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Un anno fa Kabul cadeva per l’ennesima volta nella sua storia. Come un ladro nella notte, il regime talebano avanzava nuovamente incontrando una resistenza prossima allo zero: la fuga di Ashraf Ghani, così come quella rocambolesca delle forze occidentali, simbolo di una battaglia persa iniziata nel nome della war on terror. A riguardare le immagini di dodici mesi fa sembra ancora incomprensibile come in vent’anni non sia stato possibile evitare una débâcle di tali proporzioni, come e perché le strutture politiche e militari fossero ancora così fragili da sgretolarsi al primo soffio.

La condizione della donna

Un anno dopo, si può affermare senza ombra di dubbio che i talebani si son presi l’Afghanistan sotto una coperta scura, trascinandosi via quel po’ di respiro di cui la società afgana aveva goduto, soprattutto le donne e i bambini. Nell’immediato era apparsa lampante la differenza tra la vecchia e la nuova guardia: più spregiudicati, più mediatici, più pragmatici e meno idealisti dei loro predecessori i nuovi taliban. Avevano azzardato delle promesse, nessuna delle quali mantenuta.

A farne spese immediate donne e bambine, che si sono viste nuovamente depredate dell’istruzione, del volto, della parola, del diritto ad avere una professione e un futuro. Oggi, l’Afghanistan è l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato frequentare le scuole superiori. Le restrizioni riguardano circa 1,1 milioni di ragazze adolescenti. Nel frattempo, le donne ora sono obbligate a coprirsi il viso in pubblico, in gran parte non possono lavorare fuori casa e devono avere un accompagnatore maschio durante i lunghi viaggi. Tali vincoli limitano sempre più la loro capacità di guadagnarsi da vivere, accedere all’assistenza sanitaria e all’istruzione, cercare protezione, sfuggire a situazioni di violenza, esercitare i propri diritti individuali e collettivi. Queste crescenti violazioni dei diritti di donne e ragazze stanno costando caro all’Afghanistan e stanno avendo un impatto sulla crescita sociale ed economica. Le Nazioni Unite stimano che le attuali restrizioni all’occupazione femminile abbiano provocato perdite economiche immediate fino a 1 miliardo di dollari, il 5% della produzione economica del Paese. Con più della metà della popolazione che necessita di assistenza umanitaria, tra insicurezza alimentare e malnutrizione, le ultime restrizioni rendono i tentativi di recupero più difficili, se non impossibili.

La catastrofe umanitaria e le carestie

Nel frattempo nel Paese è andata realizzandosi una delle catastrofi umanitarie più gravi di sempre: milioni di persone soffrono la fame. Più del 90% dei quasi 40 milioni di afgani non ha abbastanza da mangiare secondo le Nazioni Unite. Nella provincia di Ghor, nell’Afghanistan centrale, circa 20.000 persone hanno dovuto affrontare condizioni simili a carestie tra marzo e maggio. Una serie di fattori scatenanti ha portato a questa terribile situazione, in particolare il ritiro improvviso lo scorso anno di circa 8 miliardi di dollari in aiuti internazionali e le sanzioni contro i talebani che, dopo che il gruppo ha preso il potere, hanno portato all’isolamento del sistema bancario afgano dal resto del mondo. Sebbene da allora gli Stati Uniti e altre nazioni abbiano adottato misure per garantire che le restrizioni ai talebani non soffochino l’economia afgana e ostacolino il flusso di assistenza umanitaria, la situazione continua a deteriorarsi. Nonostante i programmi di soccorso abbiano contribuito a evitare una catastrofe durante il rigido inverno afgano, la fame persiste ancora a livelli senza precedenti.

I recenti raccolti porteranno un po’ di sollievo a milioni di persone, ma sarà solo a breve termine per molti. Le ricadute della guerra in Ucraina continuano a esercitare pressioni sulla fornitura di grano, sui prodotti alimentari, sui fattori di produzione agricoli e sui prezzi del carburante. Inoltre, l’accesso a semi, fertilizzanti e acqua per l’irrigazione è limitato, le opportunità di lavoro sono scarse e le persone hanno contratto enormi debiti per acquistare cibo negli ultimi mesi.

