“Propongo uno scambio tra questo vostro uomo e gli uomini e donne ucraini detenuti dai russi!. A dirlo nelle scorse ore è stato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a proposito dell’arresto di Viktor Medvedchuk, oligarca filorusso vicino a Putin catturato ieri dagli ucraini. La proposta di Zelensky, anche se al momento sembrerebbe poco presa in considerazione con Mosca che parla del pericolo di “processi sommari” contro Medvedchuk, rilancia un tema molto delicato in questa guerra. Quello cioè relativo ai prigionieri di guerra. Lo scambio di soldati finiti nelle mani dei rispettivi nemici è uno dei passaggi più delicati sia durante il conflitto che dopo. In Ucraina il primo è avvenuto il 24 marzo. Ne sono seguiti altri, alcuni annunciati ufficialmente e altri invece avvenuti sottobanco. Ma in che modo russi e ucraini lavorano per il ritorno a casa dei prigionieri?

I tre scambi di prigionieri dall’inizio della guerra

A fine marzo gli ucraini hanno potuto dare un volto e un nome al militare che il 24 febbraio, primo giorno di conflitto, ha mandato a quel paese l’equipaggio di una nave militare russa che chiedeva la resa della guarnigione ucraina presente sull’isola dei Serpenti. Si chiama Roman Gribov ed è originario della regione di Cherkasy. Le sue parole hanno contribuito ad innalzare molto il morale della popolazione ucraina. Anche perché la propaganda di Kiev inizialmente aveva detto che dopo il plateale diniego ad arrendersi, tutti e 13 i soldati presenti sull’isolotto posto sul Mar Nero erano stati uccisi. Non era vero. Ma quell’intercettazione diffusa sui media ha rappresentato, agli occhi dell’opinione pubblica, il primo secco “Niet” alla resa. Gribov è tra i primi prigionieri di guerra rientrati a casa. Assieme a lui, anche le 15 soldatesse incontrate dalla vicepremier Irina Vereshchuk, ritrovate con la testa rasata dopo alcuni giorni di prigionia, rappresentano il segno tangibile dell’avvio dello scambio di soldati e civili detenuti da entrambe le parti.



Il primo vero scambio è del 24 marzo. Un mese esatto dopo l’avvio del conflitto. Forse quindi una data non scelta per caso. A dare notizia di quello scambio è stata ancora una volta Irina Vereshchuk: “Il presidente Zelensky – ha dichiarato alla stampa – ha firmato un atto che ha dato il via al primo scambio di prigionieri. In cambio di 10 occupanti catturati, abbiamo ritirato 10 dei nostri militari”. In quell’occasione inoltre c’è stato uno scambio di civili: gli ucraini hanno fatto tornare in Russia gli 11 marinai salvati da una nave affondata a largo di Odessa mentre, dall’altro lato, i russi hanno permesso il rientro a casa di 19 ucraini catturati nei giorni precedenti sulla nave da soccorso Sapphire.

Il secondo scambio è avvenuto invece il 2 aprile. Kiev in questo caso ha reso noto soltanto il numero di soldati ucraini tornati in patria: “86 nostri eroi sono adesso a casa”, ha sottolineato quel giorno la vice premier. Tra gli 86 liberati anche le 15 donne incontrate dalla stessa Vereshchuck. Infine il 9 aprile il terzo e ultimo scambio fin qui ufficialmente registrato. Dodici militari ucraini e quattordici civili sono rientrati a casa. Poi ci sono anche scambi non resi pubblici. Coinvolgono diversi civili, tra cui ad esempio sindaci arrestati dai russi nei territori occupati nel sud dell’Ucraina. Il caso più famoso in tal senso è quello di Ivan Fedorov, sindaco di Melitopol rientrato tra le fila ucraine dopo lo scambio con 9 militari russi.

Gli accordi tra Mosca e Kiev per il rientro a casa dei soldati

Lo scambio di prigionieri non è un fatto secondario. In un contesto dove tra le parti vige la più assoluta diffidenza, dove i negoziati non decollano, dove a parlare sono unicamente le armi e dove, infine, spesso non si riesce a trovare un’intesa sui corridoi umanitari, il fatto che avvenga un passaggio di mano di soldati e civili detenuti dalla parte avversaria è l’unico aspetto che rende vivo un canale di dialogo. Non era quindi affatto scontato che decine di militari, da una parte e dall’altra, fossero scambiati in queste settimane così difficili. In una fase poi dove sono emerse, da una parte e dall’altra, casi di torture sui prigionieri, elemento in grado di aumentare lo scetticismo in fase di contrattazione.

Alcuni scambi, hanno fatto sapere fonti diplomatiche ai media ucraini, sono stati concordati negli incontri ufficiali tra le delegazioni. Altri invece sono il frutto di singole mediazioni avvenute in territori terzi. Sul Corriere della Sera Giusi Fasano ha raccontato di possibili incontri avvenuti nei giorni scorsi in Turchia oppure, più probabilmente, in Bielorussia. Riportare a casa i prigionieri è tra le priorità sia di Kiev che di Mosca. Tanto che le contrattazioni vanno oltre l’attuale clima di stallo politico. Una volta concordato il numero di detenuti da scambiare, le due parti diramano delle liste di nomi e poi si arriva alla fase finale. Quella cioè della liberazione delle persone da scarcerare e degli incontri per il loro rilascio. Uno di questi è avvenuto sicuramente a Zaporizhzhia, lì dove le posizioni degli ucraini e dei russi avanzati nel sud del Paese sono molto vicine. Altri incontri in tal senso sarebbero avvenuti nell’est dell’Ucraina.

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