Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

C’è un flusso di armi che continua ad alimentare la guerra in Yemen. Quel flusso, direttamente, o indirettamente, arriva all’Iran. La Repubblica islamica ha contribuito all’escalation bellica fornendo ogni tipo di appoggio agli houthi, la milizia sciita che contende il potere con ciò che resta del governo dell’ex presidente Abdrabbuh Mansur-Hadi. Ma andiamo con ordine.

Il Paese si è infiammato a partire dal 2011 con l’avvento delle cosiddette primavere arabe. Ma è nel 2015 che la situazione precipita. Gli houthi conquistano la capitale Sana’a cacciando Hadi e l’Arabia Saudita inizia la sua campagna per liberare lo Yemen dagli sciiti. Da qual momento il Paese è sprofondato in un conflitto settario che ha preso le sembianze di una guerra per procura. Riad ha raccolto intorno a sé una coalizione e compiuto centinaia di raid nel Nord del Paese. Teheran ha invece fornito armi e supporto logistico ai ribelli. Il legame tra l’Iran e i miliziani, è nato molti prima delle primavere arabe e nel corso del tempo si è affinato.

Il traffico di armi: la cattura dei cargo nei Mar Arabico

Il primo segno che le armi in mano ai ribelli sciiti non fossero di produzione propria, o provenienti da arsenali delle truppe lealiste, è arrivato con un’analisi del Conflict Armament Research (Car). In particolare per quanto riguarda il drone Qasef-1 Uav. Gli insorti hanno sempre dichiarato che si tratta di un prodotto casalingo ma in realtà gli esperti del centro di ricerca hanno dimostrato che si tratta di un mezzo costruito con componenti iraniani. Il Qasef-1 sarebbe infatti della stessa famiglia degli iraniani Ababil. In alcuni droni esaminati si notano numeri di serie molto simili che indicano l’appartamento tra il mezzo usato dagli houthi e quello prodotto in Iran. Questi dispositivi sono spesso stati usati per colpire i sistemi di difesa missilistici dell’Arabia Saudita, come le batterie Petriot lungo il confine meridionale.

Ovviamente le forniture non si fermano qui. Nic Jenzen-Jones, uno specialista dell’Armament Research Services ha passato diverso tempo a studiare i passaggi di armi tra Iran e Yemen. Oltre ai droni sarebbero arrivati anche diversi armamenti come missili anti nave o lanciarazzi. Resta però la grande questione di come quelle armi siano arrivate sul suolo yemenita. Tre sequestri avvenuti nel 2016 ci spiegano come sia avvenuto il passaggio di armi. Febbraio e Marzo del 2016 tre navi da guerra della Combined Maritime Forces (CMF), una missione di pattugliamento internazionale nel Mar Rosso e Oceano Indiano occidentale, la HMAS Darwin la FS Provence e l’USS Sirocco, hanno fermato tre natanti che stavano trasportando migliaia di armamenti, destinati alla Somalia e allo Yemen.

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Il Car, incrociando i numeri di matricola di alcuni dei pezzi trovati a bordo di quelle navi, è riuscito a ricostruirne il percorso. In particolare che sia esistia una sorta di pipeline di armi proveniente dai porti iraniani, per poi far scalo in quelli somali prima di puntare verso le coste dello Yemen. Ma l’analisi dei numeri di serie ha fornito anche altre indicazioni. La sequenzialità delle matrici ha indicato che si trattasse di armi leggere provenienti da arsenali e non da fonti non statali. Altri dati, individuati in almeno due sequestri, hanno mostrato che alcuni armamenti erano con ogni probabilità di produzione nordcoreana. A suggello di tutto, due delle tre navi catturate erano state prodotte dall’azienda iraniana Al Mansoor. Mentre fonti locali nella regione del Puntland, in Somalia, hanno confermato che i vascelli Al Mansoo hanno rifornito il mercato locale per lungo tempo usando anche i porti dell’area come punto di transito.

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Le nuove rotte: piccole navi a largo del Kuwait

I sequestri, e il parziale smantellamento della pipeline, non hanno però fermato il Paese degli Ayatollah. Qualche mese fa fonti della Reuters hanno confermato che i pasdaran hanno iniziato ad aprire una nuova rotta per rifornire i ribelli. In particolare utilizzerebbero le acque nella parte alta del Golfo Perisco nel tratto di mare tra Iran e Kuwait. Usando questo nuovo itinerario le navi iraniane trasferiscono gli armamenti in vascelli molto più piccoli che solitamente vengono sottoposti a controlli meno rigidi. I trasbordi, per non destare sospetti, avvengono molto spesso nelle acque del Kuwait vicino alle grandi rotte di navigazione verso l’Oceano indiano.

Un ufficiale iraniano ha confessato che spesso parti di missile, lanciarazzi e droga vengono trafficate verso lo Yemen attraverso le acque del Kuwait. Non solo. Le stesse rotte vedono spesso utilizzate per trasportare denaro. Ma il vero fulcro del traffico resta la componentistica. L’invio di materiale per assembrare missili che altrimenti non potrebbero essere realizzati in Yemen. Mentre la droga e soldi avrebbero la funzione di sovvenzionare altre attività sul campo dei ribelli.

