La geopolitica della corsa allo spazio
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Verso la metà del 17esimo secolo, gli europei gettarono le fondamenta del diritto internazionale sul commercio marittimo sulla base del cosiddetto “diritto naturale”, o “res communis”. All’interno del libro Mare Liberum, un classico nella storia delle relazioni internazionali, venne infatti ufficialmente proclamato il principio innovativo per cui il mare fosse un territorio internazionale, e che tutti i paesi fossero liberi di effettuare scambi commerciali lungo le rotte marittime.

Questo principio della “libertà dei mari” aveva indubbiamente un duplice scopo: il primo era quello di favorire il libero scambio, e il secondo di dare una giustificazione ideologica all’ascesa di alcuni monopoli economici tra le flotte olandesi, britanniche e spagnole che si contendevano il predominio del commercio globale.

Da allora ci sono state soltanto varie dispute ma nessuna regolamentazione internazionale circa il dominio dei mari, e gli stati costieri hanno applicato il principio per cui il mare fosse “un’estensione della terraferma”; nel 18esimo secolo, tuttavia, venne accolto il principio per cui il dominio delle acque fosse limitato ad un’area difendibile da un cannone sulla terraferma, una regola che venne successivamente adottata universalmente come il “limite delle tre miglia”.

Oggi molti studiosi fanno lo stesso confronto con lo spazio extraterrestre — un luogo per natura illimitato e, per il momento, militarmente indifendibile — utilizzando gli oceani come termine di paragone naturale e normativo, per ispirare delle leggi sull’esplorazione spaziale.

La legge più basilare in materia di spazio extraterrestre è l’Outer Space Treaty dell’ONU del 1967, fortemente improntata dalla dottrina res communis, per cui lo spazio appartiene al genere umano ma a nessun individuo o paese. Un principio nobile, ma che si rivelò fuori orbita rispetto al contesto politico, economico e sociale allora in evoluzione ed impossibilitato a competere con le innovazioni tecnologiche del tempo.

Infine, questo trattato pare tuttora ben lontano dal rappresentare una vera e propria fonte di sicurezza.

Nel 21esimo secolo, infatti, le orbite intorno alla Terra sono sempre più popolate da un numero crescente di satelliti ed astronavi, sia a scopi commerciali ma soprattutto militari e di intelligence, con le sfide economiche e militari che si spostano dai mari del nostro pianeta agli oceani dell’universo.

Stati Uniti e Cina hanno dato il via ad una nuova corsa spaziale in cui la Luna, e con essa l’orbita cislunare, rappresenta un bersaglio strategico più che operazionale.

I paesi moderni hanno sempre regolamentato le proprie relazioni sulla base di confini tracciati rigidamente, e quando ciò non fosse stato possibile, all’attività diplomatica è seguita quella militare, come ci ha in fondo insegnato tale “diritto naturale”.

Ma è possibile tracciare un limes nello spazio?

Ovviamente non sembra possibile, in quanto le astronavi beneficiano dell’assenza di una sovranità di sorvolo. Un satellite può essere messo in orbita ad altitudini differenti e sorvolare il mondo intero; è però curioso come alcune aree che sono parte di quel limes spaziale intorno alla Terra, ovvero le orbite geostazionarie, siano invece ufficialmente regolamentate.

Al giorno d’oggi esiste dunque un quadro normativo ibrido, in vigore soltanto per alcune tipologie di orbite, e nient’altro per ciò che si trova oltre la sfera geostazionaria, verso lo spazio extraterrestre più distante o cislunare, dove non vi è alcuna norma di diritto internazionale.

Le orbite terrestri si stanno drasticamente popolando di decine di migliaia di satelliti, e presto ci troveremo in una situazione paragonabile a quella di una vera e propria invasione stellare. Sarebbe come se uno stato sovrano, due secoli fa, si fosse improvvisamente ritrovato migliaia di navi nemiche lungo le proprie coste.

Oltre all’assenza del diritto internazionale figura anche un rischio di ecosostenibilità, un qualcosa che ci appare distante ma che in realtà non è. In orbita, i satelliti si schiantano l’uno contro l’altro — a volte per caso, a volte no — ed inquinano a diversi livelli, producendo una mole di detriti inimmaginabile. Inoltre c’è un altro rischio, legato alla pervasività commerciale delle nuove corporazioni private di tutto il mondo, che puntano al profitto sviluppando qualsiasi nuovo sistema spaziale in mancanza di un’apposita legge sul commercio nello spazio.

Sarebbe necessario affrontare immediatamente la questione ed applicare norme laddove possibile, e non attendere per farlo soltanto in seguito al manifestarsi di eventi critici in termini di ecosostenibilità o economia spaziale.

L’attuale dottrina che regola lo spazio internazionale non può portare da nessuna parte, e per un vero passo in avanti, l’Outer Space Treaty andrebbe riconsiderato sulla base della realtà di oggi. Facile a dirsi, più difficile a farsi.

Andrebbe creato un forum internazionale — in cui l’Unione Europea dovrebbe prendere una posizione di rilievo da player globale — per coinvolgere think tank in ambito giuridico e porre le fondamenta per una nuova era del diritto spaziale internazionale.

L’idea di migliorare l’Outer Space Treaty sembra difficile poiché tra i paesi firmatari non c’è ampio consenso; pertanto l’opzione più verosimile sembrerebbe quella di partire da un nucleo ristretto di paesi — UE, Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Giappone e Australia — per dare forma ad una policy spaziale comune, legata ad un accordo di cooperazione reciproca per la sicurezza e la difesa nello spazio. Ciò potrebbe fornire una piattaforma per iniziare a rimodellare il diritto spaziale internazionale e dare forma anche ad accordi multilaterali con altri paesi.

L’idea è che, col tempo, gli accordi multilaterali nati delle policy spaziali domestiche riescano a rimodellare la concezione di diritto spaziale internazionale, rendendo l’Outer Space Treaty ridondante, o quanto meno a fare in modo che la comunità internazionale ridefinisca la dottrina res communis.

Il nucleo di paesi menzionati poc’anzi non è casuale, e riflette il subbuglio dovuto alla guerra in Ucraina. E poiché la geopolitica è l’analisi dell’influenza geografica sulle dinamiche di potere nelle relazioni internazionali, è chiaro come lo spazio sia ora l’elemento geografico da tenere attentamente in considerazione, e come i paesi che condividono gli stessi valori siano costretti a cercare una convergenza tra di essi.

E chi non compie passi in tale direzione dovrebbe riflettere bene sul fatto che i conflitti armati nello spazio diventeranno la realtà, anche prima di quanto ci si possa immaginare.

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