La libertà di stampa e la tolleranza religiosa

Ridotta al lumicino anche la libertà di stampa: oltre 200 media afgani hanno chiuso nell’arco di quest’anno. Negli ultimi dodici mesi, su 544 organi di stampa, 218 sono stati chiusi e su 1200 operatori dei media, 7000 di loro hanno perso il lavoro. Secondo la Federazione afgana dei giornalisti e dei media, più di 2.800 donne erano impiegate nei media afgani prima dell’ascesa al potere dell’Emirato islamico, ma più di 2.100 di loro hanno perso il lavoro.

Ci sono poi migliaia, forse milioni, di afgani invisibili: sono coloro che non sono riusciti a scappare. Fra questi le minoranze religiose costrette a vivere come fantasmi: in seguito al loro ritorno al potere, i talebani avevano dichiarato che leggi sulla tolleranza religiosa emanate sotto l’ex governo dell’Afghanistan sarebbero rimaste in vigore a meno che non violassero la sharia. Parole al vento. Nel mirino degli studenti coranici ci sono non solo la minoranza sciita ma anche i cristiani convertiti, i rappresentanti della comunità Hazara, sikh e indù.

Le relazioni “diplomatiche” dei talebani

Da questi talebani 4.0 ci si aspettava un’intrusività internazionale di gran lunga maggiore, quantomeno per una questione di opportunità. Aveva fatto quasi sorridere l’atterraggio della loro delegazione in quel di Oslo, lo scorso gennaio, guidata dal ministro degli esteri Amir Khan Muttaqi per incontrare la delegazione occidentale, che si era affrettata a chiarire come non si trattasse di un riconoscimento diplomatico. Questi ultimi erano reduci da un tour in Russia, Iran, Qatar, Pakistan, Cina e Turkmenistan, quasi a definire la sottile linea di separazione tra nemici, “quasi” amici e vecchi amici. Strette di mano, convenevoli, parole altisonanti, qualche sorriso, ma più che un dialogo alla pari quell’incontro aveva sancito una reciproca repulsione.

Il 25 febbraio scorso, un altro tentativo di insinuarsi nelle cose del mondo, che avrebbe fatto sorridere se non si fosse trattato dell’inizio di una tragedia: all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, il nuovo governo afgano esprimeva preoccupazione per i civili in Ucraina, chiedendo moderazione a tutte la parti, ritenendo ci fosse una possibilità reale di vittime civili nel conflitto. Fu quella l’occasione per rivendicare una politica estera neutrale, pur senza criticare “l’operazione militare speciale” annunciata da Vladimir Putin e confidando che la crisi di quelle ore potesse risolversi “tramite il dialogo e in modo pacifico”. Ma i talebani non sono Nehru, tantomeno Kabul è Bandung.

Chi riconosce il “nuovo” Afghanistan?

Un anno dopo, i talebani lottano ancora per ottenere il riconoscimento internazionale, anche se diversi governi si sono impegnati con Kabul, soprattutto per scongiurare la crisi umanitaria. La leadership afgana sostiene che l’attacco che ha ucciso Ayman al-Zawahiri ha violato sia le leggi internazionali che l’accordo dello scorso anno con gli Stati Uniti sul ritiro delle truppe statunitensi. L’accordo di Doha firmato in Qatar nel febbraio 2020 invitava anche i talebani, l’allora gruppo ribelle, a impedire ai terroristi transnazionali di operare in Afghanistan: gli Stati Uniti, pertanto, a loro volta accusano i talebani di aver violato l’accordo.

