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Guerra /

Per Israele l’Africa è una antica passione. Già nel 1957 Gerusalemme aprì nel Ghana appena indipendente la prima ambasciata; nel 1962 Felix Houphouet-Boigny, primo presidente della Costa d’Avorio e pilastro della France Afrique, volò nella terra di Davide dove saldò una ferrea alleanza con Ben Gurion e Golda Meir, la geniale architetta della politica estera israeliana. Negli anni successivi la signora strinse fruttuosi rapporti con il presidente kenyano Jomo Kenyatta, con il Senegal di Leopold Senghor, l’Etiopia di Hailé Selassie e il Congo di Mobutu. Una strategia vincente e, benché inserita nel contesto della Guerra fredda, sufficientemente autonoma dalle politiche americane e distante (se non talvolta opposta) agli interessi degli anglo-francesi.

La guerra del 1973 segnò una battuta d’arresto nei rapporti afro-israeliani. Sotto la pressione dell’Arabia Saudita e dell’Organizzazione dell’unità africana, i paesi subsahariani (con l’eccezione del Sud Africa dell’apartheid) furono costretti ad interrompere (almeno formalmente) i rapporti. La frattura iniziò a ricomporsi a partire dagli accordi di Camp David del 1979 tra Egitto e Israele e, poi, con gli accordi di pace di Oslo firmati nel 1993 da Rabin e Arafat. Alla luce degli eventi sempre più capitali africane (a partire da Abidjan, Kinshasa e Yaoundè) iniziarono a normalizzare le relazioni con Gerusalemme. Un percorso distensivo accelerato nell’ultimo decennio dall’attivismo panafricano di Benjamin Netanyahu. Nell’arco del suo lungo mandato (2009-2020), l’ex primo ministro ha visitato ripetutamente il continente stabilendo relazioni diplomatiche con 39 dei 54 paesi africani. Attualmente sono 13 le ambasciate di Israele in Africa: Kenya, Etiopia, Angola, Sudafrica, Camerun, Costa d’Avorio, Egitto, Eritrea, Ghana, Nigeria, Ruanda, Senegal e Sud Sudan (a breve, turbolenze interne permettendo, dovrebbero aggiungersi alla lista anche il Sudan e l’Uganda). A sua volta il Marocco, dopo l’intesa del dicembre 2020, si appresta a stabilire relazioni diplomatiche “complete” entro il 2022.

Teatro privilegiato dell’espansione israeliana è il Corno d’Africa. Non a caso. Per lo stato ebraico è fondamentale — considerata l’invasività dell’Iran nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano — mantenere in sicurezza la rotta marittima tra lo stretto di Bab el Mandeb e Eilat e Suez. Da qui il suo appoggio, discreto ma sostanziale, ad Etiopia, Eritrea e Kenya e il forte interesse per il Sudan. Gli israeliani sono inoltre ben presenti nel quadrante dell’Africa Occidentale (Senegal, Costa d’Avorio, Ghana, Togo, Nigeria, Camerun) e in Ruanda e Sud Africa con numerose aziende impegnate nell’agricoltura, nel campo dell’energia (in quella solare in particolare), nel settore della tecnologia avanzata e nel commercio delle pietre preziose, principalmente i diamanti.

Accanto alle normali attività commerciali c’è poi il comparto militare. Un lavorio continuo ed efficace condotto con felpata determinazione una rete di uomini d’affari, consulenti di ogni tipo e aziende. I loro nomi? Gaby Peretz, Didier Sabag, Orland Barak, Hubert Haddad, Eran Romano o Igal Cohen, tutti personaggi ben introdotti nei palazzi presidenziali africani e, ovviamente, collegati alle forze armate e ai servizi israeliani. Come conferma la sempre più ampia partecipazione di società al salone Shield Africa di Abidjan, Gerusalemme propone ai vari paesi del continente ogni tipo d’armi, da quelle leggere ai missili sofisticati e alle navi, ma soprattutto intelligence, ascolto, cybersicurezza, blitz digitali. Le guerre del futuro.

In questo settore troneggia la Nso, fondata da Shalev Hulio, produttrice dei temibili sistemi Pegasus e Verint, poi c’è il Mer Group e l’Elibit System, la Sapne Ltd e (magari sotto bandiere di comodo) una miriade di piccole aziende. Il personale è formato da veterani dell’Unità 8200, l’equivalente della National Security Agency americana, come Yair Coehen, l’ex comandante del reparto oggi guida di Elibit System o Aharon Zeevi Farkas, anch’egli ex capo della 8200. Un business estremamente redditizio ma non solo. Gli anziani del 8200 — una vera e propria fabbrica di milionari dell’hi-tech — sono presenti in forze soprattutto in Costa d’Avorio come consulenti del ministero della Difesa: oltre ad assicurare la sicurezza interna della repubblica africana, le “grandi orecchie” controllano, grazie ad un accordo ufficioso tra governi, anche la folta comunità libanese con una particolare attenzione ai simpatizzanti di Hezbollah, l’arci nemico di Israele. I cyberguerrieri non vanno mai in pensione….