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Per metà araba e con, al suo interno, quartieri cristiani, turkmeni, assiri e curdi: identificare Kirkuk è sempre stato molto difficile, tanto a livello culturale quanto soprattutto a livello politico; quando nel 1970, a seguito di importanti rivolte della popolazione curda, si è per la prima volta concepita la creazione di un’entità autonoma del Kurdistan iracheno, proprio la città di Kirkuk è rimasta al centro delle rivendicazioni tra Baghdad ed Erbil. Anche nel passato più recente lo status di questo secolare e storico centro del nord dell’Iraq, è stato sempre motivo di diatribe tra il governo centrale e le istituzioni curde: con l’entrata in vigore della nuova costituzione irachena post Saddam, il fatto di non includere Kirkuk nella nuova regione autonoma ha suscitato non poche perplessità. Ma, di fondo, prima ancora che elementi di carattere culturale ed etnico, a far spesso entrare in contrasto istituzioni locali e centrali sull’assegnazione della provincia in cui ricade la città sono interessi di carattere meramente economico; a pochi passi dal centro di Kirkuk infatti, esiste uno dei più grandi giacimenti di petrolio del medio oriente i cui incassi incidono sui bilanci tanto di Baghdad quanto, a maggior ragione, di Kirkuk.

L’importanza strategica del giacimento di Kirkuk

Approfittando della debolezza dell’esercito e delle istituzioni di Baghdad durante il periodo di massima avanzata dell’ISIS, nell’estate 2014 di fatto Kirkuk è stata annessa alla regione curda ed è in gran parte controllata dai Peshmerga; l’Iraq in quel frangente vede una ad una tutte le principali città nord occidentali del paese essere inglobate nel proclamato califfato e teme anche un’avanzata fin dentro il cuore della sua capitale, dunque in una simile situazione il governo iracheno ha iniziato a considerare lo status di Kirkuk e l’annosa questione curda come argomenti di fatto secondari. Dal canto suo, il governo di Barzani proprio a partire dall’estate del 2014 inizia ad iscrivere all’interno del bilancio della regione autonoma le entrate provenienti dal giacimento della città: si parla di somme consistenti, ossigeno per le casse di Erbil e per dare slancio alla propaganda indipendentista.

Il Kurdistan iracheno inoltre inizia a vendere autonomamente il petrolio estratto tanto da Kirkuk, quanto dal resto della regione; le tre province curde, più quelle de facto guadagnate dalla lotta al califfato, cominciano ad avere propri ed autonomi sbocchi economici che riguardano soprattutto la commercializzazione all’estero del petrolio: la Turchia diventa così primo partner del governo locale di Barzani, al pari di altri paesi europei che entrano in affari con il Kurdistan senza trattare con le istituzioni politiche ed economiche di Baghdad. A questo, bisogna aggiungere il sostegno militare accordato proprio ai Peshmerga curdi in funzione anti ISIS da parte dell’occidente ed è in tal modo che ad Erbil il governo centrale iracheno perde sempre di più terreno sul controllo del territorio, ma soprattutto sul giacimento vitale e strategico di Kirkuk. Qualcosa poi, all’interno dei bilanci della regione curda è andato storto: nonostante gli incassi provenienti dal petrolio e nonostante un’indipendenza ‘de facto’, il Kurdistan iracheno  accusa problemi relativi alla mancanza di soldi e liquidità, con i dipendenti pubblici costretti a vedere tardare spesso le corrispondenze delle proprie mensilità e con problemi sociali ben evidenti in dati che parlano, ancora oggi, di un tasso di disoccupazione superiore al 20%.

Ecco dunque che il giacimento di Kirkuk assume una valenza ancora più importante: istituzioni fragili, corruzione endemica e da più parti definita strutturale, assorbono gran parte dei malandati bilanci della regione il cui stato di salute mette drammaticamente a nudo come, senza le entrate provenienti da Kirkuk, il Kurdistan iracheno non potrebbe essere pronto all’indipendenza dal resto del paese. Mantenere questa città dunque nella regione autonoma per Erbil, per Barzani e per le velleità tanto indipendentiste quanto più semplicemente autonomiste è essenziale economicamente e politicamente.

La prima risposta di Baghdad alle minacce indipendentiste passa da Kirkuk

Non è quindi un caso se il governo centrale iracheno ha posto lo status di Kirkuk come primo nodo da sciogliere e come, di fatto, una prima vera risposta alle minacce indipendentiste di Barzani supportate dal referendum dello scorso 25 settembre, il quale ha visto la vittoria del SI al distacco di Erbil da Baghdad. Nella giornata di mercoledì, a prendere posizione in tal senso è stato il Ministro del Petrolio iracheno, Jabbar Al Luabi; come si legge su ‘AgenziaNova’, l’esponente politico del governo di Al Abadi ha dichiarato senza mezzi termini che a partire da quest’anno le entrate derivanti dalla vendita del petrolio del giacimento di Kirkuk verranno iscritte nel bilancio iracheno, proprio come accadeva prima del 2014. L’Iraq, forte di un’avanzata che oramai ha quasi del tutto annientato l’estensione territoriale dell’ISIS all’interno dei propri confini, adesso mira a ripristinare il controllo su quelle aree annesse dai Pashmerga durante la lotta al califfato, a partire da Kirkuk.

Quello di Al Luabi sembra comunque più un avvertimento: il controllo del giacimento in questione non è del tutto in mano alle forze irachene, Erbil riuscirebbe ugualmente, stando allo stato attuale, a garantirsi almeno una fetta dei lauti introiti provenienti dalla vendita dell’oro nero, pur tuttavia la decisione anticipata dal Ministro del Petrolio da Baghdad sembra voler indicare la propensione del governo centrale a non dare seguito al referendum curdo, passando dalla risoluzione dell’annosa questione di Kirkuk, del suo giacimento e del suo status politico ed amministrativo. Il ristabilimento della situazione pre 2014, sembra essere l’obiettivo a lungo termine delle istituzioni irachene; la decisione di voler nuovamente iscrivere in bilancio le somme degli introiti provenienti da Kirkuk, fa il pari con il blocco aereo imposto alla regione autonoma, così come con le esercitazioni congiunte tra gli eserciti turco ed iracheno vicino al confine delle tre province controllate da Barzani. Ed è proprio questo che adesso mette maggiormente paura: se la linea del dialogo tra Baghdad ed Erbil inizia ad assottigliarsi, lo status relativo a Kirkuk ed al suo giacimento, oltre che alla più generale questione dell’indipendenza della regione, potrebbe diventare anche e soprattutto un problema di natura militare.