Se riavvolgiamo il nastro e guardiamo a cos’è stato il 2019 ricordiamo un anno attraversato da tensioni, proteste e manifestazioni in ogni parte del mondo. Ma anche da repressione e guerre. Poi nel 2020 è arrivata la pandemia. L’emergenza sanitaria, e le misure di contenimento, hanno avuto dirette conseguenze su quelle proteste, ma anche su conflitti e zone di crisi. E non sempre ha rallentato quei fenomeni, anzi in molti casi ha finito per accelerarli ancora di più.

Grazie al vasto database messo a disposizione dell’Armed Conflict Location & Event Data Project è possibile cercare di capire com’è cambiata la protesta, quali rivendicazioni si sono aggiunte e quali effetti ha avuto l’emergenza su guerre e gruppi terroristici.

La fine delle proteste

Lo scorso anno manifestanti e cittadini sono scesi in piazza in tutti e cinque i continenti. È il caso ad esempio all’ondata di manifestazioni che ha costretto alle dimissioni Abdelaziz Bouteflika, presidente dell’Algeria. Delle proteste contro il potere politico di Baghdad, in Iraq a quelle per le strade di Beirut in Libano, conto la classe politica e il collasso economico. Nella lista anche i violenti scontri in India per la legge sulla cittadinanza o le proteste studentesche in Cile.

Tutti questi fenomeni si sono poi attenuati dopo i picchi avuti alla fine del 2019. Secondo i dati Acled nel quarto trimestre del 2019 gli episodi classificabili come “proteste” erano stati oltre 24 mila in tutto il mondo. Tre mesi dopo, nel pieno della prima ondata, i numero è sceso a 18 mila mentre nel quarto trimestre addirittura a 15 mila. Persino gli eventi classificati come “rivolte” sono diminuiti passando dai 7.824 degli ultimi sei mesi del 2019 a 6.287 dei primi sei di quest’anno.

Se prendiamo alcuni dei casi citati, Algeria, Libano e Iraq, vediamo che il volume complessivo delle proteste tra la seconda metà dello scorso anno e quelle della prima metà di quello in corso il calo è stato del 32%.

La nuova rabbia alimentata dalla pandemia

A partire dall’estate però qualcosa si è riacceso e il motore dell’indignazione ha ripreso la sua corsa. Il coronavirus da un lato ha rallentato i movimenti in corso, ma dall’altro ha reso ancora più evidenti diseguaglianze e spaccature sociali insostenibili. Per questa ragione nella seconda parte di questo turbolento 2020 il numero di manifestazioni è tornato a crescere. Nel periodo luglio-agosto-settembre le proteste sono state oltre 26 mila.

In molti casi sono state sono state direttamente collegate alla risposta pandemica. È il caso d’esempio del Messico dove il numero di eventi è andato in crescendo per tutto l’anno con un piccolo di 1.665 manifestazioni tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno e che in molti casi hanno coinvolto operatori sanitari che si lamentavano per lo scarso appoggio e per i dispositivi di protezione individuale assenti. Anche l’Iran ha visto un aumento delle proteste passando dalle 295 del primo trimestre alle oltre 687 del terzo. Nella Repubblica islamica la pandemia ha colpito molto duramente complicando ancora di più una situazione economica già fragile.

Molti movimenti hanno ripreso voce e fiato anche per la carenza nella risposta pandemica. Emblematici in questo senso due Paesi: la Tunisia e ancora una volta il Libano. Nel Paese tra Algeria e Libia il volume delle proteste addirittura è stato più violento nel 2020 che nel 2019. Mentre nel Paese dei Cedri il numero delle manifestazioni è sceso ma molte si sono fatte più violente. Non solo per la crisi economica senza fine e per l’emergenza sanitaria, ma anche contro una politica ormai fallimentare, simboleggiata dalla violenta esplosione che ha devastato il porto di Beirut il 4 agosto scorso.

Il ritorno della repressione

La gran parte dei Paesi ha reagito alla pandemia con lockdown e chiusure, ma anche norme e disposizioni più repressive nei confronti della mobilità e della possibilità di assembramento. In Paesi con democrazie fragili questa è stata anche un’occasione per aumentare il controllo e la stretta sui cittadini. In Egitto il presidente Abdel al-Sisi ha inasprito la sua stretta sui media e aumentato la sua discrezionalità in materia di pubblica sicurezza. Non a caso, tra luglio e settembre, il numero di proteste con intervento delle forze di sicurezza sono aumentate in modo esponenziale. Passando alle sole sei nei primi sei mesi a 46.

Nel mondo le proteste concluse con una violenta repressione sono aumentate durante l’anno dopo un calo nei primi sei mesi, il periodo estivo ha visto un aumento di eventi repressivi a livello globale, in quasi 1.500 manifestazioni. Questo in particolare in Africa, dove molti governi hanno sfruttato la crisi per restringere lo spazio di manovra dell’opposizione. È il caso d’esempio della Guinea. Il Paese è stato segnato dalla violenza a margine delle elezioni presidenziali che hanno confermato per la terza volta l’82enne Alpha Conde. Diversi osservatori hanno sottolineato come nei mesi scorsi il regime abbia silenziato leader dell’opposizione e stroncato proteste.

