Nel 2018 sono stati registrati 34 conflitti armati, di questi 33 sono tuttora attivi. L’Africa è il continente con il più alto tasso di conflitti (16), seguito dall’Asia (9), il Medio Oriente (6), l’Europa (2) e le Americhe (1). Questi dati, solo apparentemente privi di profondità, riescono ridare dignità e concretezza a un tema frequentemente trattato con astrazione e superficialità: la guerra.

I conflitti armati nel mondo

Un conflitto armato è uno scontro i cui attori sono gruppi armati regolari o irregolari, che utilizzano in maniera continuata e organizzata la violenza. Per essere considerato tale, un conflitto deve provocare almeno 100 morti in un anno e/o avere un evidente impatto sul territorio e sulla sicurezza della popolazione. Tra i conflitti che escono da questa lista, troviamo quello dell’Ogaden, regione Meridionale dell’Etiopia, dove le forze armate ribelli dell’Onlf hanno raggiunto un accordo di massima con il governo guidato da Abiy Ahmed. Di contro entrano a far parte dell’elenco altri due conflitti africani: Camerun e Sahel, che si vanno ad aggiungere agli altri conflitti armati del continente (Algeria, Burundi, Libia, Lago Chad, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan e Sud Sudan).

Il recente report dell’Escola de Cultura de Pau dell’Università di Barcellona, evidenzia che i conflitti armati sono molto diversi tra loro, innanzitutto il grado di violenza: bassa intensità (13 conflitti), media (12) e alta (9). Dei conflitti ad alta intensità cinque sono localizzati in Africa (Libia, Mali, Lago Chad, Somalia e Sud Sudan) e quattro nel Medio Oriente (Afghanistan, Iraq, Siria e Yemen).

Nonostante il numero assoluto dei conflitti armati non sia variato rispetto al 2017, solamente in un terzo di questi si registra un livello di violenza stabile; nel 33% dei casi mostrano una decrescita delle ostilità; i rimanenti un notevole incremento della violenza (Mali, Sahel, Camerun, Repubblica Centrafricana).

È importante notare che nel 71% dei casi i conflitti sono originati da problemi interni che contrappongono la popolazione e il proprio Stato d’appartenenza. Alla base degli scontri, secondo il report dell’Escola de Pau, ci sono motivazioni di carattere identitario, come richieste di autogoverno o opposizione a politiche nazionali dei rispettivi governi. Apparentemente in contrasto con questo dato, l’82% dei casi sono considerati, secondo il diritto internazionale, conflitti armati internazionali sotto forma di conflitti interni. Questo significa che in queste guerre sono coinvolti belligeranti stranieri o che la loro presenza sia rimarcata da basi militari.

Tra i conflitti rimanenti quattro sono consideranti interni, il che vuol dire che non è applicabile il diritto umanitario internazionale, e solamente 2 sono conflitti internazionali (Sahel Occidentale e la guerra tra Palestina e Israele).

Accanto ai conflitti armati s’inseriscono le tensioni (86 casi). Per tensione s’intende uno scontro in cui la violenza non raggiunge i livelli di un conflitto armato, ma che può divenire tale, se mal gestito o sottovalutato. Anche questa categoria è guidata dal continente africano con 33 tensioni attive nel 2018.

La duplice natura dei conflitti

La conseguenza più evidente di questi conflitti è l’esacerbazione della crisi umanitaria in atto in determinate regioni. Basti pensare che nella Repubblica Centrafricana, su 9.5 milioni di abitanti, 2.9 milioni hanno bisogno di assistenza umanitaria.  A quest’emergenza si affiancano le crisi alimentari, le violenze sessuali e la crisi della struttura sociale.
Complessivamente nel 2017, sono stati registrati 68.5 milioni di spostamenti forzati a causa dei conflitti armati.

Report come questo sono prodotti da quasi tutti gli istituti di studi politici ed hanno il pregio di fornire dati reali e concreti sul livello di violenza globale o regionale. Se da un lato quest’insieme informazioni può sembrare un mero elenco di numeri, dall’altra è l’unico modo per conferire un aspetto materiale e quantitativo a un tema, quello dei conflitti, che troppo spesso si traduce in discorsi astratti e ideologici.

Dati oggettivi e reali permettono, inoltre, di comprendere la duplice natura dei conflitti armati odierni. Se da un lato la violenza non è più interstatale, ma tra fazioni interne, dall’altro nella maggior parte dei casi sono coinvolti attori esterni che partecipano, influenzano o dirigono le sorti del conflitto.

Tale considerazione è parallela all’altro dato oggettivo e concreto che si può ricavare, ovvero che la maggior parte delle violenze avviene in un continente specifico, l’Africa.
Unendo questi elementi, emerge una terza riflessione: il perdurare dei conflitti in determinate aree non è solamente frutto di carenze strutturali interne, ma anche espressione della volontà di attori esterni interessati unicamente al proprio tornaconto.