Il Parlamento Europeo ha votato oggi un’importante risoluzione sul prosieguo dell’assistenza militare e finanziaria all’Ucraina che invita i Paesi membri dell’Unione Europea a far saltare i limiti all’uso di armi contro il territorio della Russia, purché indirizzate contro obiettivi legittimi.
La risoluzione entra a gamba tesa in un dibattito che ha visto molti Stati discutere a alta voce sul tema. Il Regno Unito di Keir Starmer si è detto favorevole a tale opzione, e anche la Francia di Emmanuel Macron non ha mancato di dare il suo supporto. Più tiepidi gli Stati Uniti. Tra i Paesi europei di punta, spicca la cautela dell’Italia all’uso delle armi sul suolo russo. L’Eurocamera ha votato in tal senso oggi una risoluzione non vincolante, ma il cui peso politico si farà sentire. E invita a porre serie domande su quali possano essere le conseguenze di tale scelta.
Kiev si è dimostrata capace, come dimostrano i raid recenti, di effettuare incursioni con i propri mezzi su basi e hub militari russi. Ma in generale – e questo è un trend consolidato – dall’estate l’Ucraina è sulla difensiva su buona parte del fronte. L’attacco al saliente di Kursk e l’avanzata in Donbass parlano di un’inerzia favorevole alle forze russe in questa fase. L’utilità militare effettiva di questa scelta è dunque tutta da valutare: vale la pena utilizzare le preziose armi occidentali per colpire bersagli remoti quando la guerra di logoramento russo arriva sotto casa all’Ucraina? Non a caso, i limiti di Joe Biden erano legati a esigenze prettamente operative: la Casa Bianca preferisce vedere utilizzate le armi a medio e lungo raggio come i missili ATACMS contro bersagli russi in Crimea o nel Donbass.
Inoltre, il timore politico di causare un’escalation con Mosca non può essere ignorato. La Russia considera coinvolti a pieno titolo i Paesi del blocco euro-atlantico nella guerra in Ucraina, ed esacerbare il solco spingendo sull’uso non ristretto delle armi può rompere quei ponti di contatto faticosamente costruiti, soprattutto a livello d’intelligence, per concordare le linee rosse della guerra. Il fatto che a guidare la mano degli ucraini siano, spesso, operatori delle forze speciali o delle intelligence occidentali è noto e funge da garanzia proprio per far rispettare i limiti agli ucraini, oltre che per il timore di furti di segreti industriali e assetti schierati nel Paese.
Vale la pena mettere a repentaglio questo equilibrio per un salto in avanti dal ritorno incerto? La più grande delle problematiche, infatti, è quella di irritare la Russia e ingannare gli ucraini. A cui si prospetta, di volta in volta, una nuova forma di Santo Graal militare: prima erano i tank, poi gli F-16, ora i missili a lunga gittata. Tutti presentati come armi miracolose capaci di invertire le sorti della guerra, salvo subordinarne l’approvazione a mesi di negoziazioni che hanno dato sempre alla Russia il tempo di prenderne le contromisure in tempo e fornirne in numero tale da non risultare decisivi. In un contesto di stagnazione dei nuovi aiuti da molti Paesi, dagli Usa alla Germania, viene quasi il sospetto che alzare i toni serva a celare un sostanziale inizio del disimpegno dal sostegno all’Ucraina mentre si avvicina il terzo anno di guerra. Senza dire che a questo conflitto non si può, o non si vuole, cercare di metter la parola fine. E il Parlamento Europeo, votando una mozione senza aver prima definito una chiara strategia sulla via per conseguire la pace, non ha certamente aiutato a fare chiarezza.

