Guerra /

Kpalime è l’Africa invisibile menzionata solo dalle cartine geografiche. Si trova in Togo, nella regione degli Altopiani, ma dista una manciata di chilometri dal Ghana.

L’isolamento è scongiurato dal segnale di un gestore di telefonia ghanese e dal lavoro nelle piantagioni di caffè. Al tramonto istantaneo del sole Kpalime si spegne. La corrente elettrica funziona a singhiozzo e se non fosse per qualche generatore di fortuna il buio potrebbe divorare tutto senza più restituire case o persone all’alba del giorno dopo. A queste latitudini è nata 24 anni fa Mathilde Amivi Petitjean. Toccherà a lei nei prossimi giorni portare luce e notorietà. Mathilde è la speranza africana dello sci alle Olimpiadi invernali di PyeongChang. Da quando aveva tre anni si è trasferita con la famiglia a La Roche sur Foron, nell’Alta Savoia francese, appassionandosi di sci se non altro per ragioni geografiche. È riuscita persino a gareggiare nella nazionale giovanile transalpina, ma le è mancato il guizzo per imporsi ad alti livelli. «Quando mi ha cercato la federazione togolese non ho accettato immediatamente. Pensavo fosse un scherzo e mi sono presa un po’ di tempo per decidere assieme ai miei genitori. Poi ho capito che poteva essere un modo per ritrovare le mie radici. A Kpalime faranno il tifo per me». Erogazione della corrente elettrica permettendo, ci viene naturale aggiungere. In Francia le amiche la chiamano «Rasta Rockett», come uno dei protagonisti della squadra giamaicana di bob alle olimpiadi di Calgary. Sarà suggestivo assistere all’esibizione di un’atleta di colore tra la neve candida, ma non passeranno inosservate anche le performance di una sua collega di nazionale, l’italianissima Alessia Di Pol. Tenterà l’acuto vincente nello slalom speciale e nel gigante. Non solo, sarà anche la portabandiera del paese africano nella sfilata di chiusura. La giovane sciatrice di San Vito di Cadore ha visto così coronare il suo sogno dopo anni di allenamenti continui che l’avevano inizialmente portata a tentare di gareggiare per l’India. Caparbia, Alessia ha provato con il Togo, che l’ha accolta a braccia aperte. Lo scorso 20 gennaio ha avuto la conferma della sua partecipazione visto che rientrava nei parametri a cinque cerchi. L’Africa alle Olimpiadi invernali conterà su una pattuglia consapevole dei propri limiti, alla ricerca di un alloro impossibile. Mai come in questo caso il motto di De Coubertin calza a pennello. L’importanza di partecipare genera però a volte episodi che sconfinano nel ridicolo. Alle Olimpiadi invernali di Albertville del 1992, lo sciatore marocchino Brahim Izdag fu artefice di una performance disastrosa e memorabile: ancora oggi furoreggia su YouTube il video della sua gara in super gigante, tempestata di cadute, fuoripista e grossolani errori degni di un principiante. Non finì lì: a Nagano, nel 1998, il keniota Philip Boit, uno dei primi africani a cimentarsi nello sci di fondo, si classificò ultimo nella 10 km e giunse a più di venti minuti dal vincitore, il norvegese Biorn Daehlie, che aspettò l’arrivo dell’atleta africano per rendergli omaggio. E Boit apprezzò il gesto a tal punto da chiamare, il proprio figlio Bjorn: davvero un tocco di classe. La neve in Africa non è comunque così anacronistica, e riserva autentiche sorprese. Per esempio quella di sciare in Marocco, a oltre 3mila metri, nella catena montuosa dell’Atlante. Le piste migliori si trovano a Oukaimeden, vicino a Marrakech e a Mishliffen, nella provincia di Fes. Tra una discesa e l’altra si sosta nelle terrazze assolate dei rifugi, per assaggiare couscous e bere tè alla menta. Per fortuna gli sciagurati anni dell’improvvisazione sono diventati un ricordo opaco. Pur privi di possibilità da podio, gli atleti del continente nero si sono preparati per la trasferta in Corea del Sud con scrupolo e, soprattutto, sulla neve delle Alpi. È il caso di Mialitiana Clerc, che rappresenterà il Madagascar, o di Sabrina Wanjiku Simader, che indosserà i colori del Kenya, ma anche di Samir Azzimani del Marocco, che ha gareggiato a Vancouver nel 2010 nello sci alpino e che questa volta si cimenterà nello sci di fondo. Merita un capitolo a parte l’exploit delle ragazze del bob nigeriano, che con la loro qualificazione stanno facendo rivivere la storia della squadra maschile giamaicana a Calgary, ma forse con un finale diverso. Il background sportivo di Seun Adigun, Ngozi Onwumere e Akuoma Omeoga è quanto di meno invernale ci possa essere. Seun ha un po’ più di esperienza, avendo partecipato i giochi Olimpici di Londra 2012 nell’atletica leggera, le altre due invece si limitano a una carriera di buon livello come velociste. La Nigeria non ha infatti voluto concedere i fondi per le attrezzature, ritenendo il tentativo improbabile. Sono state le tre ragazze a organizzare una raccolta fondi in tutto il Paese che si è tradotta in un biglietto per PyeongChang. Il battage pubblicitario ha persino fatto cambiare idea all’establishment politico nigeriano. A Lagos ora sono convinti che un acuto delle tre ragazze potrebbe regalare linfa vitale alla presidenza Buhari. L’attuale capo di Stato fa la spola tra la Nigeria e Londra per sottoporsi a sedute di radioterapia. Il vuoto di potere seduce parecchi generali col Dna golpista, ma un trionfo sportivo, o comunque un buon risultato, dissolverebbe certe tensioni in atto.

Luigi Guelpa