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Quando la notte avvolge i villaggi palestinesi in Cisgiordania, l’oscurità assume una connotazione minacciosa, prefigurando l’irruzione di stivali sulle scale, le grida che lacerano il silenzio notturno e ragazzini trascinati via dal calore delle loro coperte. Il mese di marzo non ha fatto eccezione. Anzi, ha alzato la posta.

Tre importanti organizzazioni, ovvero la Commissione per gli Affari dei Detenuti, Addameer e il Club dei Prigionieri Palestinesi, hanno riferito che nel solo mese di marzo le forze israeliane hanno arrestato circa 800 palestinesi. Un dato che va oltre la fredda statistica, rappresentando una moltitudine silenziosa di individui, ciascuno con un nome, un volto e una vita sconvolta.

Il numero degli arrestati include 18 donne e 84 minorenni. Molti di questi fermi si sono verificati nel cuore della notte, durante operazioni violente che hanno interessato in particolare i governatorati di Jenin e Tulkarem, aree quotidinanamente colpite da violenze. Le incursioni, dicono i residenti, sono accompagnate da interrogatori improvvisati e aggressioni fisiche, spesso senza alcuna accusa formale. Le forze israeliane, nel corso delle loro attività militari, non si sono limitate all’irruzione nelle abitazioni private. Si è osservata una devastazione delle infrastrutture viarie e di altri servizi essenziali, generando un clima di diffuso panico tra la popolazione civile. Intere unità familiari si sono trovate costrette ad abbandonare i propri domicili, cercando rifugio in diverse località, in una dinamica che ricorda l’esodo da aree colpite da catastrofi naturali, con la differenza cruciale di essere causato dall’azione umana.

La repressione in Cisgiordania si è trasformata in un meccanismo circolare, dove ogni azione genera una reazione che a sua volta diventa causa di nuova violenza. Mentre l’attenzione mondiale resta focalizzata su Gaza, nei Territori Occupati si consuma una crisi parallela in un sistema di controllo che si autoalimenta, cancellando progressivamente il confine tra sicurezza e oppressione. Dall’inizio del genocidio, si stima che oltre 16.400 palestinesi siano stati arrestati in Cisgiordania, tra i quali si annoverano almeno 510 donne e 1.300 minori. Si tratta di un sistema giudiziario che mostra miopia selettiva, accecato davanti ai diritti fondamentali, ma straordinariamente perspicace nell’individuare ogni possibile minaccia alla sua egemonia demografica. Un meccanismo legale che non riconosce persone, ma solo obiettivi da eliminare dall’equazione palestinese. Stritolati da questo sistema, nel solo mese di marzo si è registrato il decesso di tre palestinesi durante la detenzione. Morti in celle lontane dagli occhi del mondo, dove nessun registro racconta la verità, nessun rapporto ufficiale ammette colpe. Un meccanismo che non produce documenti, ma solo corpi senza storia.

Nel frattempo, la quotidianità nei villaggi palestinesi evolve in un confronto costante con un’occupazione ostile e pervasiva. I dati forniti dall’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (OCHA) attestano che, nel periodo compreso tra il 25 marzo e il 7 aprile, le forze israeliane hanno causato la morte di nove palestinesi in Cisgiordania, tra cui due minori, e hanno provocato ferite ad almeno 130 persone, tra cui 34 minori.  Le circostanze parlano da sole: droni usati in operazioni urbane, corpi trattenuti come ostaggi, fuoco aperto per sospetti lanci di pietre. Il 6 aprile, a Turmus’ayya, un ragazzo di 14 anni è stato ucciso da un colpo di arma da fuoco. La versione israeliana parla di pietre lanciate contro i militari, ma nessuna pietra potrà mai giustificare una pallottola. E nessuna divisa dovrebbe mai trasformare un bambino in un bersaglio da eliminare.

In quelle stesse due settimane, l’OCHA ha registrato 44 attacchi da parte di coloni israeliani contro palestinesi. Quasi la metà ha preso di mira comunità beduine e di pastori.  I coloni, frequentemente armati e spesso sotto la protezione o persino con l’accompagnamento di personale militare israeliano, hanno compiuto devastazioni di abitazioni, incendi di terreni agricoli e causato ferimenti a civili. A Duma, in una notte di aprile, cinque veicoli sono stati dati alle fiamme e almeno dieci residenze hanno subito atti vandalici. A Jurish, 200 alberi di ulivo sono stati sradicati. Una mutilazione lenta, una forma di violenza agricola ma non per questo meno distruttiva. Le fonti riferiscono che in alcuni casi, i coloni indossavano divise militari. Non per camuffarsi, non ne hanno bisogno, ma per affermare una continuità, una convergenza tra potere militare e impunità civile.

In uno degli episodi più violenti, verificatosi il 28 marzo a Jinba, nell’area di Masafer Yatta, un colono a bordo di un quad ha aggredito due fratelli con colpi di bastone. Due ore dopo, altri coloni, armati e con il volto coperto, hanno fatto irruzione nel rifugio della famiglia, causando ferite a tre persone. Il giorno seguente, 29 marzo, le forze israeliane hanno condotto un’irruzione nella medesima comunità, danneggiando una scuola, una clinica, una moschea, oltre a infrastrutture agricole e stalle. Due ovini sono stati uccisi e altri tre sono scomparse. Le forze militari hanno operato con modalità che suggeriscono una spedizione ordinaria e si sono ritirate dalla comunità terrorizzata dopo quattro ore, senza che siano stati segnalati arresti o interventi di rilievo.

L’impatto di questa macchina dell’oppressione si misura nei settecentomila palestinesi in Cisgiordania che dipendono oggi dagli aiuti alimentari del WFP, un numero raddoppiato da ottobre 2023. La fame qui non è retorica, è farina razionata, latte in polvere mescolato ad acqua torbida, madri che dividono un pasto in tre. Intanto, con il tessuto sociale che si sfalda, le autorità israeliane chiudono con un decreto sei scuole UNRWA a Gerusalemme Est. Ottocento studenti si ritrovano improvvisamente senza un luogo dove imparare, bambini i cui zaini contengono solo l’amarezza di un’esistenza in frantumi.

Arresti, demolizioni, sgomberi, violenze notturne e riduzione dei servizi concorrono a rendere la vita nei Territori Occupati sempre più precaria, inducendo la popolazione residente alla rassegnazione o all’esodo. Nessun rapporto internazionale, per quanto dettagliato, può davvero trasmettere l’esperienza di chi sopravvive sotto occupazione, l’angoscia quotidiana, l’attesa dell’irruzione successiva. Ma almeno obbliga chi legge a guardare in faccia questa realtà.

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