Cisgiordania, vivere sotto occupazione: checkpoint, spionaggio digitale e lavoro negato

SOGNI DI FARE IL FOTOREPORTER? FALLO CON NOI
Guerra /

In Cisgiordania non c’è mai stata una vera discussione su una possibile tregua. Dal 7 ottobre 2023, la violenza si è intensificata a ritmi costanti. Non a caso Gideon Levy, su Haaretz, scrive: “Non è più possibile essere un palestinese in Cisgiordania”. Eppure, in quella terra tormentata, vivono ancora tre milioni di palestinesi.

Più che un governo, quello della West Bank sembra un vero e proprio “regno del terrore”: meno sanguinario del genocidio a Gaza, certo, ma altrettanto incompatibile con la vita e la dignità umana. Accanto alle violenze e alle uccisioni arbitrarie compiute da soldati e coloni — più di mille palestinesi sono stati uccisi in due anni— e agli insediamenti illegali che proliferano senza sosta, l’annessione de facto della Cisgiordania si manifesta anche su altri fronti, silenziosi e sistematici.


Complesso di Al-Aqsa a Gerusalemme, i palestinesi attendono diverse ore prima di poter attraversare i checkpoint israeliani per le preghiere del venerdì.

I checkpoint da Jenin a Hebron

Per attraversare la Cisgiordania, da Jenin a Hebron, ci vuole mezza giornata. I chilometri che separano le due città sono 134 — in pratica, come fare due giri del Raccordo Anulare di Roma. Ma in Palestina, per percorrere quella distanza servono almeno quattro ore e quaranta minuti.

Oggi la West Bank è frammentata da oltre 800 checkpoint fissi e mobili — i cosiddetti flying checkpoints — disseminati ovunque. Prima del 7 ottobre erano già centinaia (OCHA ne contava 593), ma da allora si sono moltiplicati. La motivazione ufficiale è sempre la stessa: la sicurezza di Israele. Lo scopo reale, invece, è quello di portare avanti una “politica di frammentazione geografica della Cisgiordania” — scrive Ahmad Ezzeddin As’ad, docente all’Università di Betlemme. “Tutto questo viene effettuato per mezzo di diverse misure colonialiste come insediamenti, muri di separazione, posti di blocco, blocchi di cemento, filo spinato, telecamere di sicurezza e altri regimi di controllo, dominio e punizione”.

Il sistema Blue Wolf

Qualsiasi palestinese della Cisgiordania, prima o poi, viene identificato e tracciato attraverso Blue Wolf, un programma di riconoscimento facciale e raccolta dati sviluppato dall’esercito israeliano. L’app è installata sui cellulari dei militari: ai checkpoint basta una foto per identificare chiunque. Il sistema collega il volto a un database centrale, da cui compaiono in tempo reale dati anagrafici, luogo di residenza, precedenti, permessi o divieti di movimento e perfino un “livello di rischio”.

ONG e giuristi israeliani hanno definito “Blue Wolf” una violazione diretta del diritto alla privacy e delle Convenzioni di Ginevra, poiché impiega tecnologie di guerra per controllare una popolazione civile sotto occupazione. È parte di un più ampio regime di apartheid digitale, che comprende telecamere, droni e scanner biometrici distribuiti nelle città e ai checkpoint. In Cisgiordania, non ci sono solo muri e soldati: Blue Wolf è il volto digitale dell’occupazione.

Vietato lavorare in Israele

Da due anni, circa 200 mila palestinesi della Cisgiordania che prima del 7 ottobre 2023 lavoravano in Israele non hanno più un impiego. I loro permessi sono stati sospesi “per ragioni di sicurezza”, e nessuno sa quando — o se — verranno riattivati. The Times of Israel, lo scorso agosto, scriveva: “Attualmente solo 7 mila palestinesi della West Bank hanno il permesso di lavorare nello Stato ebraico. Tutti gli altri, un tempo dipendenti da Israele per salari dignitosi, stanno annegando.”

Si tratta di persone che un tempo sostenevano le loro famiglie, che mandavano i figli all’università. Chi non riesce più a sfamare i propri cari tenta il tutto per tutto: attraversa il confine illegalmente, trovando una falla nelle recinzioni o affidandosi a permessi falsi. Un rapporto dell’Ufficio centrale di statistica palestinese stima che circa 18 mila palestinesi stiano lavorando senza permesso all’interno di Israele o nelle aree della Cisgiordania sotto controllo israeliano. 

Anche questa è una punizione collettiva: silenziosa ma implacabile, che stritola lentamente vite e speranze.