Nove morti a Kiev in una delle notti più drammatiche per la capitale ucraina nei 1.155 giorni trascorsi dall’invasione russa. Nove morti e decine di feriti due giorni fa a Marganec, nella regione di Dnipro, quando un drone russo ha colpito un autobus carico di lavoratori. Quarantadue civili (e un numero imprecisato di militari) uccisi a Sumy, la Domenica delle Palme, quando due missili Iskander si sono abbattuti sul centro della città durante una cerimonia delle forze armate. E questi sono solo gli episodi più clamorosi degli ultimi giorni. Più che sufficienti, però, per legittimare una domanda: il Cremlino ha deciso di imprimere un tono più crudele e spietato alle sue operazioni militari?
Rivolta ai generali russi, la domanda ottiene sempre la stessa risposta: abbiamo colpito installazioni militari. Oppure: abbiamo colpito obiettivi bellici che gli ucraini avevano “nascosto” in contesti civili. È successo spesso, a Kramatorsk, Kkhar’kiv e Krivyj Rih per citare solo qualche esempio più recente, con hotel che si trovavano nel centro delle città ma che secondo i russi erano stati adibiti ad alloggio per militari o a luogo di riunione di militari ucraini con istruttori o mercenari occidentali. E non sapremo mai, ovviamente, quale sia la verità: sia i russi sia gli ucraini hanno convenienza a mentire, che si tratti di stragi immotivate o di azioni belliche giustificabili, nessuno ha interesse a diffondere informazioni veritiere ma potenzialmente imbarazzanti.
È indubbio, però, che nelle ultime settimane le forze armate russe abbiano in parte cambiato tattica. Le avanzate sui grossi centri sono state frenate (si veda il caso di Pokrovsk, che tre mesi fa sembrava sul punto di crollare) mentre i bombardamenti si sono intensificati, con ancor meno cautele per le conseguenze sui civili. Le reazioni moraleggianti dei media e dei politici occidentali nulla hanno a che fare con la pietà per le vite innocenti distrutte, visto che gli stessi media e gli stessi politici assistono senza quasi batter ciglio alla decimazione dei civili palestinesi. E nemmeno pubblicano le notizie delle vittime civili tra i russi, che pure non mancano.
È chiaro però che la nuova tattica russa ha molto a che fare con il faticoso negoziato inaugurato da Donald Trump, un negoziato tripartito: degli Usa con la Russia, degli Usa con l’Ucraina e in un domani, chissà, tra Ucraina e Russia. Tra Usa e Russia, come abbiamo visto in questi giorni dalle dichiarazioni incrociate della Casa Bianca e del Cremlino, un’intesa di massima è stata trovata: la Crimea de lege alla Russia, l’Ucraina fuori della Nato e per i territori occupati dalla Russia una soluzione “coreana”: ci si ferma dove corre la linea del fronte, con la porzione più o meno abbondante delle regioni di Luhansk, Donetsk, Zaporizzhya e Kherson ora sottratte agli ucraini che restano de facto alla Russia. E poi si vedrà. Nel frattempo, le sanzioni anti-russe vengono ammorbidite.
Quello che Putin vede dal Cremlino
Volodymyr Zelensky, che ha passato i tre anni di questa guerra a indicare come unico obiettivo il ritorno ai confini del 1991 (quindi con la Crimea ancora ucraina) non può accettare. Lui tira in ballo la Costituzione, che vieta la cessione della Crimea, ma le ragioni vere sono altre: accettare vorrebbe dire ammettere la sconfitta sul campo (cioè dare ragione a Trump che dice: o perdi la Crimea adesso o perdi tutto più avanti), spezzare il rapporto di fiducia con le forze armate, potenziare gli oppositori come Petro Poroshenko o Julija Tymoshenko (più quelli ancora silenti ma che aspettano solo il momento giusto) e, soprattutto, trovarsi a spiegare agli ucraini (tra i quali migliaia e migliaia di famiglie toccate dal lutto) perché trattare oggi, con condizioni capestro, ciò che poteva essere trattato già nel 2022 a condizioni di maggior favore. È brutto dirlo ma oggi come oggi questa guerra per Zelensky è meglio di questa proposta di pace. In più, dalla sua parte ci sono gli europei, più che disposti a rifornirlo di armi e quattrini, ancor più oggi quando incoraggiare la resistenza dell’Ucraina equivale anche ad alzare il prezzo della trattativa di Trump, quindi a disporre di una leva ulteriore nel confronto con gli Usa, che è politico ma, come ben sappiamo, anche economico.
Putin dal Cremlino osserva tutto questo e ci ragiona. Con gli Usa è possibile mettersi d’accordo, come abbiamo già detto, e a quelle condizioni la fine della guerra sarebbe molto ben accetta. Che cosa manca per arrivare al risultato? L’assenso di Zelensky (e a Mosca sono convinti che quella soluzione sarebbe anche la fine per Zelensky, tant’è vero che Dmitrij Peskov, il portavoce di Putin, si affretta a ripetere che “le dimissioni di Zelensky non sono tra le richieste russe sull’Ucraina”) e un argomento forte che convinca gli europei a smettere di spingere per il proseguimento delle ostilità. Tradotto in parole povere: una spinta della società ucraina perché sia messa fine alla guerra. Non dimentichiamo che se il rating di Zelensky sembra stabile o addirittura in leggero rialzo (57% all’ultima rilevazione), la percentuale di coloro che sarebbero disposti a cedere porzioni di territorio pur di avere la pace quest’anno è arrivata al 54%, per la prima volta in tre anni oltre la soglia della maggioranza. E al di là dei sondaggi e delle percentuali, le difficoltà per l’Ucraina sono enormi, dal reperimento degli uomini per l’esercito alla diaspora della popolazione, dal calo demografico alle questioni finanziarie: a maggio scadrà una tranche da 600 milioni di dollari sulle obbligazioni legate al Pil e per ora non v’è traccia di accordo per la ristrutturazione del debito che ammonta a 2,6 miliardi di dollari.
A questo, dunque, può servire intensificare i bombardamenti, anche a scapito di un maggior numero di vittime civili. A mettere maggior pressione sulla società civile, a rendere ancor più bruciante il messaggio di Trump: meglio una pace non giusta oggi che la sconfitta totale domani.
