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Le elezioni in Iraq della scorsa settimana hanno visto l’inaspettata vittoria del clerico sciita Muqtada al Sadr, a capo della coalizione al Sairoon, che comprende il movimento sadrista stesso e il partito comunista iracheno. I due osservatori più attenti sono Iran da una parte e Stati Uniti dall’altra. I primi speravano nel trionfo della coalizione al-Fatih supportata da membri delle milizie filo-iraniane di Hashd al-Shaabi. I secondi nella vittoria di Haider al-Abadi o quantomeno in un ruolo di peso per la minoranza curda, con cui Washington è a stretto contatto.

La maggior parte degli analisti però ha voluto subito chiarire come la vittoria di al Sadr non significhi automaticamente una vittoria per gli interessi di Teheran nella regione. Questo perché il leader del movimento sadrista viene indicato come una figura fortemente critica verso le ingerenze di paesi stranieri negli affari interni dell’Iraq, indipendentemente dall’origine americana o iraniana.

In realtà la volontà espressa in più occasioni di formare un  “governo inclusivo” avvicina le due coalizioni arrivate prime alle elezioni, anche e soprattutto per raggiungere i numeri necessari in parlamento. Senza contare che nonostante la veridicità dell’intolleranza di al Sadr all’influenza straniera nel suo Paese, se costretto a scegliere tra l’appoggio di Washington o quello di Teheran difficilmente sceglierebbe quello del primo; basta dare un’occhiata al suo passato da oppositore attivo alla presenza americana in Iraq già a partire dal 2003.

In questo difficile contesto si inserisce la minoranza curda che ha diritto ha 58 seggi su 329 nel parlamento e che è decisa a compattarsi – il suo principale problema sono da sempre le molteplici e spesso contrapposte correnti interne – per tutelare gli interessi della Regione autonoma curda nell’Iraq settentrionale.

Dopo il referendum per l’indipendenza, rivelatosi un fallimento nonostante la popolazione curda si sia espressa favorevolmente, Barzani, lo storico leader del Partito Democratico del Kurdistan (PDK), si è dimesso. Coadiuvato dalle Forze di mobilitazione popolare (hashd al-shaabi), milizie sciite vicine a Teheran, l’esercito iracheno ha conquistato prima l’importante Kirkuk, provincia dove si concentra oltre il 75% di tutto il petrolio iracheno, per poi continuare l’avanzata (di cui vi abbiamo parlato su  Gli Occhi della Guerra ) verso i territori conquistati dai peshmerga curdi durante la battaglia contro le milizie dello Stato Islamico.

A completare il quadro di grandi cambiamenti c’è stata anche la morte di Jalal Talabani – leader dell’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), principale partito di opposizione – scomparso i primi di ottobre.

Ora la minoranza curda dovrà capire come posizionarsi per giocare le sue carte al meglio: con la Casa Bianca o con il Paese dell’Ayatollah Khamenei? Jabar Yawar, segretario generale del ministero dei Peshmerga, ha fatto sapere attraverso un’intervista rilasciata alla testata  Kurdistan 24 quali siano le richieste di Erbil per supportare la coalizione al Sairoon: ovvero che tutti i territori strappati al controllo curdo durante l’avanzata dell’esercito iracheno vengano restituiti alle milizie curde, in particolare Kirkuk. Secondo i curdi quei territori appartengono a loro avendo combattuto in prima linea contro i tagliagole dello Stato Islamico che ne avevano preso il controllo.

Il fatto che  Brett McGurk, inviato speciale del presidente statunitense per la coalizione anti Isis, stia lavorando per ritagliare un ruolo per i curdi nel nuovo governo suggerisce che Washington creda che i curdi possano rappresentare i custodi dei loro interessi in Iraq. Muqtada al Sadr ha detto di volere un governo inclusivo ma difficilmente tollererà partiti che sono la chiara emanazione della presenza e dell’ingerenza americana in Iraq.

Un elemento che peserà nella valutazione sarà il tipo di rapporto che la nuova leadership di Baghdad instaurerà con la Turchia di Erdogan. I raid turchi in territorio iracheno per colpire gli obiettivi del Pkk sono frequenti e gli Stati Uniti non sempre schierano le loro truppe come deterrente alle azioni militari turche, condannando così i curdi agli attacchi di chi li accusa di terrorismo.

È difficile anche solo parlare di unità in Iraq dopo l’intervento del 2003, come sembra ormai impossibile immaginare una Siria unita e non divisa in sfere di influenza una volta che verranno definitivamente deposte le armi. Questa però sembra la scommessa di Muqtada al Sadr e se vuole risolvere questa equazione non può lasciare fuori dai suoi calcoli il fattore curdo.

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