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Nella Repubblica Democratica del Congo, gli scontri tra i ribelli del Movimento per il 23 marzo (M23) e l’esercito congolese si sono intensificati, causando gravi conseguenze per la popolazione civile. I ribelli hanno attaccato numerose città nell’est del Paese, vicino al confine con il Ruanda, colpendo con particolare violenza anche i civili. Questi eventi hanno aggravato la già drammatica crisi umanitaria, compromettendo ulteriormente il sistema sanitario.

La Repubblica Democratica del Congo è teatro di uno dei conflitti più complessi e prolungati del mondo, con radici storiche che risalgono agli anni ‘90, quando le guerre civili e le tensioni etniche iniziarono a devastare il Paese. Dopo il genocidio in Ruanda del 1994, il Congo divenne un terreno di scontro per gruppi ribelli e milizie sostenute da potenze regionali, interessate a controllare le sue ricchezze minerarie. Tra questi gruppi, l’M23 è emerso come una delle principali forze ribelli, accusato di gravi violazioni dei diritti umani.

Gli scontri tra i ribelli dell’M23 e l’esercito congolese si sono intensificati negli ultimi anni, alimentati da interessi politici ed economici, e aggravati dal coinvolgimento di Stati vicini come il Ruanda, accusato di sostenere i ribelli per perseguire i propri obiettivi geopolitici, con quella che viene spesso definita una “guerra per procura”, in cui lo Stato vicino conduce una guerra indiretta contro il Congo, senza l’impiego diretto delle proprie truppe.

In queste zone, le donne sono divenute i principali bersagli di stupri di massa, spesso perpetrati con una crudeltà che lascia segni fisici e psicologici permanenti. Secondo un recente reportage del Wall Street Journal, le condizioni delle donne nei campi profughi intorno a Goma, la città più grande della regione orientale, sono devastanti: l’80% delle donne ha subito violenza sessuale, spesso più di una volta.

Le testimonianze raccolte raccontano una realtà spietata. Cinque donne intervistate, residenti nella zona nordorientale del Paese, descrivono una vita fatta di paura e violenza. Nei campi profughi il cibo scarseggia, le razioni di farina e fagioli fornite mensilmente dal Programma Alimentare Mondiale sono spesso insufficienti, costringendo le donne e le loro famiglie a percorrere chilometri alla ricerca di piante commestibili. Il cammino verso la periferia di Goma, un viaggio di cinque ore a piedi, è pericoloso e lungo il tragitto le donne vengono aggredite e stuprate.

Una delle storie più strazianti racconta di una donna violentata mentre il suo bambino giaceva accanto a lei, piangendo. Un’altra donna è stata tenuta a terra per ore da due uomini armati di coltelli e machete, mentre intorno a lei risuonavano le urla soffocate delle altre donne aggredite. Le atrocità documentate non si limitano agli stupri durante le incursioni armate. I medici locali riferiscono di aver curato donne che hanno subito violenze sessuali con fucili e bastoni, riportando lesioni interne gravissime.

Ma il trauma non è solo fisico. Molte vittime vengono emarginate dalle loro famiglie e comunità, in una cultura dove lo stupro è visto come una vergogna che ricade su chi lo subisce. Lo stigma sociale è così profondo che le donne, già traumatizzate, si ritrovano isolate e prive di sostegno, schiacciate da una società che le colpevolizza.

Marie José Vumiliya, 45 anni, ha raccontato il dramma vissuto quando suo marito ha scoperto quanto accaduto. “Mi ha sputato addosso e se n’è andato”, ha detto, descrivendo l’abbandono e la disapprovazione subiti. Judith Serubungo, 35 anni, ha condiviso un racconto simile. Suo marito ha “tollerato” il primo e il secondo stupro, ma “dopo la terza volta se n’è andato”, mostrando l’insostenibile peso psicologico che questi abusi infliggono anche sui legami familiari. Pascazi Basabose, 35 anni, ha spiegato come, al ritorno a casa dopo essere stata aggredita, preparava da mangiare con il cibo che si era procurata durante i pericolosi viaggi. “Mio marito lo mangiava, ma non riusciva a capire che quel cibo era il motivo per cui ero stata stuprata” ha coraggiosamente raccontato.

