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Martedì 9 settembre, un raid aereo fulmino e completamente inaspettato, lanciato a distanza da Israele, centra una villa in un quartiere residenziale di Doha, in Qatar. All’interno della struttura dovevano trovarsi i vertici di Hamas che conducono i negoziati al sicuro nel potentato del Golfo, che invece sembra non essere riuscito a garantire la loro incolumità. Un problema da non sottovalutare, che ora richiede una risposta “concreta”, stando alla precise parole l’emiro Al-Thani.

Rapporti d’intelligence e ipotesi

Inizialmente i primi rapporti diffusi dalle intelligence occidentali, non meglio identificate dalle piattaforme Osint e non-Osint che le hanno diffuse, avevano suggerito che l’attacco – condotto da caccia israeliani armati con un missile aviolanciato di nuova concezione – fosse partito da coordinate diverse da Israele e distanti dal Golfo Persico.

Si era pensato alla Siria, ormai priva di sistemi di rilevazione / difesa aerea, per poi considerare la ricostruzione diffusa dal Wall Street Journal che parla di un attacco condotto da coordinate sempre distanti dal Golfo, ma localizzate nel Mar Rosso Settentrionale, dove una formazione composta da almeno dodici caccia israeliani, tra cui vengono citati otto F-15 Ra’am e quattro F-35 Adir, avrebbero lanciato più di un missile balistico che, superando ad altissima quota lo spazio aereo dell’Arabia Saudita, avrebbe poi raggiunto, in discesa balistica, il Qatar. Nel caso di un lancio dalla Siria, i missili avrebbero “sormontato” lo spazio aereo di Iraq e Kuwait, prima di compiere la loro discesa.

Gli americani avvertiti “solo pochi minuti prima”?

Secondo quanto riportato alti funzionari statunitensi considerati informati sui fatti, Israele ha notificato al Pentagono il lancio dell’operazione “solo pochi minuti prima dell’attacco“. Dichiarando che stava “eseguendo un attacco contro Hamas“. Le capacità militari statunitensi avrebbero poi confermato, attraverso “tracce di calore a infrarossi proiettate dal lancio e dalla traiettoria dei missili“, che l’obiettivo si trovava a Doha. Dove gli emissari degli Stati Uniti sono parte essenziale dei negoziati per il rilascio degli ostaggi, lo stop delle operazioni militari condotte dall’IDF e la fine delle ostilità nella Striscia di Gaza.

Secondo la ricostruzione fornita da OsintDefender, il Comando Centrale degli Stati Uniti avrebbe informato il nuovo Capo di stato maggiore delle forze armate Dan Caine (addetto agli affari militare presso la CIA da 2021 al 2024) che avrebbe immediatamente informato la Casa Bianca. La catena avrebbe previsto un ordine impartito dal presidente Donald Trump all’inviato speciale Steve Witkoff per informare gli omologhi in Qatar, ma il caso vuole che fosse “già troppo tardi“.

L’avvertimento sarebbe arrivato “circa dieci minuti dopo che i missili avevano colpito il luogo di incontro” a Doha. Come è stato possibile per gli israeliani colpire “indisturbatamente” Doha? O le difese aeree del Qatar sono state semplicemente battute da Israele?

Parola all’esperto, Francesco Ferrante da Doha

Francesco Ferrante, ex ufficiale del Comando Operativo Interforze e della Nato, ed esperto in pianificazione operativa e targeting — con una lunga carriera e vasta esperienza operativa, si trova a Doha per addestrare le forze qatarine (e in passato ci ha già supportato nella concezione delle procedure e nella gestione della complessità operativa). Ha risposto volentieri alle nostre domande per cercare di fare chiarezza sugli eventi.

Dal punto di vista targeting, esordisce Ferrante, l’ovvietà da dover chiarire e’ che l’obiettivo selezionato dagli israeliani per ingaggio non fosse l’edificio basso sito nel distretto di Leqtaifiya in se (come largamente mostrato dalle immagini), ma parte della leadership di Hamas. Va da se che l’edificio sia stato selezionato quale luogo di incontro di diverse figure di spicco di Hamas — incontro finalizzato, secondo quanto ampiamente riferito, proprio a discutere le proposte di cessate il fuoco avanzate dagli Stati Uniti

Anche gli americani — sottolinea — avevano chiesto di riunirsi e parlarne“. L’obiettivo, quindi — “dal punto di vista del target set, come lo chiamiamo noi” (ossia usando classificazione con cui gli addetti Nato lavorano al processo di “targeting”, tramite quale pianificano, selezionano e propongono un obiettivo, vagliando le armi più idonee dopo una stima degli  effetti/danni collaterali) — era chiaramente la leadership di Hamas.

