In Cisgiordania, ogni tre giorni un minorenne viene ucciso dall’esercito israeliano. Dal 7 ottobre 2023, sono almeno 183 i bambini e ragazzi che hanno perso la vita per mano delle forze armate israeliane (IDF). Questi dati drammatici – che non sono semplici numeri perché ognuno di loro aveva un nome, un volto e un futuro ora spezzato – sono stati divulgati dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, che ha condotto un’approfondita analisi sulla politica militare dello Stato ebraico nei territori occupati della Cisgiordania.
In West Bank, così come a Gaza, ma questo è sotto gli occhi di tutti coloro che vogliono vedere, vige una “politica di fuoco aperto lassa e permissiva” che, come riferisce B’Tselem, “consente alle forze israeliane di sparare sui civili con forza letale”. L’organizzazione cita numerosi casi di uccisioni non necessarie e illegali, incluso quello di una bambina di due anni a Jenin, all’inizio di quest’anno [tre giorni dopo l’inizio della cosiddetta operazione “Muro di ferro”]. Si chiamava Laila Mohammad Ayman Khatib e stava cenando con la madre, la zia e i suoi nonni, quando l’esercito israeliano ha sparato alle finestre dell’abitazione, colpendo a morte la bimba. La motivazione ufficiale, e che ben spiega la succitata politica militare permissiva, è sempre la stessa che si ripete ossessivamente: all’interno dell’edificio, sostiene l’Idf, probabilmente si trovava “un presunto terrorista barricato tra le mura”.
E se a Laila, così come ad altri 182 bambini e ragazzi, è stato strappato il futuro, ad altri è stato profondamente compromesso, sempre a causa della politica scellerata delle forze israeliane. Emblematica, in tal senso, è la testimonianza raccolta da Gideon Levy nel suo toccante articolo dedicato a Jannat, una bambina di otto anni resa cieca dai colpi dei soldati dell’IDF. Un episodio tragicamente simile a quello che ha portato alla morte di Laila: i militari hanno aperto il fuoco contro le finestre dell’abitazione, e Jannat è stata colpita agli occhi mentre stendeva il bucato con la madre. È viva per miracolo, ma i suoi occhi non vedono più.
I soldati violano sistematicamente le disposizioni militari
I regolamenti ufficiali israeliani sull’uso delle armi da fuoco prevedono l’impiego della forza letale solo in due circostanze: la prima, quando vi è un pericolo immediato per la vita e non esistono alternative per neutralizzare la minaccia – e solo l’aggressore diretto può essere colpito; la seconda, durante un tentativo di arresto, è consentito mirare alle gambe come ultima risorsa, ma solo dopo aver lanciato un avvertimento, sparato in aria e accertato che nessun altro sia a rischio.
Tuttavia, B’Tselem riferisce che queste regole vengono sistematicamente violate oppure interpretate in modo così ampio da permettere, di fatto, l’uso della forza letale anche in situazioni che non rappresentano una minaccia per la vita. Non a caso, Haaretz ha riportato la cronaca di molti casi in cui i soldati hanno preso di mira ragazzi e ragazzini che lanciavano pietre, “sparando alla parte superiore del corpo invece che alle gambe, in aperta contraddizione con le normative ufficiali”.
“L’uccisione di bambini non è un fenomeno nuovo”
L’uccisione di bambini palestinesi da parte delle forze israeliane non è certo un fenomeno nuovo. Le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Defense for Children International–Palestine (DCIP), accusano da anni i soldati israeliani di fare regolarmente ricorso a forza eccessiva e letale contro i minorenni, spesso in violazione del diritto internazionale. Nel 2022 DCIP ha documentato la morte di 36 bambini in Cisgiordania; nel 2023 il numero è salito a oltre cento, rendendo quell’anno uno dei più tragici per l’infanzia palestinese. Non c’è stata un’inversione di rotta nel 2024, anzi. L’esercito israeliano ha spinto sull’acceleratore, operando a briglie sciolte in West Bank, così come a Gaza, forte dell’appoggio del governo e di alcuni ministri in carica.
Quasi duecento, tra bambini, ragazzini e adolescenti, sono stati uccisi nell’arco di 18 mesi perché colpevoli, il più delle volte, di aver lanciato pietre contro i mezzi corazzati dell’esercito israeliano. Altre volte, invece, non vi è stato neppure tale pretesto.
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