Queste storie rendono evidente non solo la brutalità della guerra, ma anche l’isolamento sociale e il dolore aggiuntivo che le vittime devono sopportare a causa dello stigma. Le loro voci sono un potente richiamo alla realtà: dietro i numeri e le statistiche ci sono vite distrutte, famiglie spezzate e comunità profondamente ferite.

Questo fenomeno, che si ripete con una costanza inquietante nelle regioni orientali del Paese, rappresenta una delle più grandi crisi umanitarie del nostro tempo, evidenziando come la violenza sessuale sia stata deliberatamente trasformata in una strategia di controllo e sottomissione. Un rapporto delle Nazioni Unite risalente a luglio, documenta che nel distretto di Nyiragongo, ad appena 20 chilometri da Goma, il numero totale degli stupri tra novembre e dicembre 2022 e la seconda metà del 2023 è salito da circa 100 al mese a più di 100 al giorno.

Secondo quanto documentato da Human Rights Watch, Amnesty International e Nazioni Unite, le aggressioni sessuali sono un’arma utilizzata dai combattenti appartenenti a tutte le parti in conflitto. Alcune prove dimostrerebbero che alcuni stupri sono stati commessi anche da soldati delle missioni internazionali e delle Nazioni Unite.

Stupro come arma da guerra

Lo stupro è di fatto una strategia di guerra. Le ragioni dietro l’uso della violenza sessuale come arma sono molteplici e complesse. Nelle regioni orientali del Congo, lo stupro è utilizzato per terrorizzare e destabilizzare le comunità, minando il tessuto sociale e distruggendo il senso di coesione. In molte culture locali, il corpo della donna è simbolo di onore familiare e comunitario e violare le donne significa distruggere quel senso di onore e seminare il caos. Questa violenza colpisce non solo le vittime dirette, ma intere comunità, rendendole più vulnerabili e facili da sottomettere.

Lo stupro è anche uno strumento di spostamento forzato delle popolazioni. Le aree colpite dal conflitto sono ricche di risorse naturali come il coltan, i diamanti e altre materie prime preziose. I gruppi armati utilizzano la violenza sessuale per terrorizzare la popolazione, costringendola a fuggire e lasciando campo libero per lo sfruttamento economico delle terre. Questo legame perverso tra violenza sessuale e sfruttamento economico ha trasformato la regione orientale della RDC in un inferno per milioni di persone.

Il fenomeno è ulteriormente aggravato dalla pluralità dei gruppi armati attivi nella regione. Oltre ai ribelli dell’M23, più di cento gruppi operano in modo indipendente o in alleanze temporanee. L’esercito congolese, pur essendo formalmente incaricato della protezione dei civili, è mal equipaggiato e non di rado viene anch’esso accusato di violenze sessuali. Anche i peacekeeper internazionali, inviati dall’ONU con l’obiettivo di garantire la pace, sono stati coinvolti in scandali legati ad abusi sessuali, alimentando la sfiducia della popolazione locale verso qualsiasi tipo di forza militare.

Nonostante il riconoscimento internazionale dello stupro di massa come crimine di guerra e contro l’umanità, ottenere giustizia per le vittime in Congo rimane un’impresa ardua. Il sistema giudiziario congolese è debole e corrotto, incapace di garantire processi equi e risarcimenti adeguati. Anche la Corte Penale Internazionale (CPI) ha avviato indagini, ma il numero dei colpevoli e la complessità della situazione sul campo rendono ogni intervento della giustizia insufficiente di fronte alla vastità del fenomeno.

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