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Il Kuwait ha ovviamente negato tutto dicendo di essere in grado di controllare in modo completo le proprie acque territoriali. Quello che è certo però è che nel corso del 2017 non ci sono più stati grossi sequestri d’armi. Ma un secondo ufficiale iraniano ha confidato a Reuters che sarebbe sbagliato parlare di traffico, quando di un’”attività” dato che il contrabbando riguarda poco materiale. Ma ha specificato che si tratta comunque di “rotte sicure” e che questo tipo di operazioni vengono condotte in piccoli porti lungo la costa iraniana, lontano quindi da quelli di maggiore dimensione che sarebbero sempre sotto osservazione.

Gerry Northwood, del think tank MAST ha spiegato che quasi tutto il Golfo Persico è un’ottima zona per le attività delle piccole barche. Iran, Iraq e Kuwait competono per l’egemonia nell’area quindi ogni tipo di collaborazione è inesistente. Ogni giorno centinaia di imbarcazioni navigano indisturbate attraverso lo stretto di Hormuz e poi quello di Bab el-Mandeb. Tutte le navi battenti bandiera iraniana spengono i propri transponder per giorni, si incrociano con altre navi con un sistema di staffette oppure lasciano il carico da trasportare nei pressi di una boa che viene poi recuperato da altre imbarcazioni.

yemen nuove rotte

Il supporto logistico: come Teheran addestra i miliziani houthi

Oltre alle armi, i guardiani della rivoluzione offrono anche un pieno appoggio strategico gli houthi. I pasdaran iraniani, stando a un rapporto dell’Iranian Crime Research Institute sono presenti da tempo in Yemen. In particolare quattro comandanti militari si troverebbero sul luogo per fornire un appoggio ai miliziani. Tra questi ci sarebbero i colonnelli Ridaa Bassini e Ali al-Rajabi e il generale Mohammad Niazi. Il rapporto dell’istituto ha spiegato che il team si trova nel Paese per fornire dare indicazioni dirette sulle operazioni militari. Non solo. Il documento ha mostrato anche che il ministero della Difesa iraniano, per bypassare le crescenti limitazioni all’invio di armi, ha allargato il programma di invio di consulenti che insegnino ai miliziani come costruire armi e munizioni. Oltre un migliaio di ribelli houthi sarebbero stati addestrati dai guardiani della rivoluzione e altri 250 dalle forze Quds (il braccio dei pasdaran impegnato fuori dall’Iran) nella città iraniana di Hamedan.

Ma campi di addestramento sono stati individuati anche in Libano, grazie all’appoggio e all’abilità militare dei comandati di Hezbollah. L’asse sciita però è stato molto attivo anche in prima persona. Secondo uno studio visionato da al monitor, nel 2017 23 soldati iraniani sono stati uccisi o catturati in Yemen mentre 21 guerriglieri di Hezbollah sono scomparsi. Ma il contingente di combattenti stranieri tra le file houthi potrebbe allargarsi con l’arrivo di combattenti afghani spinti da Teheran.Non bastasse questo il report indica che solo nel 2016 Teheran ha fornito agli houthi aiuti in varie forme pari a 90 milioni di dollari.

yemen rotte via terraLa nota dell’Onu: difficile dimostrare il coinvolgimento dell’Iran

In più di un’occasione l’Onu è intervenuto sugli scambi tra houthi e Iran e sulla violazione dell’embargo. Spesso durante le sessioni i diplomatici sauditi e quelli iraniani si sono scontrati sulla questione delle forniture di armi. Anche gli Usa, per bocca dell’ambasciatrice Nikky Haley, hanno puntato il dito contro Teheran colpevole di fornire i componenti per i missili balistici che minacciano Riad, solo tra 11 e 12 aprile la capitale saudita è stata presa di mira con due lanci. La situazione ha spinto le Nazioni Unite ad agire e per due anni consecutivi un panel di esperti si è messo a lavoro per analizzare il conflitto. All’inizio del 2018 è stato pubblicato un nuovo rapporto che conferma le accuse di Usa e Arabia solo in parte. 

Nel documento si legge infatti che «non sono state trovate sufficienti prove che confermino un diretta fornitura di armi su larga scala da parte della Repubblica Islamica», ma conferma però che sul terreno gli Houthi hanno usato missili anti-carro prodotti dall’Iran. Gli esperti hanno scritto anche che la supremazia aerea dell’Arabia e della sua coalizione restringe le forniture agli houthi a poche opzioni: quella marittima fiaccata dai sequestri e ridotta a piccole navi e quella via terra (definita anche “traffico formica”) che viaggia su rotte istituite prima dell’embargo e che possono fornire (in particolare attraverso l’Oman) poche armi specifiche, magari con spedizioni camuffate. Non è chiaro però quanto il volume possa influire sulle sorti del conflitto. Quello che invece è certo è che questa goccia continua proveniente in varie forme da Teheran rischia di prolungare la guerra ancora per molti anni. 

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