Ma un discorso analogo vale anche per l’Uganda. Dove nella prima parte del 2020 la violenza contro i civili ha visto un grosso picco di casi. Ma numeri preoccupati si respirano pure in Nigeria e Sudafrica. Anche nelle Filippine la situazione si è deteriorata. Se nelle primissime fasi dell’epidemia la paura del contagio e le chiusure avevano di fatto ridotto vittime e scontri legati alla guerra alla droga; nella seconda parte dell’anno gli scontri sono tornati a livelli pre-covid. E il governo di Rodrigo Duterte sembra pronto ad approfittare delle restrizioni per insistere ancora di più sulle norme antiterrorismo, garantendo allo stato maggior potere in materia di arresti e detenzioni senza mandato.

La proliferazione di cartelli, gang e terroristi

Nel caos portato dal coronavirus c’è stato anche spazio per altri attori. Dove i governi erano già deboli l’emergenza ha permesso a diversi soggetti di conquistare maggiore spazio di manovra. È il caso delle forze islamiste, ad esempio, che hanno trasformato la pandemia in un’occasione per espandere ancora di più il proprio potere.

Dall’Africa alla Persia sono diversi gli attori che si sono ingranditi. In Mali la formazione qaedista Jnim, Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin, ha mantenuto la pressione sulle forze militari regolari. In Somalia le operazioni di al Sahabab non si sono mai fermate, così come i miliziani islamici di Mozambico hanno intensificato i loro attacchi nella provincia settentrionale di Cabo Delgato. Anche in Afghanistan la pressione dei Talebani sul governo di Kabul è cresciuta enormemente, soprattutto per riuscire da vere una posizione di maggiore forza nei colloqui di pace all’ombra del ritiro americano.

L’Afghanistan è però stato anche un laboratorio interessante per un altro tipo di fenomeno. I Talebani hanno infatti usato l’epidemia come arma politica. A più riprese hanno promesso di interrompere i combattimenti nei territori colpiti dal contagio per permettere l’intervento di operatori sanitari. Allo stesso tempo in molte zone hanno tenuto dei corsi alla popolazione locale per spiegare come avviene il contagio e come evitare la diffusione del virus, distribuendo anche dispositivi medici di protezione.

Una situazione analoga si è verificata in Messico. Nella terra dei cartelli, con le forze di sicurezza impegnate nell’emergenza sanitaria, i gruppi dediti al narcotraffico hanno intensificato la loro guerra per il controllo del territorio, con un aumento della violenza rispetto al 2019 soprattutto nella prima parte dell’anno quando fino a giugno si sono contati 2.895 atti violenti contro civili.

Ma come in Afghanistan, anche in Messico i cartelli hanno approfittato del coronavirus per migliorare la propria presa sul territori: hanno imposto forme di coprifuoco, distribuito viveri e generi di prima necessità. Più a sud le gang del triangolo El Salvador, Honduras e Guatemala hanno implementato forme di lockdown fai da te e ridotto le estorsioni come forma di sostegno alle popolazioni locali.

Le guerre che non finiscono

C’è un ultimo aspetto non meno importante che riguarda l’impatto del Covid-19 sulle crisi in corso. All’inizio dell’anno, dall’Onu in giù, decine di organizzazioni avevano chiesto a tutte le parti impegnate nei conflitti in corso di estendere delle tregue per evitare di diffondere ancora di più il contagio.

Scorrere verso il basso per vedere la differenza tra il 2019 e 2020

I dati ci mostrano però che ben poco è cambiato. In Myanmar il conflitto tra l’esercito e il gruppo United League of Arakan è continuato nonostante gli appelli, così come sono falliti gli appelli a una cessazione delle ostilità nelle Filippine e il New People’s Army.

Secondo i dati raccolti da Acled a preoccupare sono soprattutto Yemen e Libia. I due Paesi sono infatti quelli in cui nel corso del 2020 è aumentata maggiormente la violenza. In Yemen, primo al mondo per numero di eventi violenti, non è mai decollato cessate il fuoco e gli scontri tra forze sciite houthi e coalizione saudita sono continuati, così come gli scontri tra milizie separatiste nel sud del Paese. Discorso analogo per la Libia, dove gli scontri tra le forze dell’Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar e quelle del Gna di Tripoli hanno usato la pandemia come scusa per non interrompere le operazioni militari sul terreno.

In Medio Oriente da segnalare come le forze turche abbiano intensificato le operazioni contro il Pkk lanciando verso l’estate due nuove iniziative: la campagna di bombardamenti aerei “Artiglio dell’aquila” e quella via terra “Artiglio della tigre”. In entrambi i casi la gran parte delle operazioni si sono svolte nell’area del Kurdistan Iracheno e hanno provocato centinaia di morti.

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