La geopolitica della corsa allo spazio
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Il 22 maggio un’esplosione ha scosso la cittadina di Enerhodar. Si tratta della stessa che ospita la più grande centrale nucleare d’Europa, situata a circa 20 chilometri a sud di Zaporizhzhya. Qui i russi sono arrivati già a marzo, occupando sia il territorio urbano sia lo stesso impianto nucleare. A partire dal 12 giugno, a detta delle “nuove” autorità locali piazzate da Mosca, verranno distribuiti i documenti per ottenere la cittadinanza russa. La regione quindi sembrerebbe saldamente in mano al Cremlino. Eppure quell’esplosione del 22 maggio non ha rappresentato né un incidente e nemmeno un caso isolato. Al contrario, si è trattato di un attentato contro Andriy Shevchyk, il sindaco nominato dai russi. Un segnale inequivocabile di come Mosca debba prestare attenzione non solo ai fronti dove sta ancora combattendo, ma anche a quelli dove ha già combattuto.

Tra proteste e sabotaggi

Andriy Shevchyk oggi è fuori pericolo e alla bomba piazzata sotto la propria abitazione è sopravvissuto. Tuttavia adesso sia lui che gli altri amministratori nominati dai russi iniziano a temere per le proprie vite. Nei giorni scorsi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato di più di tremila località, tra paesini e città, in mano alle truppe di Mosca. In ciascuna di esse il Cremlino ha provveduto a nominare nuove giunte municipali. Spesso si è pescato tra i partiti filorussi già presenti nel panorama politico ucraino prima della guerra. Un modo per dare le varie amministrazioni in mano a gente del luogo, allontanando l’idea di essere una mera forza di occupazione in questi territori.

Una strategia che però non ha allontanato insofferenza e proteste. A Kherson, prima grande città ucraina occupata, sono state diverse le manifestazioni da quando a marzo i russi hanno preso possesso dei palazzi del potere locali. Martedì da Kiev è trapelata la notizia che proprio qui almeno 600 attivisti, tra manifestanti, giornalisti e intellettuali pro Ucraina, sarebbero stati arrestati e incarcerati in stanze della tortura. Da Mosca ovviamente si nega, ad ogni modo più volte da Kherson sono arrivati segnali non certo positivi per la Russia. Le manifestazioni svolte a marzo avrebbero anche contribuito a far ritardare i propositi per l’annessione della regione alla federazione.

Un piano che avrebbe previsto un passaggio referendario come quello avvenuto in Crimea nel 2014, al momento però rinviato a data da destinarsi. Per questo dal Cremlino si sta cercando di lavorare su altre vie, come ad esempio l’introduzione del rublo avvenuta il primo maggio oppure la distribuzione di Sim telefoniche con numeri russi. Un modo quasi per far accettare quanto prima l’annessione come dato di fatto.

Ma più aumentano i segnali in questa direzione e più crescono non solo le manifestazioni, ma anche gli episodi di sabotaggio o gli attentati. Come quello per l’appunto che ha coinvolto, nell’oblast di Zaporizhzhya, il sindaco filorusso di Enerogdar. Oppure come quello che a maggio ha distrutto un ponte ferroviario non lontano da Melitopol, altra cittadina occupata dai russi. Proteste, scontri di piazza, ma anche per l’appunto sabotaggi e ordigni piazzati contro i nuovi amministratori. Sono tanti gli elementi messi in campo da chi non ha accettato l’occupazione russa.

Come scritto sul Corriere della Sera da Guido Olimpio e Andrea Marinelli, basta poco per provocare un importante danno a Mosca: un pezzo di metallo piazzato su un binario, un ordigno rudimentale piazzato in un punto strategico, ma anche una frase diffusa su Telegram per incitare a nuove proteste. In questa maniera gli ucraini potrebbero continuare a dare grattacapi al Cremlino per diverso tempo, obbligando Mosca a dirottare forze essenziali per le avanzate nel Donbass verso le aree già conquistate nel tentativo di tenerle costantemente sotto controllo.

Quei piani pre bellici che preoccupano Mosca

Le iniziative ucraine nei territori occupati non sono né sporadiche e né casuali. Al contrario, fanno parte di piani strategici elaborati prima dello scoppio del conflitto. Kiev, in particolare, per mesi ha addestrato gruppi di sabotatori su cui poter contare in caso di occupazione russa. Piani che risalirebbero al 2014, quando cioè sono iniziate le prime schermaglie di guerra nel Donbass. Sapendo dell’impossibilità di tenere tutti i territori una volta iniziato l’attacco russo, gli ucraini hanno creato i presupposti per far sentire la loro presenza in quelle aree dove Mosca ha piazzato la propria bandiera. A volte si tratta di piccole squadre speciali, altre volte di singoli cittadini. Per tutti valgono semplici ma fondamentali regole: fare il danno più ampio possibile ma al minor costo, attuare attacchi “a propria portata”, senza quindi avventurarsi in episodi dove si potrebbe essere facilmente individuabili, infine tenere le forze di Mosca sempre sotto pressione.

L’obiettivo è rendere cara la pelle ai russi, per poi sperare (per vie politiche o militari) di riprendere un giorno il controllo di quei territori o comunque mostrare a Mosca di dover fare i conti con la resistenza ucraina prima di annettere intere regioni. Il rischio per il Cremlino è quello di avere una guerra nella guerra, difficile da gestire nel lungo termine.

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