Secondo Ferrante, la “complicità di qualcuno” figura tra le ipotesi più verosimili.

Questo perché, prima di colpire un target di tale levatura —classificato tecnicamente come HVT (High Value Target) — viene effettuato un cross-check (positive identification) per verificare che il bersaglio, al momento dell’ingaggio, si trovi effettivamente nella posizione indicata dalle informazioni precedenti. Come si può immaginare, spiega Ferrante, obiettivi di cosi’ alto valore per Israele, come la leadership di un’organizzazione o di una milizia, “si muovono e si nascondono“,  per evitare di essere bersagli facili, anche in quei luoghi in cui si ritengono protetti.

Per questo, prima di “ingaggiare fisicamente” l’obiettivo, di solito è necessaria una positive identification, o comunque “un’ultima chiamata/conferma”. 

Ciò può avvenire mediante sistemi di intercettazione elettronica — per esempio il monitoraggio dei telefoni cellulari o di dispositivi mobili associati al target — oppure tramite fonti umane vicine, un team o un infiltrato, che confermi la posizione effettiva. Nella sua valutazione personale, l’esperto ritiene plausibile che gli israeliani abbiano ricevuto precedentemente questa segnalazione, perché un’operazione del genere non si improvvisa in tempi stretti. Una volta ottenuta la conferma dalla fonte a terra o dal sistema, gli aerei sarebbero decollati e avrebbero lanciato i missili contro l’obiettivo.

Dal punto di vista tecnico, Ferrante richiama l’attenzione sulla netta condanna qatarina dell’attacco: il Qatar è profondamente irritato non solo con Israele, ma anche con gli Stati Uniti, dai quali ha acquistato i propri sistemi di difesa aerea. “Se piattaforme aeree, o qualsiasi altra forma di minaccia, dovesse entrare nel tuo spazio aereo, tu devi avere la capacità di vedere, tracciare ed intercettare“.

Accecare un intero sistema di difesa aerea, si può?

Secondo Ferrante, la vera domanda cruciale da porsi in questa occasione è se “qualcuno possa avere la capacita’ di “inibire” i sistemi Early Warning (EW) della difesa aerea qatarina“. I sistemi di difesa aerea del Qatar sono prodotti negli Stati Uniti; pertanto l’ipotesi che qualcuno possa “premere il tasto giusto” al momento opportuno per rendere ciechi i sistemi per 5–10–15 minuti — ossia il tempo necessario all’azione — è per Doha inaccettabile. È evidente che lo Stato qatariota si trova ora davanti a un problema di responsabilità e credibilità.

Mentre parlo con Francesco, viene richiamata l’attenzione al continuo rumore dei jet in decollo e atterraggio dall’aeroporto di Doha, per non sottostimare anche il potenziale pericolo creatosi alla sicurezza del traffico aereo locale. In assenza degli avvertimenti e delle procedure necessarie a garantirne la sicurezza, l’aeroporto è rimasto “completamente operativo” durante il raid aereo: un rischio grave e un’ulteriore ragione della forte reazione del Qatar.

Quale risposta, dal Qatar o dai Paesi del Golfo?

Il Qatar ha avviato colloqui con i partner regionali multilaterali, cui ha partecipato anche l’Arabia Saudita, per concordare una “risposta forte e concreta” a questa grave violazione. Di fronte alle delegazioni di circa cinquanta nazioni musulmane e arabe riunite in Qatar, l’emiro Tamim bin Hamad al-Thani ha duramente criticato l’attacco, definendolo “evidente, infido e codardo”, e ha invitato i Paesi presenti a compiere “passi concreti”.

Secondo Ferrante, l’unità del mondo arabo resta argomento complesso e non può essere ricondotta a un singolo evento. Ciò che tuttavia suscita preoccupazione è il rischio che episodi simili possano ripetersi in futuro, coinvolgendo i cieli di altre potenze del Golfo o di Stati terzi, soprattutto fra coloro che hanno acquistato sofisticati sistemi di difesa aerea. In questo contesto, la risposta, secondo Ferrante, difficilmente avverrà sul piano strettamente militare.

Ogni attore statale dispone di diversi strumenti di potenza: politici, diplomatici, economici, sociali, informativi — e solo in ultima istanza quello militare“. Il Qatar “non è il tipo di attore statale che può rispondere -oggi- ad Israele sul piano militare“. “Ma, anche se è piccolo“, ricorda Ferrante, “è un gigante in diplomazia come lo e’ sul campo economico“. “Quindi — conclude — qualcosa accadrà, ma avverrà certamente su un piano strategico, non operativo-tattico“.

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