A oggi, nessun Paese ha riconosciuto ufficialmente il governo talebano in Afghanistan nonostante possa contare su forti simpatie e accoglienza calorosa in Cina, Russia e altri Paesi in lotta con l’Occidente. Dopo mesi di aperture, che includevano la consegna dell’ambasciata afgana a Mosca ai talebani, la Russia ha recentemente accennato alla possibilità di un riconoscimento formale. Dal canto suo, la Cina ha consentito ai talebani di assumere il controllo dell’ambasciata afgana a Pechino. Inoltre, i cinesi hanno manifestato interesse per numerose iniziative economiche, in particolare il sostegno finanziario per la costruzione di una ferrovia transnazionale attraverso l’Afghanistan che collegherebbe l’Uzbekistan ai porti marittimi del Pakistan: business as usual, insomma.

Anche il Pakistan starebbe cercando di stabilire una relazione con i talebani a causa delle crescenti sfide di sicurezza. L’anno scorso, l’establishment politico e di sicurezza pakistano sembrava appoggiare apertamente i talebani poiché l’allora Primo Ministro Imran Khan aveva definito il ritorno al potere del gruppo di ribelli come una rottura delle “catene della schiavitù”. Eppure, quell’euforia iniziale è scemata per via delle minacce poste dai talebani pakistani. L’Iran, nel frattempo, ha mantenuto una relativa distanza, mostrando una maggiore ambiguità. Le preoccupazioni iniziali derivanti dagli scontri lungo il confine tra talebani e guardie di frontiera iraniane hanno lasciato il posto a un do ut des di confine. Nel frattempo, la Turchia mantiene un’ambasciata a Kabul, ma non accade il contrario. Ankara, invece, resta coinvolta in progetti economici in Afghanistan come la diga idroelettrica di Kajaki nella provincia di Helmand. Erdogan ha tutto l’interesse a stabilizzare il Paese per arginare il flusso di afgani che entrano in Turchia attraverso l’Iran. Negli ultimi mesi, funzionari turchi affermano che più di 18.000 afgani sono stati deportati dalla Turchia.

Dopo la conferenza di Tashkent

Ad un passo dal riconoscimento potrebbe essere l’India: a giugno, New Delhi ha inviato per la prima volta un team tecnico a Kabul dopo i colloqui dietro le quinte con i talebani. La squadra indiana è giunta a Kabul dopo che un alto diplomatico indiano ha visitato la capitale afgana e ha incontrato il ministro degli esteri. Questo è stato il primo incontro pubblico tra il governo talebano afghano e i funzionari indiani che hanno messo in luce l’approccio pragmatico adottato da New Delhi. L’India, in passato, si oppose fermamente ai talebani afgani e, nonostante l’insistenza degli Stati Uniti, si rifiutò di impegnarsi con il gruppo mentre i negoziati erano in corso a Doha. Ha investito massicciamente nella precedente amministrazione afgana guidata prima da Hamid Karzai e poi da Ashraf Ghani, e questo è stato a lungo ragione di attrito con Islamabad.

Solo qualche settimana fa, a Tashkent, l’Uzbekistan ha convocato una conferenza internazionale sull’Afghanistan. All’evento hanno partecipato più di 100 delegazioni provenienti da quasi 30 nazioni: molti dei governi, in particolare quelli dell’Asia centrale, hanno chiaramente spinto verso un’eventuale normalizzazione dei rapporti con Kabul. Per i talebani in grande spolvero si è trattato di un’occasione unica per dichiarare le loro ambizioni anche verso i loro ex antagonisti, Washington in primis. L’Occidente, nell’ultimo anno ha dialogato con i nuovi talebani esclusivamente a suon di milioni di dollari nei settori agricoltura, salute e istruzione: non si è trattato di un riconoscimento politico, ma di una resa di fatto allo stato delle cose. Il braccio di ferro continua e prima o poi uno dei due giocatori dovrà cedere in nome della stabilità regionale. Il governo dei talebani si è fatto in questa settimane via via più insistente sul riconoscimento politico da parte occidentale al grido di “non c’è altro governo da riconoscere”. La triste realtà dei fatti è proprio questa.

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