“Vedremo un Medio Oriente diverso, una realtà che non abbiamo mai visto finora“: parlando agli israeliani, Benjamin Netanyahu ha utilizzato toni enfatici per presentare il fine esplicito del conflitto secondo Tel Aviv e il suo governo. Non solo si parla di fermare il presunto avvicinamento dell’Iran alla costruzione di un ordigno nucleare e non ci si ferma nemmeno di fronte all’ipotesi di rovesciare la Repubblica Islamica e il regime degli Ayatollah, ma si arriva fino al non plus ultra della totale ridefinizione del Medio Oriente. In senso, chiaramente, orientato a una maggiore sicurezza di Israele.
Il progetto strategico di Israele
Non è una vanteria, ma un importante progetto strategico a cui il primo ministro israeliano pensa da decenni e che nei tempi si è saldato con un ambizioso disegno statunitense, soprattutto dell’élite interventista neoconservatrice, al fine di orientare il futuro della regione: plasmare un nuovo Medio Oriente rovesciando i regimi ostili, sostituendoli con attori conniventi o – in alternativa – con buchi neri geopolitici, blindare la regione dalla possibilità che attori esterni la controllino.
In ultima istanza, se necessario, ridisegnandone i confini, come del resto lo stesso Netanyahu ha dichiarato arrivando alla Casa Bianca da Donald Trump a febbraio per il primo incontro dopo la rielezione del tycoon. La caduta dell’Iran a guida degli ayatollah, principale rivale strategico di Israele e avversario geopolitico di prima importanza per gli Stati Uniti, è oggigiorno ritenuta la condizione necessaria per rendere effettivo questo piano.
Condizione necessaria ma da sola non sufficiente perché ad oggi perseguita dopo le dovute premesse: con il gancio dei massacri del 7 ottobre 2023 e lo scoppio della guerra di Gaza, Israele ha perseguito una strategia precisa volta a destrutturare la rete iraniana, a partire dai miliziani di Hezbollah, in Medio Oriente, ad espandere i suoi confini verso Palestina, Libano e Siria, ad aprire la strada per i raid iniziati il 13 giugno contro la Repubblica Islamica.
La caduta della Siria di Bashar al-Assad ha detronizzato il secondo dei tre regimi ritenuti ostili da Washington e Tel Aviv tra fine Anni Novanta e inizio Anni Duemila. Gli altri due erano quello iracheno di Saddam Hussein, travolto nel 2003 dall’invasione americana, e chiaramente l’Iran dell’Ayatollah Ali Khamenei, oggi messo nel mirino. La strategia di Netanyahu viene da lontano. Ha quasi trent’anni.
Un piano che viene da lontano
Era il 1996 quando il leader del Likud, insediatosi per la prima volta alla guida di Israele, ricevette sulla scrivania il documento strategico A Clean Break: A New Strategy for Securing the Realm, firmato da un gruppo di studiosi americani neoconservatori guidati da Richard Perle che avrebbero servito nell’amministrazione Usa di George W. Bush nei primi Anni Duemila.
Il documento enfatizzava la necessità di “una nuova strategia di Israele, basata su una filosofia condivisa di pace attraverso la forza, riflettente la continuità con i valori occidentali, sottolineante che Israele è autosufficiente, non ha bisogno delle truppe statunitensi in alcun modo per difendersi e può gestire i propri affari. Tale autosufficienza garantirà a Israele maggiore libertà d’azione e eliminerà una significativa leva di pressione esercitata contro di esso in passato”, aprendo la strada a un crescente interventismo.
Il documento indicava Siria, Hezbollah libanesi, Iraq e Iran come nemici naturali. Oggigiorno, resta solo Teheran a rappresentare una sfida per Tel Aviv e Netanyahu. La cui ossessione per il tracollo dell’Iran è nota da tempo. La testata pakistana Dawn ricorda che testimoniando come esperto di politica regionale nel 2002, mentre era nell’intermezzo tra le sue esperienze da premier, al Congresso Usa Bibi sostenne il cambio di regime nell’Iraq di Saddam anche per mandare un messaggio al vicino Iran su una possibile replica di quanto accaduto.
Dello stesso avviso erano altre proposte dei politologi neoconservatori che favorivano l’idea di riscrivere i confini regionali su linee etniche o confessionali, spezzettandone il territorio statuale in un complesso divide et impera.
Rendere il Medio Oriente ingovernabile
Il Medio Oriente andava reso o allineato all’asse Washington-Tel Aviv o, potenzialmente, reso destrutturato e ingovernabile per potenze terze, in particolar modo Russia e Cina, per toglierlo alla disponibilità di chi volesse usarlo per aumentare la propria proiezione geopolitica, economica, energetica, infrastrutturale a scapito della leadership tradizionale americana nella regione. Un trend, questo, che gli avvicinamenti commerciali e diplomatici e il ruolo da pontieri delle potenze arabe del Golfo e della Turchia sembravano intese ad assecondare e stanno incentivando da inizio secolo.
Di questo piano la “Guerra Grande” del Medio Oriente scatenata da Israele su ogni fronte dopo il 7 ottobre 2023 è l’ultimo stadio. Lo Stato Ebraico, da allora, ha colpito i suoi nemici, espanso i suoi confini su tre fronti, visto la morte di leader nemici tra Hamas, Hezbollah e altri gruppi minori, assistito alla caduta della Siria e alla destrutturazione della sua unità statuale, da ultimo lanciato l’all-in con la guerra all’Iran.
Per Netanyahu la sicurezza di Israele passa per l’insicurezza altrui. Per Washington, l’obiettivo è quello di governare il Medio Oriente rendendolo ingovernabile per i nemici. Nel mezzo, il caos di un mondo sempre più competitivo che oggi “Bibi” sembra voler solo rendere più anarchico.
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