Civili e soldati, meglio morti che ostaggi di Hamas? Israele e la Direttiva Annibale

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Uccidere civili pur di non farli cadere nelle mani di Hamas? Dai tragici momenti del 7 ottobre scorso, giorno degli attentati di Hamas in Israele, emerge in molti commentatori una prospettiva potenzialmente inquietante. Sono sempre più ampi i sospetti sul fatto che le Israel Defense Force (Idf) abbiano applicato non solo verso i militari ma anche nei confronti dei civili la controversa Direttiva Annibale, il protocollo di gestione degli scenari di crisi tradizionalmente applicata alle forze armate che impone alle truppe dello Stato Ebraico di evitare in tutti i modi il rapimento di uomini e donne in divisa da parte di gruppi terroristici o militanti. Anche a costo di uccidere gli ostaggi insieme ai rapitori, se intercettati.

Nel 2016 Gadi Eisenkot, allora capo di Stato Maggiore dell’Idf e fino a poche settimane fa membro del governo di guerra israeliano assieme a Benny Gantz in rappresentanza dell’opposizione a Benjamin Netanyahu, revocò formalmente la direttiva che però nella prassi a fine 2023, nel giorno degli attacchi di Hamas, sarebbe stata messa in pratica.

Haaretz ha di recente indicato che in tre occasioni il 7 ottobre richieste confacenti ai protocolli della Dottrina Annibale sono state emanate ai militari che gestivano le infiltrazioni di Hamas. E, novità interessante, non si parlava solo di prevenire il sequestro di truppe in divisa e operative ma di fermare il rapimento di civili anche a costo di causare perdite. Risuona, in quest’ottica, una ripresa di quanto ha messo nero su bianco la Commissione indipendente d’inchiesta sui Territori Palestinesi delle Nazioni Unite un mese fa, che ha citato esplicitamente la possibile applicazione della Direttiva Annibale: il 7 ottobre, per la Commissione, “in almeno altri due casi, l’Idf aveva probabilmente applicato la direttiva Annibale, con conseguente uccisione di fino a 14 civili israeliani. Una donna è stata uccisa dal fuoco degli elicotteri dell’Idf mentre veniva rapita da Nir Oz a Gaza dai militanti. In un altro caso, la Commissione ha scoperto che il fuoco dei carri armati israeliani ha ucciso alcuni o tutti i 13 ostaggi civili tenuti in una casa a Be’eri”.

La relazione era stata ripresa come potenzialmente attendibile dal Guardian, mentre il governo israeliano la ha definita “parziale e contaminata da un chiaro programma anti-israeliano”. Anche se ora sul tema apre pure la testata israeliana più accreditata a livello internazionale. E, del resto, nelle scorse settimane hanno fatto rumore le parole di Noam Dan, cugino dell’ostaggio Ofer Calderon, secondo cui tutta la strategia di Netanyahu a Gaza non sarebbe altro che una maxi-applicazione della Direttiva Annibale in termini strategici. Dan ha sottolineato che a suo avviso a Netanyahu non interessa davvero riportare gli ostaggi a casa, ma usarli come leva per giustificare una guerra che consolidi il suo potere.

Insomma, in definitiva si tratta dell’ennesima zona d’ombra nella narrazione ufficiale su una giornata in cui, dagli avvertimenti ripetuti dell’Unità 8200 di intercettazione allo sguarnimento dei confini, il governo israeliano ha spesso voluto celare le deficienze operative e le scelte più radicali prese in reazione all’infiltrazione di Hamas. A pagare i dazi delle quali, in definitiva, sono stati i civili. Prime vittime di una guerra in cui al computo di morti del 7 ottobre, oltre 1.200 israeliani, si sta aggiungendo, impietoso, quello dei quasi 40mila gazawi uccisi da Israele in una guerra inclemente e che appare senza sbocco.