Dopo l’intervento USA in Venezuela, i gruppi armati colombiani rialzano la testa: tra retorica anti-imperialista, droga e bambini soldato, Bogotá è stretta tra Washington e Caracas. La Colombia convive con i gruppi armati dagli anni Sessanta, quando la guerriglia nacque come risposta ideologica a disuguaglianze strutturali, in primis la questione agraria. Oggi quella matrice politica è in larga parte evaporata. Al suo posto domina un’economia di guerra fondata su narcotraffico, estrazione illegale e controllo territoriale, che rende i gruppi armati attori criminali prima ancora che rivoluzionari.
Dalla pace mancata alla “Paz Total” fallita
L’accordo del 2016 con le FARC avrebbe dovuto segnare una svolta storica. In realtà ha prodotto una frammentazione: dissidenze armate, nuovi cartelli e il rafforzamento dell’ELN. La strategia della “Paz Total” del presidente Gustavo Petro, basata su negoziati paralleli con tutti i gruppi, si è arenata tra dialoghi interrotti, violenze crescenti e crisi umanitarie non gestite. Lo Stato resta assente nelle aree periferiche, lasciando spazio alla legge delle armi.
Il deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Colombia precede l’attacco al Venezuela. La decertificazione americana nella lotta al narcotraffico, le accuse personali contro Petro e il raffreddamento diplomatico mostrano una frattura profonda. Per Washington, la Colombia non è più il partner affidabile del Plan Colombia ma un anello debole nella catena di sicurezza regionale.
Il Venezuela come retrovia strategica
Da anni, porzioni dei gruppi armati colombiani operano dal territorio venezuelano, sfruttando confini porosi, rotte caraibiche e una storica tolleranza politica. Dissidenze delle FARC ed ELN hanno trovato in Venezuela una retrovia logistica ideale. L’intervento militare statunitense di gennaio 2026 ha però cambiato drasticamente il quadro, trasformando il Paese in un nuovo epicentro di tensione armata.
L’operazione americana contro Caracas, giustificata con la lotta al narcotraffico e con l’arresto di Nicolás Maduro, ha riattivato una retorica che sembrava sepolta: quella dell’imperialismo yankee. Le dichiarazioni dell’ELN e dell’EMC, con appelli alla resistenza armata continentale, indicano un possibile salto di scala: dalla guerriglia locale a una narrazione regionale del conflitto.
Petro tra sovranità e realismo
La reazione di Gustavo Petro è stata ambigua ma rivelatrice. Da un lato ha condannato l’attacco come violazione della sovranità venezuelana; dall’altro ha rafforzato il dispositivo militare al confine e riaperto il dialogo con Washington. La telefonata con Trump dell’8 gennaio ha temporaneamente abbassato la tensione, ma non ha risolto il nodo centrale: chi controlla davvero il territorio colombiano?
Tre scenari restano aperti. Nel primo, i gruppi armati restano in Venezuela e intensificano la pressione anti-USA, esponendo indirettamente la Colombia a ritorsioni diplomatiche o militari. Nel secondo, rientrano in Colombia, rafforzando il controllo territoriale e moltiplicando gli scontri interni. Nel terzo, più grave, colpiscono direttamente interessi statunitensi, costringendo Washington a intervenire senza il consenso di Bogotá.
Il dilemma dei bombardamenti e i bambini soldato
Sul piano interno, la Colombia affronta una questione etica e giuridica esplosiva: i bombardamenti contro gruppi che reclutano minori. L’uccisione di bambini soldato nelle operazioni contro l’EMC ha riaperto un dibattito mai risolto. Petro, un tempo critico feroce di queste pratiche, oggi le difende come necessarie secondo il diritto internazionale umanitario, sostenendo che rinunciarvi incentiverebbe il reclutamento di minori come scudi umani.
Il paradosso è evidente: un presidente di sinistra, eletto promettendo la fine della guerra, si trova a giustificare strumenti militari che aveva sempre condannato. L’opposizione parla di fallimento dell’intelligence; l’esercito replica che distinguere maggiorenni e minorenni nella giungla è impossibile. In realtà, il problema è strutturale: finché lo Stato non sostituisce i gruppi armati nei territori, la guerra continuerà a divorare anche i più giovani. La crisi colombiana non è più solo interna. È intrecciata con il futuro del Venezuela post-Maduro, con la strategia antidroga degli Stati Uniti e con la capacità dell’America Latina di sottrarsi a una nuova stagione di conflitti per procura. In questo contesto, i gruppi armati non sono un residuo del passato, ma un fattore attivo della geopolitica regionale, pronti a sfruttare ogni vuoto di potere.