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Come e più di ogni altro conflitto contemporaneo, quello tra Russia e Ucraina è anche guerra di propaganda. Il tenore delle parole e delle accuse non è stato sempre lo stesso negli ultimi sei mesi, seguendo spesso un andamento schizofrenico. Dai toni energici e spavaldi delle prime battute, Mosca sembrava aver cambiato strategia, soprattutto di fronte all’inaspettata resistenza ucraina. Anche i piani della comunicazione si erano spesso sovrapposti, con le voci mescolate di Vladimir Putin, Sergej Lavrov e delle sfingi Shoigu e Gerasimov. Poi, l’annuncio della “riorganizzazione” in Donbass, a cui era seguita una comunicazione più morigerata, per via dei risultati incerti sul campo.

Medvedev gioca a fare il falco

Nel bel mezzo di questa tempesta era ricomparso Dmitrij Medvedev, l’uomo che piaceva all’Occidente, che dimentico degli hamburger con Barack Obama, all’inizio dell’estate ha iniziato con una sorprendente sicumera a esprimersi a suon di “bastardi e imbranati”, assicurando che “finché sono vivo, farò di tutto per farli sparire”, criticando le sanzioni anti-Russia definendole “illegittime” contro i familiari dei politici, paragonandole ai metodi mafiosi e citando la ‘ndrangheta e Cosa Nostra. Apporsi la pettorina da falco per garantirsi un futuro dignitoso, forse.

Negli scorsi giorni un nuovo attacco al fulmicotone, entrando a gamba tesa nelle campagne elettorali invitando gli europei a “punire” alle urne i loro “governi idioti”. Non è di certo la prima uscita del genere, considerando che già in passato aveva esultato per le crisi di governo nel Regno Unito e in Italia, per via di Johnson e Draghi messi fuori gioco. Questa volta il falco va oltre, parla direttamente agli elettori europei: “Vorremmo vedere i cittadini europei non solo esprimere il malcontento per le azioni dei loro governi, ma anche dire qualcosa di più coerente. Ad esempio, che li chiamino a rendere conto, punendoli alle urne per la loro evidente stupidità”. E lo fa-non a caso- su Telegram, il suo canale preferito, ma soprattutto inventato da un russo. E con fare da padre della nazione del secolo scorso, dispensa consigli elettorali in previsione dell’inverno: “Quindi agite, vicini europei! Non rimanete in silenzio. Chiamate i vostri idioti a rendere conto. E vi ascolteremo. Il vantaggio è evidente: l’inverno è molto più caldo e confortevole in compagnia della Russia che in uno splendido isolamento con la stufe spente”. “Ballots for gas”, si sarebbe detto un tempo.

Il cambiamento di Lavrov

Stessa svolta al fulmicotone per Sergej Lavrov, un altro che tutto sommato non è mai dispiaciuto alla controparte occidentale, e che più di qualcuno vedeva come il calmiere di Putin. Ma Lavrov è e resta un uomo di Putin, e dunque una svolta aggressiva era più che scontata. L’abbandono della riunione del G20 lo scorso 8 luglio, dopo aver detto ai suoi omologhi che l’invasione russa dell’Ucraina non era responsabile di una crisi globale e che le sanzioni progettate per isolare la Russia equivalevano a una dichiarazione di guerra, è stato il battesimo di questa new wave comunicativa. É toccato a Lavrov, circa un mese fa, annunciare su RIA Novosti e RT che la geografia del conflitto era mutata e che Mosca sta espandendo i suoi obiettivi militari in Ucraina e mira al controllo di sedici intere regioni meridionali. A rincarare la dose, ulteriormente, l’assunzione dello stile oratorio del suo capo: ribattere sulla necessità di un cambio al vertice a Kiev, le accuse all’Occidente reo di “affamare” il mondo intero scatenando una crisi alimentare globale, l’ossessione metastorica per il sogno di “russi e gli ucraini continueranno a vivere insieme” in nome del perenne uso e abuso della storia di cui Mosca si nutre. A questo si è aggiunto, poco dopo, il fardello del tour africano per proporre, o meglio ri-proporre, il mito della Russia terzomondista apparecchiato con il ritratto imperialista dell’Occidente. Il tutto è sembrato quasi un nuovo battesimo diplomatico per quello che in molti credevano un nuovo Gromyko “con i suoi abiti italiani e il “niet” compulsivo”.

Patrushev e il “cortile di casa russo”

Un altro silente risvegliatosi dall’oblio è Nikolai Patrushev, Segretario del Consiglio di sicurezza della Russia dal 2008. Oltre a sciorinare la vulgata russa dei fatti, secondo la quale “I Paesi occidentali non smettono di prepararsi a un conclamato conflitto armato con la Russia”, il siloviko d’acciaio è tornato su un tema molto delicato, quello del cortile di casa della Russia. Parlando da Tashkent, in occasione della 17ma riunione annuale dei segretari dei Consigli di sicurezza dei paesi dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco), Patrushev rispolvera quanto accaduto nel 2020 in Bielorussia, a gennaio in Kazakhstan e a luglio nel Karakalpakstan, in Uzbekistan, eventi bollati come “il risultato dei tentativi occidentali di organizzare delle “rivoluzioni colorate” in Asia centrale”. Dello Sco fanno parte otto Paesi: Cina, Russia, India, Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Tagikistan e Uzbekistan. In veste di osservatori ne fanno parte Bielorussia, Iran, Afghanistan e Mongolia, mentre sono “partner di dialogo”  Armenia, Azerbaigian, Cambogia, Nepal, Sri Lanka e Turchia. Nelle dichiarazioni di Patrushev, riportate dalla Tass, si legge che numero senza precedenti di Paesi starebbe chiedendo di aderire alla Sco, segno di un “contributo significativo alla costruzione di un nuovo ordine mondiale equo e multipolare”.

Last but not least, la comunicazione più enigmatica di tutte: quella di Vladimir Putin. Pur restando coerente nella sua battaglia per la Russia (e nei toni), nelle ultime settimane il leader del Cremlino ha scelto di spostare la bilancia totalmente verso gli Usa: per Mosca, sono e saranno solo gli Stati Uniti a trascinare la guerra sull’orlo del baratro. Tuttavia, anche sei toni restano amari come sempre, il governo russo si sarebbe dichiarato pronto a lavorare a un incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e quello ucraino Volodymyr Zelensky: lo riferisce la Cnn turca che cita fonti del governo di Ankara secondo le quali Mosca avrebbe cambiato posizione sul negoziato tra i due leader e avrebbe ammorbidito le sue condizioni. Perché proprio adesso? Perché triangolare la notizia via Ankara? Anche questa è una scelta di comunicazione ben precisa. E diplomatica? Forse.

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