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C’è una terra aspra e dura, lontana dalle prime pagine dei giornali e che pare non suscitare particolare interesse nell’opinione pubblica. È la Cisgiordania, che dista in linea d’aria appena novanta chilometri da Gaza. A differenza della Striscia, che è un inferno, oltre che una prigione a cielo aperto, al di là del fiume Giordano, solo apparentemente, si vive sotto una patina di legalità.

Mentre a Gaza è in corso una feroce guerra che ha ucciso 40mila persone, di cui 16mila bambini, nella in Cisgiordania continua un altro tipo di conflitto. Ebbene lì, i coloni israeliani sono al di sopra della legge. A loro è concesso ogni tipo di sopruso ai danni dei tre milioni di palestinesi che vivono nella regione. Le case degli arabi vengono distrutte, le loro auto prese a sassate, il bestiame ammazzato. I loro campi, fonte di sopravvivenza e sussistenza per un popolo di agricoltori, vengono dati alle fiamme. Persino la raccolta delle olive, che in alcuni punti non può avvenire senza un coordinamento con l’esercito israeliano, viene ostacolata e talvolta impedita

Tutto questo non rientra nel novero delle crudeli eccezioni. Haaretz infatti, ci tiene a precisare che quanto appena raccontato “è la normalità e non dei casi isolati”. Il giornale israeliano rincara la dose, scrivendo a chiare lettere “non credete alle bugie di chi afferma che la violenza dei coloni sia una rarità”. Quanto avviene in Cisgiordania è, dunque, la regola. 

L’attacco a Jit

L’ultimo drammatico episodio è accaduto a Jit, un villaggio palestinese che si trova a una manciata di chilometri da Nablus. Giovedì notte decine di coloni hanno messo a ferro e fuoco la cittadina, uccidendo un giovane di 22 anni, Rashid Sedda, e ferendone gravemente un altro. Durante l’attacco, sono state lanciate molotov contro le abitazioni e le auto. Questa volta, sulla vicenda si è persino espresso il primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha condannato quanto accaduto, assicurando giustizia. Promesse senza alcuna garanzia, considerando che negli ultimi dieci mesi, proprio in Cisgiordania, sono stati uccisi oltre 600 palestinesi, e feriti quasi 5mila.

Occorre ricordare che le violenze dei coloni, che qui sognano di cacciare ogni singolo palestinese per coronare il progetto del “Grande Israele”, non sono episodi di una storia recente, tutt’altro. Da che le persone del posto hanno memoria, non c’è stato un periodo di pace dal 1967, ovvero l’anno in cui Israele, dopo la vittoria della Guerra dei Sei Giorni, oltrepassò la “linea verde”, occupando di fatto parte dei territori al di fuori dei confini previsti dagli accordi dell’armistizio del ’49.

Tuttavia, dal 7 ottobre 2023, la situazione è notevolmente degenerata. Quando l’esercito israeliano ha invaso la Striscia di Gaza, anche la “frequenza degli attacchi dei coloni nella West Bank è aumentata a dismisura”.

Gli ebrei senza legge”, così li definisce Haaretz, colpiscono duramente ogni giorno. Gli obiettivi preferiti su cui sfogano le proprie frustrazioni, sono specialmente gli anziani e i giovani pastori. Come è accaduto a Wadha al-Najar, una donna di 62 anni, brutalmente aggredita insieme a suo figlio e a suo nipote, pochi giorni fa, sulle colline a sud di Hebron. Il modus operandi dei coloni, come si evince dalle testimonianze delle vittime, è sempre lo stesso. Fanno irruzione nei villaggi palestinesi, armati e talvolta mascherati, e picchiano o uccidono i malcapitati sotto tiro. Altre volte si limitano ad intimidire i contadini e i pastori, cacciandoli dai campi e promettendo loro severe ripercussioni. 

Eppure per Israele tali fatti non sussistono. Ovviamente, capita che alcuni dei coloni, a seguito di efferate violenze, vengano arrestati. Ma quasi mai la giustizia fa il suo corso, e in men che non si dica gli aggressori tornano liberi e impuniti. 

Israele spadroneggia in Cisgiordania

A fomentare l’odio dei coloni israeliani non sono solamente il disprezzo per i palestinesi e la politica suprematista dei leader di estrema destra, come Itmar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich [rispettivamente ministri della Sicurezza e delle Finanze]. Quel che sembra essere in atto, riporta Haaretz, è un vero e proprio tentativo di trasferimento sistematico della popolazione. In parte, difatti, già sta avvenendo qualcosa di simile a Masafer Yatta [un insieme di villaggi palestinesi sparsi a sud di Hebron]. Fino ad oggi, “circa 30 comunità pastorali sono state costrette ad abbandonare le loro case qui [a Masafer Yatta] e nella Valle del Giordano”.

Si aggiunga a tutto questo, un altro fatto non di poco conto. Il governo Netanyahu, con il ministro Smotrich in prima linea, sta facendo man bassa di terreni, annettendo sempre più acri al suo Stato e sottraendoli, di conseguenza, alla West Bank. Non a caso, il mese scorso “il consiglio supremo di pianificazione israeliano ha approvato l’avanzamento della costruzione di 5.295 unità abitative in diversi insediamenti”.

Ed è così che, mentre continua la mattanza a Gaza, nel silenzio più totale un’altra parte di Palestina perde colpi e terre. Indisturbati, e sotto la copertura della guerra, in Cisgiordania i coloni israeliani stanno mettendo radici sempre più profonde.

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