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Si chiamano, per una sottile ironia della sorte, Laws, acronimo di Lethal Autonomous Weapons Systems, e sono l’ultimo ritrovato nella tecnologia dei sistemi automatici di combattimento che sta diventando sempre più uno strumento fondamentale sul campo di battaglia.

Negli ultimi anni, i sistemi d’arma con tecnologie unmanned a pilotaggio remoto o autonomi sono diventati una delle maggiori tendenze tecnologiche e operative: tutte le forze armate moderne del mondo si stanno adoperando per ottenere sempre più sistemi di questo tipo che garantiscono l’operatività in ambienti ad altro rischio per l’uomo, sino ad escludere il fattore umano dal combattimento tramite l’utilizzo di livelli via via crescenti di intelligenza artificiale.

Attualmente la tipologia di classificazione di questi sistemi che hanno rivoluzionato il modo di concepire la guerra e le sue leggi include:

  • Piattaforme terrestri – Unmanned Ground Vehicle (Ugv).
  • Sotterranee – Unmanned Underground Vehicle  (Uugv).
  • Navali – Unmanned Surface Vehicle (Usv).
  • Sottomarine – Unmanned Underwater Vehicle (Uuv).
  • Aeree – Unmanned Aerial Vehicle (Uav).

Nel novembre 2017, come ci ricorda un recente documento del Cemiss (Centro Militare Studi Stratetigici) stilato per il Ministero della Difesa, lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) nel suo primo rapporto sui sistemi d’arma autonomi, ha censito 381 modelli in servizio, di cui 175 con capacità offensive, solitamente a controllo remoto. La maggior parte dei sistemi attualmente in uso, infatti, sono a controllo o a pilotaggio remoto, comandati a distanza da operatori, mentre esistono sistemi autonomi/semiautonomi e robotizzati, che vengono programmati per la missione da compiere e sono guidati da apparati di navigazione basati su sistemi di geolocalizzazione satellitare, come il Gps.

Le future generazioni di sistemi unmanned utilizzeranno invece l’intelligenza artificiale (Ia), anzi, esistono già assetti diversi – come piccoli Uav o missili da crociera – dotati di un certo livello di Ia che li mette in grado, ad esempio, di comportarsi come uno sciame di insetti in volo e quindi rispondere in modo collettivo alle variazioni dell’ambiente circostante, oppure di riconoscere in modo autonomo i bersagli prioritari, come nel caso di alcuni missili da crociera di fabbricazione americana o russa.

Il campo d’impiego dell’intelligenza artificiale

Il 25 ottobre del 2016, ad esempio, sul poligono Usa di China Lake (California), tre F/A-18D del Vx-30, lo stormo della Us Navy deputato ai test e valutazioni di nuovi armamenti, hanno rilasciato da dei pod subalari 103 “microdroni” del tipo Perdex che hanno effettuato una missione di ricognizione comportandosi in modo autonomo come uno sciame di insetti.

I Perdex sono lunghi poco più di 16 centimetri ed hanno un’apertura alare di poco meno di 30. Propulsi da un motore elettrico con elica spingente hanno un’autonomia molto breve nell’attuale versione – solo 20 minuti di volo – ma il livello di intelligenza artificiale interconnessa di cui sono dotati permette loro di comportarsi come un organismo collettivo mettendo in condivisione un unico “cervello” in grado di prendere decisioni autonome e adattandosi alle condizioni ambientali proprio come uno sciame di insetti in natura.

Nel campo dei missili da crociera l’intelligenza artificiale ha già trovato il suo primo impiego: il missile americano antinave Long Range Anti Ship Missile (Agm-158C) è dotato di un seeker multi modale per l’aggancio semi autonomo dei bersagli, capace di distinguere le unità navali militari dal naviglio non combattente, fattore che ha fatto ritenere che il nuovo missile sia dotato di una forma di Ia che si servirebbe anche di un sistema Gps del tutto nuovo, molto preciso e immune ai disturbi elettronici.

La Russia, nel suo sistema missilistico da difesa costiera Bastion, utilizza il vettore P-800 Oniks che si adatta all’ambiente ostile grazie ad un certo livello di Ia che gli permette anche di distinguere, come nel sistema americano, tra i bersagli in modo da stabilire una priorità, scegliere la strategia di attacco migliore e colpire l’obiettivo prescelto escludendo errori di manovra e neutralizzando le possibili contromisure del nemico inclusi i falsi bersagli.

