Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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Nei prossimi giorni si giocherà non solo il destino di un Paese, l’Ucraina, ma anche quello dei rapporti tra Occidente e Russia, tra Washington e Mosca: il 10 gennaio le due parti avranno colloqui bilaterali, il 12 si terrà una seduta del Nato-Russia Council mentre il 13 si radunerà l’Osce (Organization for Security and Co-operation in Europe).

La situazione è ben nota: la Russia ha mobilitato le proprie truppe (si ritiene circa 100mila soldati) posizionandole ai confini ucraini, spostando stavolta anche importanti assetti legati alla logistica (ad esempio il meccanismo della sanità militare) che nella crisi precedente, avvenuta tra marzo e aprile, non erano stati chiamati in causa.

Sul fronte opposto Stati Uniti e Nato mantengono alto il loro livello di allerta: i voli degli aerei da ricognizione elettronica sono all’ordine del giorno – come avviene da mesi – mentre sappiamo che alcune unità più avanzate sono state messe in preallarme, sebbene con l’ordine di tenersi pronte all’evacuazione, fattore che fa pensare alla volontà dell’Alleanza di non restare coinvolta in un conflitto aperto.

Abbiamo già avuto modo di dire che Mosca potrebbe attendere l’arrivo del gelo invernale per cominciare un’offensiva terrestre ed esistono alcuni fattori che fanno propendere per questa ipotesi. La retorica del Cremlino è cambiata: per la prima volta Mosca parla di mancanza di condizioni di sicurezza per i cittadini russi in Ucraina – in occasione dell’attentato alla sua legazione di Leopoli – e il presidente Vladimir Putin ha recentemente affermato che la Russia non ha più “spazio dove ritirarsi” davanti all’avanzata della Nato verso est.

Si prepara un conflitto?

Le probabilità di un conflitto, che avrebbe le caratteristiche di un’invasione dell’Ucraina, ora sono aumentate anche solo rispetto a un mese fa, quando i due leader mondiali si erano parlati in videoconferenza proprio per cercare di trovare un accomodamento che garantisse la pace in Europa.

Proviamo allora a fare un esercizio di analisi di scenario, prendendo in considerazione l’eventualità che Mosca decida di risolvere la questione ucraina militarmente: come potrebbe articolarsi un attacco russo?

Uno scenario di Hybrid Warfare pura come quello che ha portato all’annessione della Crimea è di difficile attuazione oggi. Le regioni ucraine a rilevante presenza russa sono rimaste poche, dopo il separatismo di Donetsk e Luhansk: restano quelle di Kharkiv e Zaporizhzhia mentre in quelle di Odessa, Mykolaiv, Dnepropetrovsk e Kherson vi è solo una maggioranza di popolazione russofona, che comunque non è palesemente schierata con Mosca come accaduto in Donbass e Crimea nel 2014. Il resto del Paese (altri 14 oblast) è a netta o predominante presenza ucrainofona.

Il Cremlino quindi, anche in considerazione delle manovre aggressive degli ultimi mesi, potrebbe – il condizionale è d’obbligo – aver perso quell’appoggio abilmente costruito nel 2014 attraverso una campagna di propaganda e disinformazione che ha portato la popolazione locale a sostenere l’intervento dei “piccoli omini verdi”, le forze speciali e paramilitari russe senza insegne che hanno di fatto occupato militarmente la penisola di Crimea.

Le tre opzioni

Una riedizione di quell’operazione di guerra ibrida magistrale è di difficile attuazione oggi, stante le diverse congiunture attualmente presenti nelle regioni a maggioranza russa. Purtuttavia non è da escludere che Mosca possa mobilitare le sue risorse paramilitari e militari (come unità del Gru), per innescare una sommossa propedeutica a un intervento di stabilizzazione, che stavolta, però, sarebbe giustificato solo dalla necessità di mettere in sicurezza generici interessi russi (ad esempio una legazione) minacciati dai rivoltosi o da qualche tipo di organizzazione russofoba che dovesse passare alle vie di fatto.

