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L’avvento del presidente Joe Biden alla Casa Bianca è stato subito segnato da una serie di provvedimenti di politica estera, sotto forma di ordini esecutivi, che delineano il nuovo corso della strategia statunitense. Rispetto al suo predecessore, però, il nuovo presidente degli Stati Uniti non ha radicalmente mutato la rotta di Washington in ogni ambito della diplomazia internazionale: abbiamo già avuto modo di vedere che, ad esempio, per quanto riguarda la Cina – avversario numero uno per Donald Trump – la linea d’azione non è sostanzialmente mutata.

A cambiare, e di molto invece, è stato l’atteggiamento verso l’Iran ed il suo programma nucleare: non a sorpresa, il presidente Biden ha nominato un inviato speciale per la questione, Robert Malley, per cercare di riesumare l’accordo Jcpoa, siglato nel 2015 dalla presidenza Obama e stracciato dalla passata amministrazione. Malley, come abbiamo avuto modo di analizzare, è stato, infatti, uno degli uomini chiave di Barack Obama per arrivare a quell’accordo internazionale.

Del resto nel programma elettorale del presidente democratico, era testualmente scritto che “lo storico accordo nucleare iraniano, negoziato dall’amministrazione Obama-Biden insieme ai nostri alleati e ad altre potenze mondiali, ha impedito all’Iran di ottenere un’arma nucleare. Eppure Trump ha deciso di metterlo da parte, spingendo l’Iran a riavviare il suo programma nucleare e diventare più provocatorio, portando la regione all’apice di un’altra guerra disastrosa. Se Teheran tornasse a rispettare l’accordo, il presidente Biden rientrerebbe nell’accordo, usando una diplomazia a muso duro e il sostegno dei nostri alleati per rafforzarlo ed estenderlo, mentre respingerebbe più efficacemente le altre attività destabilizzanti dell’Iran”.

Su InsideOver abbiamo avuto modo di analizzare in maniera più approfondita gli ostacoli che si frapporranno tra il presidente eletto e l’effettivo rientro degli Stati Uniti e dell’Iran nel Jcpoa o in un altro accordo similare: principalmente si tratta di questioni legate alla postura di Israele, da sempre contrario, e all’Iran stesso, che “non si fida più” degli americani e considera non negoziabile il proprio programma missilistico, che invece è fondamentale per la stabilità della regione. Una posizione, quella di Teheran, ribadita recentemente in modo sottinteso quando il portavoce del governo, Ali Rabiei, ha affermato durante una conferenza stampa, tenutasi martedì scorso, che “eravamo quelli che si sono distinti per il bene della pace globale e regionale, ed è proprio per le nostre convinzioni che dovremmo raggiungere la pace attraverso il dialogo”. Rabiei ha anche detto che è stato per il bene della resistenza del popolo iraniano e delle difficoltà che hanno tollerato che il Jcpoa è stato mantenuto.

Pertanto, secondo gli iraniani – ed è questo il passaggio fondamentale – “oggi è loro dovere (delle altre parti firmatarie dell’accordo n.d.r.) tornare a ciò per cui si erano impegnati”.

Rabiei ha anche ribadito che Teheran tornerà immediatamente ai suoi impegni nell’ambito dell’accordo nucleare una volta che gli Stati Uniti lo faranno: “esprimo ancora una volta la nostra posizione qui, chiaramente, che senza alcun ritardo, immediatamente dopo il ritorno dell’amministrazione statunitense, torneremo pienamente ai nostri impegni”.

Ma l’Iran non è l’unico dossier mediorientale sul tavolo dello Studio Ovale ereditato dalla presidenza Trump. Tenendo presente quelle che sono le principali priorità della nuova amministrazione per il Medio Oriente, ovvero ,oltre a contenere il programma nucleare iraniano, proteggere Israele e promuovere la pace arabo-israeliana, porre fine alle guerre in Yemen e Libia, e infine promuovere i diritti umani, verranno prese delle decisioni che non sempre si distaccheranno dalla strada segnata dall’ex presidente Trump.

Al pari del suo predecessore, Biden punta molto sulla condivisione degli oneri per la stabilità regionale. Il presidente Usa non ha intenzione di ritirare le truppe, ma intende porre fine alle guerre, al pari di Trump, ciò significherà fare molto affidamento sui Paesi della regione affinché siano mediatori di pace, oltre a scendere a compromessi e fornire incentivi agli avversari per porre fine ai conflitti.

Sicuramente assisteremo a continue pressioni sui partner arabi e su Israele affinché riducano le relazioni con Russia e Cina, del resto Biden ha messo nero su bianco la sua politica verso Mosca e Pechino. Gli Stati Uniti cercheranno poi un maggiore allineamento con i partner transatlantici, in materia di antiterrorismo, ma non avrà alcun impatto sulle attività delle operazioni speciali statunitensi volte a catturare o uccidere i leader terroristi. Questa tipologia di azione rimarrà appannaggio degli Usa.

