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Una minaccia per il resto del mondo ma, al tempo stesso, una vera e propria assicurazione per la sopravvivenza di una nazione da sempre abituata a masticare filo spinato. Quando parliamo del programma nucleare nordcoreano ci troviamo di fronte a due chiavi di lettura, figlie di altrettanti e differenti punti di vista. La prospettiva numero uno analizza la questione dall’esterno, con gli occhi di chi ha a che fare con un leader politico, Kim Jong Un, terrorizzato di essere beffato dai nemici americani.

È per questo che il Grande Maresciallo, nipote di Kim Il Sung e figlio di Kim Jong Il, ha puntato tutto sulla “bomba”. Che poi Pyongyang abbia o meno il coraggio di lanciarla, sia o meno in grado di spararla, abbia o meno raggiunto le capacità tecniche tali da poter gestire un giocattolo tanto temibile quanto pericoloso, questo è un altro discorso. La Corea del Nord è a tutti gli effetti una potenza nucleare, con tutte le conseguenze del caso. Considerando che lo Stato nordcoreano abbraccia un’ideologia di stampo marxista-leninista, è una fidata alleata della Cina e che è tutt’ora in guerra con gli Stati Uniti, è facile capire la diffidenza e l’ostilità di Washington nei confronti di un Paese così diverso. Non a caso la Corea del Nord è stata bollata dagli americani come “Stato canaglia”, quindi come membro del cosiddetto “asse del male” (copyright del presidente statunitense George W. Bush).

La seconda prospettiva che possiamo utilizzare per affrontare la questione nucleare nordcoreana, in parte accennata, è quella abbracciata quotidianamente dallo stesso Kim. Visto il (recente) precedente libico, a Pyongyang nessuno vuole correre il rischio di essere spazzato via da un possibile attacco americano. Grazie alla “bomba”, pensano giustamente i funzionari locali, gli “imperialisti” ci penseranno due volte prima di minacciare la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Ma da dove nasce l’ossessione nordcoreana verso il nucleare? Come ha fatto la famiglia Kim, in un Paese economicamente arretrato, a carpire i segreti nucleari?

Dove nasce la fame atomica nordcoreana

Anche se non conosciamo la quantità esatta di materiale nucleare sul quale può contare la Corea del Nord, è certo che il Paese possieda la bomba. Il sogno di Kim Il Sung è diventato realtà grazie al terzo Kim, abile nello sviluppare due rami tra loro collegati: la bomba all’idrogeno e il programma missilistico. Già, perché soltanto montando la bomba su un vettore a lungo raggio è possibile colpire il territorio americano. E i test degli ultimi anni hanno rivelato al mondo due fatti: Pyongyang sarebbe riuscita a produrre testate nucleari miniaturizzate e avrebbe migliorato (e non poco) le sue capacità di lanciare missili. Quest’ultimo, tra l’altro, era proprio uno dei punti deboli sul quale gli esperti locali si sono spesi maggiormente.

Partiamo dall’inizio. Il sogno nucleare della Corea del Nord prende forma parallelamente alla creazione del Paese, nella seconda metà degli anni ’40. L’allora Kim Il Sung, rimasto colpito dalla devastazione inflitta dagli americani al Giappone, non voleva correre un rischio simile. In seguito, qualche anno più tardi e a causa di controversie geopolitiche tra Stati Uniti, Cina e Unione Sovietica, la penisola coreana si trasformò nello scenario in cui andò in scena la Guerra di Corea (1950-1953).

Il conflitto, terminato con un armistizio, e quindi mai ufficialmente finito, provocò milioni di morti da entrambi gli schieramenti. In quell’occasione gli americani minacciarono il Nord di usare le armi nucleari; minaccia poi destinata soltanto a restar tale. Kim Il Sung iniziò quindi a desiderare le stesse armi dei nemici.

Il supporto sovietico

Terminata la Guerra di Corea, Kim Il Sung spedì i suoi migliori scienziati in Unione Sovietica. Fu così che le porte dell’Istituto unito per la ricerca nucleare di Dubna, nei pressi di Mosca, si aprirono per accogliere gli alleati nordcoreani. Nel frattempo la crisi missilistica di Cuba convinse ancora di più la Corea del Nord: non c’era più tempo da perdere. Anche perché russi e americani riuscirono ad arrivare a un accordo diplomatico, con i sovietici che ritirarono i propri missili.

Questo segnale non piacque affatto a Pyongyang, che interpretò il gesto dei russi come il segnale che Mosca sarebbe stata disposta perfino ad abbandonare un alleato per salvaguardare i propri affari. Al posto di Cuba, un giorno, avrebbe potuto esserci la Corea del Nord. Per evitare uno scenario simile i nordcoreani decisero così di non affidarsi più a nessuno. La sicurezza nazionale del Paese doveva diventare una prerogativa interna.

Il budget dedicato alla ricerca crebbe a dismisura. Il fine ultimo era ottenere l’indipendenza nucleare. Dalla fine degli anni ’70 in poi gli scienziati nordcoreani costruirono oltre cento siti nucleari a Yongbon, nella provincia di Pyongan, a un centinaio di chilometri dalla capitale Pyongyang. Qui sarebbe poi sorto il Centro di ricerca scientifica nucleare di Yongbon, ovvero la principale struttura nucleare del Paese.

Diventare una potenza nucleare

Inutile dire che l’intelligence americana era allarmata per quanto stava accadendo. In pochi anni, un Paese senza esperienza pregressa, era riuscito a costruire un reattore nucleare funzionante, in grado di trasformare combustibile in materiale fissile. Nel 1994 Kim Il Sung morì proprio mentre la comunità internazionale stava cercando di convincere la Corea del Nord a firmare il Trattato di non proliferazione nucleare. In seguito i nordcoreani firmano sì un accordo di disarmo, denominato Agreed Framework, ma furono accusati di non rispettare i patti. E intanto Pyongyang aveva sviluppato un intenso rapporto con lo scienziato nucleare pakistano Abdul Qadeer Khan per lavorare a un programma di arricchimento dell’uranio.

Facciamo un salto temporale e arriviamo al presente. Donald Trump e Kim Jong Un si sono incontrati tre volte, nel tentativo di trovare uno storico accordo che comprendesse anche la denuclearizzazione della penisola coreana. Fin qui non c’è stata alcuna fumata bianca. Secondo alcuni analisti è pressoché impossibile convincere la Corea del Nord ad abbandonare il nucleare. Più facile, semmai, gestire le ambizioni di Pyongyang attraverso il controllo degli armamenti e la costruzione di una fiducia reciproca. La corsa verso la deterrenza intrapresa da Kim Jong Un non è ancora finita.

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