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Qualcosa in più di una operazione di maquillage, ma formalmente nessun boicottaggio e, nei fatti, nessuna ritirata. È questo il quadro che emerge osservando la partecipazione degli atenei italiani al bando di cooperazione scientifica con Israele promosso dal Ministero degli Affari Esteri. I numeri del 2024 parlano chiaro: se nel 2023 i progetti approvati erano 85 e nel 2022 erano 36. L’anno scorso, alla scadenza del 10 aprile, se ne contavano appena 18. Lo stesso numero, cifra più, cifra meno, si rivede quest’anno.

Un piccolo crollo da non sottovalutare, che riflette il clima di tensione che da mesi agita i campus italiani, tra occupazioni e mobilitazioni pro-Palestina. Per evitare nuove crisi come quella che l’anno scorso travolse l’Università di Torino — costretta al ritiro dal bando sotto la pressione dei collettivi studenteschi — molte università hanno scelto la via del disimpegno preventivo: non partecipare.

Chi ha resistito? Pochi. In prima fila, l’Università di Padova, che ha stipulato ben quattro accordi con istituzioni israeliane. Seguono La Sapienza di Roma, il Politecnico e l’Università Statale di Milano, l’Università dell’Aquila e quella dell’Insubria. Ma la metà dei progetti riguarda enti di ricerca come il Cnr, l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e l’Agenzia Spaziale Italiana.

Lettera aperta e accuse di complicità

In questi giorni, un migliaio tra docenti e ricercatori italiani, sfidando intimidazioni e censura, hanno firmato una nuova lettera aperta indirizzata al ministro Antonio Tajani e alla presidente della conferenza dei rettori delle università italiane (Crui), Giovanna Iannantuoni, per chiedere la sospensione dei bandi rimanenti. Le accuse sono pesanti: complicità in crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale.

La lettera cita i dati del disastro umanitario a Gaza — oltre 52.000 morti palestinesi accertati — e sottolinea come l’uso sistematico di bombardamenti su ospedali, università e infrastrutture civili renda “intollerabile” qualsiasi forma di collaborazione scientifica. “Perché – si chiedono i firmatari – i fondi pubblici italiani dovrebbero finanziare la ricerca in campo medico di un Paese che ha distrutto tutti gli ospedali di Gaza?”. E ancora: “Perché finanziare la ricerca ambientale di chi ha contribuito ad aggravare l’inquinamento globale con campagne di bombardamento incessanti?”.

Agricoltura e salute pubblica: progetti lontani dal dual-use?

A tentare di smentire il timore diffuso di un coinvolgimento nelle tecnologie militari — il cosiddetto dual-use — sono i settori interessati dalle collaborazioni: miglioramento della salute dei suoli, purificazione delle acque, desalinizzazione, produzione di energia sostenibile. Nulla che richiami immediatamente il comparto bellico. Eppure, il sospetto di una contaminazione tra ricerca civile e militare non si è dissolto, anche perché il sistema universitario israeliano è parte integrante dell’apparato militare del Paese Senza rottura totale non può passare il messaggio politico, spiegano i critici, e soprattutto non si capisce perché con la Russia tutte queste distinzioni non siano state fatte.

Dall’embargo alla cooperazione selettiva

Non è solo una questione morale. Il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia del luglio 2024 ha stabilito l’obbligo degli Stati democratici di porre fine a ogni forma di complicità con le violazioni israeliane del diritto internazionale. Sul piano accademico, ciò si traduce nell’interrogarsi sulla legittimità di collaborazioni con atenei che, secondo numerosi studi, intrattengono rapporti strutturali con il complesso militare-industriale israeliano.

Nel parere sono citati casi concreti: dalla Hebrew University che finanzia i soldati israeliani impiegati a Gaza, al Weizmann Institute e all’Università di Tel Aviv, che raccolgono fondi a sostegno delle truppe. Non solo: alcuni dei principali produttori di armi israeliani, come Elbit Systems e Ian, sono nati come spin-off accademici.

Un malcontento che cresce

In questo contesto, cresce anche il malcontento verso la deriva militarista della ricerca scientifica. Il piano europeo per il riarmo, la partecipazione crescente delle università italiane a progetti legati alla difesa tramite fondazioni come Med-Or o società come Leonardo, sollevano dubbi sulla reale “neutralità” della ricerca. Se ne è discusso anche in un incontro presso la sede centrale del Cnr, alla presenza di Francesca Albanese, relatrice speciale Onu per i territori palestinesi occupati, tormentata da agguati mediatici e tentativi di cancellazione provenienti anche da quotidiani di centro-sinistra.

Nonostante l’apparente volontà di mantenere separati i piani della cooperazione scientifica e delle tensioni geopolitiche, i dati e le proteste indicano che ormai l’intreccio è inevitabile. Se in passato bastava una clausola contro il dual-use a placare le coscienze, oggi per molti questo non è più sufficiente. L’accademia italiana, timorosa di perdere fondi ma anche reputazione, si trova stretta in una contraddizione sempre più difficile da ignorare. In ogni caso, registriamo un passo avanti rispetto a due anni fa, quando anche solo parlare di boicottaggi era tabù. Anche in molti salotti progressisti.

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