dato un primo colpo di grazia”. Emergenze su emergenze quindi, che hanno reso la vita quasi impossibile a migliaia di civili. Chi può, scappa verso il Sudan. Già poche settimane dopo l’inizio delle ostilità, l’Unhcr aveva contato un flusso migratorio di circa quattromila persone al giorno verso il Paese confinante: “Oggi fare una stima è quasi impossibile – ha proseguito padre Giulio – Non ci sono cifre ufficiali perché dal Tigrai le informazioni che arrivano sono molto poche”.

Il governo sudanese, con il supporto di diverse organizzazioni internazionali, prova ad arginare il fenomeno ed a gestire l’esodo di tigrini. Ma non è affatto semplice. Il governo di Khartoum è debole e deve affrontare già molte situazioni interne. Buona parte delle persone fuggite dal Tigray sono cristiane, le quali quindi cercano un rifugio provvisorio in un Paese, quale il Sudan, a maggioranza musulmana. Una circostanza quest’ultima che potrebbe suscitare altri problemi, soprattutto sul fronte della sicurezza. Nella zona sono diversi i gruppi islamisti con una forte presa sul territorio. In poche parole, il nuovo fronte umanitario apertosi nel cuore dell’Africa è anche un nuovo fronte di difficoltà per i cristiani che vivono nel continente.

La possibile incidenza sul flusso migratorio verso l’Europa

La guerra nel Tigrai, con tutte le conseguenze che sta provocando nella regione circostante, non è poi così lontana dall’Italia. Il Sudan, Paese che sta ospitando migliaia di sfollati tigrini, ha un ruolo strategico nei flussi migratori che dall’Africa corrono verso il Mediterraneo: “É un ponte perfetto verso la Libia”, aveva dichiarato ad ottobre su InsideOver una fonte dell’Oim. Già negli anni passati dal Sudan sono stati registrati imponenti movimenti di migranti verso la Libia. Non solo sudanesi, ma anche eritrei e somali hanno visto nel Paese africano uno snodo fondamentale per oltrepassare le dune del Sahara. Molte organizzazioni di trafficanti hanno base a Khartoum: “Il nuovo governo sudanese – ha osservato padre Giulio Albanese – Sembra voler cambiare rotta rispetto a prima, ma non ha al momento la forza per ristabilire un vero stato di diritto”.

Difficile dunque lottare contro quei gruppi criminali che da tempo lucrano sugli spostamenti di migliaia di persone verso la Libia. L’arrivo dei profughi dal Tigrai, potrebbe quindi dare maggior spazio alle attività dei trafficanti. I quali, di conseguenza, potrebbero organizzare sempre più viaggi verso il territorio libico. Ed è ben risaputo come, da qui in poi, la via intrapresa dai migranti è quella che conduce verso le sponde del Mediterraneo. La possibilità quindi che la guerra nel Tigrai, già nei prossimi mesi, faccia vedere i suoi effetti anche nel nostro Paese con un aumento dei flussi migratori verso l’Europa non è quindi così remota.

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