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La morte di Ismail Haniyeh è un duro colpo non solo per la leadership di Hamas ma anche, se non soprattutto, per l’Iran che è stato teatro dell’uccisione del capo dei militanti di Gaza. Eliminato per mano più che plausibilmente israeliana mentre si trovava in visita nella Repubblica Islamica per presenziare all’inaugurazione presidenziale di Masoud Pezeshkian.

A preoccupare Teheran deve essere la falla securitaria che ha contraddistinto gli apparati di sicurezza del Paese. A prescindere dalle modalità, che a causare la morte di Haniyeh sia stata un’infiltrazione di agenti israeliani, l’opera di un proxy clandestino operativo sul terreno o un soggetto che ha potuto avvicinarsi tramite tradimento della security del capo di Hamas, il Paese appare frastornato nella sua componente securitaria.

Haniyeh appariva poche ore prima della morte in video intento a parlare con Pezeskhian alla cerimonia inaugurale del neo-presidente ed ha incontrato l’ayatollah Ali Khamenei nei giorni scorsi: una falla così ampia nella protezione di una figura che era stata avvicinata dai big del potere iraniano, dà molto da pensare per un Paese che solo due mesi e mezzo fa ha dovuto subire la perdita del presidente Ebrahim Raisi in un incidente in elicottero su cui pesa molto la sottovalutazione, nel caso specifico del rischio meteo.

Chi ritiene che la morte di Haniyeh sia un duro colpo per l’Iran è Alessandro Cassanmagnago, storico e analista geopolitico, studioso di questioni persiane che collabora con l’Università degli Studi di Milano. Parlando con InsideOver, Cassanmagnago ricorda che nel caso della morte di Haniyeh “si ripete la danza della guerra-ombra tra Israele e Iran. La differenza è che questa volta Israele ha colpito durissimo: un conto è uccidere uno scienziato nucleare, un conto colpire un ufficiale delle Guardie Rivoluzionarie, un’altra cosa colpire un capo di Governo straniero in visita in uno Stato con cui si ha un conflitto irregolare in corso”.

Per di più, ragiona lo studioso, “quando il motivo della visita è l’insediamento presidenziale di un leader che si presenta con una piattaforma di dialogo regionale e con gli Stati Uniti, patrono di Israele. I temi che la morte di Haniyeh apre sono molti”. Innanzitutto, analizza Cassanmagnago, “il tema caldo è la facilità con cui attori esterni legati a Israele operino all’interno di un Iran che è diventato un colabrodo. L’Iran ha delle enormi deficienze sul fronte dei protocolli di sicurezza: lo dimostra il fatto che Israele opera facilmente nella Repubblica Islamica, ma lo hanno confermato anche gli attentati dell’Isis-K nel Paese e la macchia gravissima dell’incidente mortale di Ebrahim Raisi”.

Per Cassanmagnago il paragone più diretto viene con l’eliminazione di Mohsen Fakhrizadeh, capo del programma nucleare ucciso nel novembre 2020, per metodi d’infiltrazione e complessità tecnologica: “Quando Israele assassinò lo scienziato utilizzò una mitragliatrice portatile montata su un’automobile e comandata a distanza. Oggi si parla di un mini-drone contro Haniyeh: per Israele operare in Iran è una priorità assoluta che il Mossad e le altre strutture soddisfano riuscendo a garantire agli agenti in loco una sofisticata tecnologia”.

L’altro aspetto da tenere in considerazione è legato al fatto che questo omicidio arriva in un momento delicatissimo non solo per la guerra a Gaza e la tensione diplomatica, ma anche per la transizione di potere che di fatto fa mancare a Teheran un vertice operativo dell’intelligence. Infatti, spiega lo studioso, “i vertici del Paese sono in una fase di grossa fragilità, sfruttata da Israele per colpire il ventre molle dell’Iran e eliminare Haniyeh in un contesto in cui la sicurezza doveva essere massima”.

Un grande colpo per David Barnea, capo del Mossad, che secondo Cassanmagnago “per Israele rivaleggia con la raccolta informativa che ha portato nel 2020 a eliminare il generale Soleimani e per l’Iran rappresenta uno smacco ancora peggiore”. Un trionfo totale per Tel Aviv? Non è detto, però. Ragiona Cassanmagnago: “il rischio sul lungo periodo che Israele può creare per la sua sicurezza è quello di una radicalizzazione dei suoi avversari, che può forzare quella convergenza tra Hamas e il cosiddetto “Asse della Resistenza” sciita a guida iraniana che appare innaturale viste le differenze passate in teatri come la Siria”. Il gioco tattico di retroguardia di Benjamin Netanyahu, con una strategia rivolta al breve periodo, “ha consentito di garantire l’affossamento della trattativa con un’azione clamorosa e di danneggiare le prospettive di un’apertura di rapporti Iran-Usa in un momento delicato per entrambi i Paesi”. Un salto nel buio per il Medio Oriente, quello causato dalla morte di Haniyeh, le cui conseguenze sono tutte da valutare.

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