Questi sono solo alcuni esempi dei sistemi d’arma in cui potrebbe trovare largo impiego l’intelligenza artificiale. Potenzialmente i campi di impiego abbracceranno moltissimi sistemi manned e unmanned come gli Uav più grandi, tipo gli americani Reaper e Global Hawk, i cinesi Wing Loong o l’ultimo nato Okhotnik-b russo, oppure i nuovi sistemi Usv e Uuv.

Gli Stati Uniti anche nel campo navale, ad esempio, sono molto attivi da questo punto di vista: nell’aprile del 2016 l’Us Navy congiuntamente col Darpa (Defense Advanced Research Projects Agency) ha varato il Sea Hunter, un trimarano lungo 40 metri senza equipaggio in grado di navigare per mesi in totale autonomia alla ricerca di sottomarini nemici la cui posizione viene immediatamente segnalata a operatori umani.

Esiste poi tutto un filone di veicoli terrestri, spesso di architettura biomeccanica ispirata dagli animali, che svolgerà o sta già svolgendo compiti per sostituire il fattore umano in ambienti ad alto rischio, come quelli contaminati da radioattività, aggressivi chimici o batteriologici, o utilizzati per risparmiare perdite umane in situazioni ad pericolose come i combattimenti in centri abitati ed il disinnesco di Ied, oppure più semplicemente per il trasporto di uomini e materiali.

I Laws avranno sicuramente un ruolo preponderante negli scenari di guerra futuri proprio perché escludono l’uomo dalla pericolosità del campo di battaglia. In più uno strumento che non sente la fatica, che non ha bisogno di essere nutrito e che può rimanere in area operativa in modo continuativo per ore o giorni senza sosta rappresenta un fattore nuovo determinante nello sbilanciamento dei rapporti di forza sul campo di battaglia.

Un futuro che è già presente

Nel panorama dei conflitti asimmetrici e ibridi attuali, questi sistemi d’arma si sono già ritagliati la propria “nicchia ecologica”. Se pensiamo solamente alla raccolta di informazioni, all’intelligence, il ruolo dei droni da ricognizione – siano essi sistemi aeronautici o navali – è imprescindibile dal resto delle operazioni militari: grazie alla loro versatilità di impiego, non dipendente ad esempio da percorsi prestabiliti e determinabili come quelli delle orbite dei satelliti spia, e al fatto che tali strumenti, non avendo un pilota effettivamente a bordo, siano più spendibili rispetto ad un classico velivolo da ricognizione come gli U-2 americani, tali mezzi sono entrati da decenni nel novero dei sistemi d’arma fondamentali di qualsiasi forza armata moderna.

La miniaturizzazione della tecnologia informatica e l’ingresso dell’intelligenza artificiale ha ampliato lo spettro di possibilità riservato a tali macchine che, conseguentemente, hanno rivoluzionato non solo le tattiche di impiego ma la stessa dottrina militare. Un piccolo Ucav, ad esempio, può facilmente penetrare tra le maglie difensive del nemico date le sue stesse dimensioni e se dotato di Ia può autonomamente riconoscere e colpire i bersagli. Se poi ci si venisse a trovare di fronte a centinaia di droni lancianti simultaneamente, qualsiasi sistema difensivo sarebbe saturato dal numero stesso e pertanto risulterebbe quasi del tutto inefficace. I droni infatti rappresentano un mezzo di interdizione del campo di battaglia a basso costo: la stessa Us Navy ha nella lista delle sue principali minacce l’uso di Usv “suicidi” dotati di potenti cariche esplosive, una sorta di riedizione in chiave moderna dei “barchini esplosivi” della Regia Marina durante la Seconda Guerra Mondiale.

Tali strumenti sono stati più volte utilizzati in conflitti asimmetrici come ad esempio quello siriano o nel contrasto che Israele sta portando alle attività delle milizie sciite in Medio Oriente. A gennaio del 2018 uno sciame di Uav ha attaccato la base russa in Siria di Hmeymim ed il centro logistico della base navale di Tartus e 13 di essi sono stati abbattuti o intercettati dai sistemi di difesa, e non è stato l’unico caso: ad agosto dello stesso anno altri 45 piccoli Uav di fabbricazione artigianale sono stati intercettati e distrutti dalle difese russe della base.

In occasione del primo attacco, Ruslan Pukhov, direttore del Centro di Analisi per la Strategia e Tecnologia, aveva affermato che vari gruppi non governativi avevano già utilizzato la tecnologia a pilotaggio remoto per portare attacchi aggiungendo che, dai resti dei droni utilizzati, si fosse determinato come questi fossero autocostruiti ma tutto fuorché rudimentali, suggerendo quindi il raggiungimento di un’elevata capacità tecnica. Sempre secondo gli esperti russi, motore, servocomandi, sistema di controllo e chip Gps erano indice di una tecnologia fai da te.