Anche in questo caso, molto probabilmente, l’intervento non sarebbe diretto, almeno non nelle prime fasi, ma il Cremlino si limiterebbe a fornire mezzi per le sue forze paramilitari (in un contesto sempre di Cyber Warfare) che avrebbero il compito di prendere il controllo delle regioni a maggioranza russa, sulla falsariga di quanto avvenuto in Donbass, ma stavolta in modo più incisivo – quindi con equipaggiamento più pesante – proprio per evitare il fallimento dell’operazione a causa della reazione ucraina, che oggi sarebbe sicuramente più coordinata ed efficace per via della maggiore esperienza accumulata da Kiev e per le migliorie del suo arsenale.

Una seconda opzione avrebbe più le connotazioni di un intervento militare diretto, e potrebbe comunque partire da un casus belli orchestrato ad arte – serve sempre giustificare l’intervento armato sul fronte interno. Mosca potrebbe dare il via a una campagna aerea e missilistica per eliminare i centri nevralgici di comando e controllo ucraini nelle regioni periferiche e russofone per procedere poi al colpo di mano definitivo in Donbass nonché alla penetrazione con truppe e mezzi negli oblast ucraini a maggioranza russa che abbiamo già indicato.

Una campagna aerea pura e semplice non avrebbe senso senza procedere poi a mettere truppe sul campo, con il compito di occupare effettivamente il territorio che altrimenti verrebbe lasciato in balia della reazione di Kiev, e per l’estensione geografica in esame non basterebbero le unità paramilitari o le forze speciali utilizzate “senza insegne”, sarebbe quindi necessario utilizzare l’esercito che già si trova schierato al confine. Un’opzione simile richiederebbe anche la mobilitazione della Flotta del Mar Nero, però col solo compito di appoggio e difesa dell’avanzata da possibili contrattacchi ucraini.

Una terza opzione, molto meno probabile e a nostro giudizio non praticabile dato l’alto prezzo politico, sarebbe quella di un’invasione su vasta scala: sempre a seguito di un pretesto che possa giustificare l’operazione militare, Mosca, dopo una serie di attacchi aerei e missilistici sui centri C4I, sulle basi aeree e sulle caserme ucraine, passerebbe all’invasione terrestre in grande stile con una manovra a tenaglia da nord e da est per puntare sulla capitale.

Una tale opzione prevedrebbe, molto probabilmente, anche un iniziale sbarco anfibio di diversione nella zona di Odessa, da effettuarsi post “ammorbidimento” del porto e dell’aeroporto con bombardamento missilistico navale e aereo, per stornare la difesa ucraina dal fronte nord, che sarebbe quello principale.

Abbiamo cercato di fare un rapido esercizio da “giochi di guerra”, consapevoli che l’opzione militare non è certa ma nemmeno da escludere stante l’alta probabilità che i colloqui dei prossimi giorni si risolvano in un fallimento, in quanto la maggior parte delle richieste del Cremlino sono semplicemente irricevibili da parte della Casa Bianca. Accettarle, per Washington, significherebbe perdere lo status di potenza globale, venire ridimensionata ad attore regionale – che è proprio il motivo per il quale il Cremlino ha alzato così tanto la posta – e quindi provocare un effetto a cascata sul fronte più importante – quello dell’Indo-Pacifico – che è strettamente legato alle sorti di quello europeo.

Se gli Stati Uniti dovessero cedere, infatti, i suoi alleati regionali in Estremo Oriente molto facilmente perderebbero la fiducia in Washington e potrebbero decidere di cedere all’aggressività cinese ed entrare nella sfera di influenza di Pechino, ricacciando indietro gli Usa di migliaia di miglia tenendoli così fuori dalle vitali rotte che passano per i mari del Pacifico Occidentale.

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