Un fattore molto importante e sottovalutato, che si distacca invece nettamente rispetto alla politica trumpiana, sarà il ritorno degli Stati Uniti ad essere dipendenti dal petrolio del Golfo. Gli Usa, grazie alla vecchia amministrazione erano riusciti (non del tutto) a raggiungere una “indipendenza energetica” grazie agli investimenti nell’industria estrattiva delle risorse non convenzionali (gas shales, tigth oil). Biden, benché non intenda impegnarsi in politiche di pressione verso i Paesi Opec, comunque non proteggerà l’industria degli idrocarburi non convenzionali statunitense, perché la maggior parte della produzione avviene negli stati repubblicani e soprattutto contraddice gli obiettivi del suo programma per la green energy.

Questa scelta potrebbe mettere la Casa Bianca in una situazione difficile: Biden è deciso a trattare l’Arabia Saudita in modo meno favorevole di Trump. Togliere il sostegno degli Stati Uniti a Riad per la guerra nello Yemen e limitare le vendite di armi ai sauditi, potrebbe sabotare l’agenda presidenziale verso la green energy: l’Arabia Saudita potrebbe usare il petrolio per effettuare rappresaglie verso Washington, che sarebbe molto più dipendente dalle risorse energetiche saudite rispetto al passato. In ogni caso, mentre sappiamo per certo che Biden rivaluterà le relazioni degli Stati Uniti con l’Arabia Saudita, la ricalibrazione dei rapporti potrebbe non essere così drastica come pensiamo in termini reali. Sicuramente, però, la Casa Bianca vorrà frenare in qualche modo la cooperazione nucleare di Riad con Pechino e fare pressione per porre fine alla guerra in Yemen, ma rischia di trasformarsi in un boomerang proprio per via della nuova dipendenza statunitense dal petrolio del Golfo. Sempre restando nel solco dell’amministrazione precedente, Biden continuerà nel supporto agli Accordi di Abramo: la squadra di Biden, come si legge su The National Interest, sposterà questo dossier al Dipartimento di Stato e continuerà a incoraggiare il processo di normalizzazione tra Israele e i Paesi Arabi.

Quello che maggiormente differenzierà le due amministrazioni riguarda una serie di modus operandi che, recentemente, abbiamo già accennato. Il presidente Biden ha infatti messo in agenda una maggiore enfasi sui diritti umani e sulla “esportazione di democrazia”. Sebbene quest’intenzione è stata per la prima volta esplicitata parlando della Russia, sarà messa in pratica anche in Medio Oriente, pertanto, molto probabilmente, alcuni Paesi, come Arabia Saudita, Egitto e Turchia potrebbero trovarsi coinvolti. La Casa Bianca ha affermato, in base all’intenzione di recuperare i rapporti transatlantici, che ci saranno consultazioni più frequenti con i partner europei prima che vengano prese importanti decisioni politiche sul Medio Oriente. Cesserà il coinvolgimento statunitense nella guerra in Yemen col ritiro del personale che lavora per impedire che gli attacchi aerei sauditi nel Paese danneggino i civili presente sin dal 2015. Questo non porrà fine alla guerra, ma si tratta solo di una decisione politica per mettere pressione su Riad.

Sebbene ci sia chi auspichi che le vendite di armamenti saranno ridotte, è invece molto probabile che gli Stati Uniti resteranno sulla stessa linea di Trump – con, forse, l’unica eccezione rappresentata ancora una volta dall’Arabia Saudita – che ha spinto molto per l’export militare che ha aiutato a trainare l’economia anche in tempi di pandemia.

Molto probabilmente la Casa Bianca implementerà l’approccio multilaterale alla politica estera per il Medio Oriente. Sotto Trump, la Middle East Strategic Alliance (Mesa) – che alcuni hanno definito una “Nato araba”- ha cercato di creare un blocco di Paesi arabi con gli Stati Uniti per collaborare e cooperare sulla sicurezza, sulle reti energetiche intra-regionali, per aumentare l’autosufficienza regionale, la crescita e la resilienza economica. Quel progetto fu un parziale successo, per via della fuoriuscita di due paesi del Golfo (tra cui proprio l’Egitto), ma ora l’amministrazione Biden ha intenzione di recuperarne l’idea e creare un progetto simile per stabilire una sorta di nuova architettura di sicurezza regionale multilaterale.

In linea generale, quindi, la linea della Casa Bianca per il Medio Oriente resta la stessa rispetto alla precedente amministrazione, fatto salvo per due importantissimi attori regionali: l’Iran e l’Arabia Saudita. Risulterà particolarmente interessante vedere come evolveranno i rapporti con Riad, che potrebbero degenerare proprio per via degli attacchi diretti della Casa Bianca e del ritorno in auge della volontà di rientrare nel Jcpoa. Un approccio duro di Washington potrebbe spingere casa Saud ancora più verso la Cina e verso la Russia, e non basterà di certo che gli Stati Uniti tornino a comprare petrolio nel Golfo per evitarlo questa volta.