La stessa tecnologia artigianale, sebbene con forti sospetti che sia da ricondurre ad un attore statale, del drone recentemente abbattuto in Siria che stava per effettuare un attacco nei pressi di Damasco.

Piccoli droni potenzialmente possono venire utilizzati per colpire obiettivi civili: lo scenario peggiore vede compiere un attacco terroristico con aggressivi chimici o batteriologici spruzzati da uno di questi velivoli su una città. Scenari simili, in cui un drone ha effettuato un “attacco” ad un obiettivo civile, sono già successi: lo scorso dicembre l’aeroporto di Gatwick è stato oggetto di un’incursione di un drone che per due giorni, a fasi alterne ha impedito la normale attività di volo provocando la cancellazione di centinaia di voli e quindi la chiusura dello scalo londinese. L’incursione, oltre a provocare danni per milioni di euro, ha dimostrato una cosa: la fragilità delle infrastrutture davanti a simili scenari e l’estrema difficoltà, per le forze armate o di polizia, di intervenire per eliminare la minaccia.

Una difficile difesa

Il problema della difesa da attacchi portati da Uav e Ucav di piccole e medie dimensione è tutt’altro che di semplice risoluzione.

I sistemi difensivi attualmente in dotazione alle forze armate, che forniscono un ombrello difensivo antiaereo fisso o mobile contro velivoli di dimensioni medie o grandi, risultano poco efficaci se non del tutto inutilizzabili contro questa tipologia di velivoli: gli Stati Uniti, oltre ai missili Patriot nella loro versione Pac-3, hanno 700 Avenger, ovvero delle jeep Humvee modificate con missili Stinger, e stanno studiando di montare le torrette Avenger su ruotati 8×8 e aggiungere agli Stinger i missili Al-3, versione terrestre del celeberrimo Sidewinder. In Italia invece si sta procedendo alla modernizzazione dei sistemi Skyguard e Spada e si stava sviluppando il Camm (Common Anti-Air Modular Missile), progetto portato avanti da Mbda Italy e Uk in due versioni diverse – Er (Extended Range) per l’Italia e M (o Sea Ceptor) per l’Inghilterra – ma queste tipologie di armi sono poco o nulla efficaci contro droni di medie dimensioni e quasi del tutto inutili contro i micro Uav. Nemmeno le celeberrime bolle difensive russe, dal punto di vista dei sistemi di intercettazione cinetica, sono efficaci contro questa minaccia: nonostante S-300, 400 e Pantsir i mini droni restano una seria minaccia.

Esistono poi dei dispositivi portatili, tipo manpads, come il bazooka SkyWall 100 della britannica OpenWorks Engineering, che spara una rete per catturare fisicamente il drone, ma è impensabile distribuire decine o centinaia di soldati sul perimetro di un aeroporto o di una base sempre pronti ad entrare in azione in caso di attacco.

Diverso è il fronte dei sistemi di difesa elettronici o a energia diretta. Esistono strumenti in grado di disturbare i sistemi di guida di un drone, come ad esempio quello satellitare, o di surriscaldarne i componenti sino a provocarne il malfunzionamento con laser o fasci di microonde: in quest’ultima categoria rientrano dispositivi come il Blade (Ballistic Low Altitude Drone Engagement) ed il Thor dell’Usaf che sarebbe in grado di colpire sciami di droni, ma siamo ancora in fase di sviluppo embrionale.

Del tutto matura, invece, è proprio la capacità di contrasto Em: ad esempio il segnale Gps (o Glonass) viene disturbato, con particolari apparecchiature, facendogli fornire false informazioni oppure spento. Questi due metodi si chiamano in gergo spoofing e jamming, ed è il modus operandi dei sistemi russi come il Richag-AV ed il Krashuka-4 che sono entrati in azione proprio in Siria più volte e non solo per contrastare gli attacchi di droni.

L’industria bellica ha ricevuto le criticità e sta adeguandosi: attualmente la Counter-drone technology, anche nota come C-Uas, ha già sviluppato oltre 230 prodotti creati da 155 compagnie in 33 paesi e si prevede che i fondi stanziati per questo ramo della Difesa passeranno dai 499 milioni di dollari del 2018 a 2,3 miliardi nel 2024.

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