Colombia, scoppiano le violenze: è strage nel Catatumbo

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È di almeno 100 morti e più di 20mila sfollati il bilancio della recrudescenza delle violenze fra gruppi armati in tre diverse regioni della Colombia, a partire da quella di Catatumbo al confine con il Venezuela, nel sud amazzonico e nel nord del paese. Un’emergenza figlia di un contesto di tensioni conflittuali interne mai del tutto sopite, che ha portato il presidente colombiano Gustavo Petro del partito di sinistra Colombia Humana a dichiarare lo stato di emergenza e ad invocare l’esercito per una soluzione militare della crisi che sta dando vita ad uno dei più tragici e sanguinosi episodi di violenza degli ultimi anni a ridosso di una serie di aree del paese su cui lo stato centrale non ha il controllo. 

All’origine di quanto accaduto a partire dalla giornata di giovedì 16 dicembre c’è lo scontro fra l’esercito di liberazione nazionale (ELN), una formazione militare di natura marxista-leninista che dalla metà degli anni 60’ del secolo scorso opera in diverse zone della Colombia, e le formazioni che si sono venute a formare dopo lo scioglimento delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) nel 2016 in seguito alla sottoscrizione di un accordo di pace con il governo centrale che avrebbe previsto l’amnistia e la grazia per tutti i membri della formazione paramilitare in cambio della deposizione delle armi e della fine delle ostilità. 

Il casus belli del nuovo scontro è stata la decisione del presidente Petro di sospendere temporaneamente i colloqui di pace fra il governo e l’ELN con l’accusa nei confronti di quest’ultimi di aver ucciso 5 ex membri delle FARC creando così i presupposti per l’inizio di un nuovo conflitto e cercando di provocare una reazione armata che rompesse la già fragile tregua fra i due gruppi che si contendono il controllo sulla regione del Catatumbo. Poco dopo l’annuncio di questa sospensione, diversi membri dell’ELN si sono infatti diretti verso i centri abitati della regione scagliandosi contro i civili rapendoli e uccidendoli e provocando la fuga di molti di loro verso il Venezuela che in queste ore si sta adoperando per l’accoglienza. 

Il forte interesse verso la regione del Catatumbo non è un fatto puramente casuale ma anzi, il suo controllo è fortemente legato agli interessi del narcotraffico locale ed internazionale dal momento che rappresenta uno dei maggiori snodi produttivi di cocaina del paese con ben 44.000 ettari di coltivazioni, , gran parte delle quali concentrate nel comune di Tibù, che la rendono da sempre una roccaforte dei ribelli “narco-armati” del paese. Lo stesso interesse strategico vale anche per il dipartimento di Guaviare, una regione dislocata nel centro del paese e anch’essa interessata dal nuovo scontro fra ENL ed ex FARC, in virtù delle coltivazioni illecite, dell’estrazione illegale di oro e coltan e della posizione strategica che favorisce i traffici illegali verso il Brasile. 

Tramite il proprio profilo X il presidente colombiano Petro ha dichiarato che spetterà all’esercito dover “salvare e proteggere la popolazione dall’ELN” che ne è ora il carnefice, aggiungendo che il governo è “al fianco del popolo” e definendo come “morto” lo spirito rivoluzionario dell’ELN che lui stesso ha avuto modo di conoscere in passato. Con questa scelta l’organizzazione cerca la guerra e “la otterrà”, ha dichiarato in conclusione Petro. 

La spirale di violenza in cui è ripiombato il paese è il sintomo di un fallimento delle politiche pacificatorie promesse e cercate da Petro fin dall’inizio del suo mandato nel 2022. Il presidente colombiano ha infatti profuso un enorme sforzo per convincere le organizzazioni armate del paese a deporre le armi senza però ottenere nessun risultato concreto e trovandosi ora di fronte a questo risultato che fa sprofondare la Colombia nel terrore di un nuovo possibile capitolo di una guerra civile iniziata nel 1964 e mai veramente terminata.