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I venti di guerra continuano a soffiare sull’Europa orientale. Lo schieramento di truppe russe non sembra destinato a interrompersi nell’arco di pochi giorni. E mentre i negoziati tra Mosca e Washington proseguono a ritmo serrato per evitare una guerra, molti osservatori si interrogano su quale possa essere il vero obiettivo del Cremlino. Siamo di fronte a un bluff? Non è possibile dare risposte certe. Quello che però è reale sono i movimenti di forze e i rischi non solo per l’Ucraina, ma anche per la Russia e l’Europa.



1. Come è iniziata l’escalation?

La crisi che ha investito il confine tra Russia e Ucraina ha radici lontane. Di fondo, la chiave strategica di questa escalation è la medesima che scatenò la frattura del 2014, con la caduta di Viktor Yanukovich, la nascita di un governo filo-occidentale, lo scoppio della guerra civile nelle regioni orientali e l’annessione della Crimea da parte di Mosca. Ma esistono anche ragioni culturali e storiche che si basano su periodi antecedenti. Non è questa la sede di un approfondito studio storico sui rapporti tra Ucraina e Russia, quello che però è certo è che, al netto degli interessi strategici, vi sono motivazioni di ordine etnico, politico e culturale che non possono considerarsi di scarsa rilevanza. Dall’idea di un unico popolo, ribadita anche da Vladimir Putin, alla lingua fino alle motivazioni storiche che dividono i nazionalisti ucraini da quelli russi. Questioni che si ripresentano a trent’anni dalla caduta dell’Unione Sovietica e che si innestano su un rapporto mai del tutto risolto dall’indipendenza di Kiev.

In tutti questi anni, il conflitto nato nel 2014 non si è mai congelato. La guerra tra separatisti filorussi e nazionalisti ucraini ha continuato, con alti e bassi, fino ai giorni nostri. Una guerra silenziosa ma inesorabile che ha avuto di nuovo i riflettori dei media internazionali quando Mosca ha iniziato a lanciare numerosi avvertimenti alla Nato su un’eventuale espansione a est. Il Cremlino ha deciso a metà dicembre di muovere le truppe schierando un numero molto elevato di militari – circa centomila – lungo tutto il confine con l’Ucraina. Formalmente per esercitazioni, o, in altri casi, con la giustificazione che Mosca è libera di muovere le truppe sul proprio territorio. Ma nei fatti, specialmente con gli ulteriori spostamenti di forze in Bielorussia e col rafforzamento degli avamposti in Crimea e nelle regioni vicine al Mar Nero, il segnale lanciato dai comandi russi è stato quello di poter prendere decisioni di natura militare qualora l’Ucraina avesse richiesto di far parte della Nato. Un mese di tensioni che i negoziati tra Cremlino e Casa Bianca hanno provato a stemperare. Per ora con pochi risultati.

2. Chi sono i protagonisti?

I protagonisti sono diversi, e si possono dividere per cerchi concentrici. C’è un primo nucleo che è quello composto dal presidente russo, Putin, il presidente ucraino, Volodymir Zelensky, e dal presidente degli Stati Uniti, Joe Biden.

A questi protagonisti si aggiungono poi attori di grande peso che, pur non rientrando nel novero delle personalità direttamente coinvolte, certamente hanno un peso rilevante. Jens Stoltenberg, segretario generale della Nato. Poi vi sono i leader degli Stati europei coinvolti nei cosiddetto “Formato Normandia” nato nella crisi del 2014, e cioè i leader di Francia e Germania: quindi Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Tavolo allargato tendenzialmente anche al Regno Unito, che, con Boris Johnson, ha deciso di mostrare i muscoli inviando soldati e mezzi in Europa orientale e nella stessa Ucraina. Un ruolo lo ha anche Aleksandr Lukashenko, il leader bielorusso che con la crisi dei migranti al confine con la Polonia ha avviato la stagione crisi che ancora perdura su tutto il fronte orientale. Interessante anche il peso di Recep Tayip Erdogan, che si è già proposto come possibile mediatore avendo costruito rapporti strategici con entrambi gli schieramenti. Infine, da ricordare anche quelle personalità che dovrebbero avere un peso sulla scena e che invece sono in disparte quale simbolo della poca rilevanza dell’Unione Europea nell’escalation alle sue porte dell’est: Ursula von der Leyen, Charles Michel e Josep Borrell.

putin biden
L’incontro tra il presidente Usa Joe Biden e il suo omologo russo Vladimir Putin durante l’incontro del 16 giugno 2021 a Ginvra.

A questi, dobbiamo aggiungere altri attori fondamentali ma che non rientrano nel novero dei leader. Il primo è senza dubbio Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo e tra i diplomatici più esperti dell’intero consesso internazionale. Sempre sul fronte russo c’è Sergei Ryabkov, l’uomo scelto proprio da Lavrov per guidare i negoziati con gli Stati Uniti. Da parte statunitense, fondamentale il ruolo del segretario di Stato, Anthony Blinken. Mentre negli ultimi giorni, il Foreign Office britannico ha aggiunto un ulteriore personaggio nel grande caos ucraino: l’ex vicepremier ucraino Yevhen Murayev. Secondo Londra, la Russia potrebbe scegliere lui come primo ministro in caso di invasione e caduta di Zelensky. Ipotesi che da Mosca hanno smentiscono in modo categorico.

3. Cosa vuole la Russia?

La Russia ha chiesto ripetutamente agli Stati Uniti di dare “garanzie di sicurezza” sul fatto che la Nato non si espanda ulteriormente verso est, includendo l’Ucraina.

Per il Cremlino si tratta di una condizione imprescindibile che si basa su tre fondamenti strategici. Il primo è che Mosca, da sempre, soffre di quella che gli analisti chiamano “sindrome da accerchiamento”: in poche parole i russi temono che il loro immenso territorio venga circondato da forze nemiche. L’Ucraina, in questo senso, rappresenterebbe un cuneo nello spazio russo per cui il blocco occidentale sarebbe a poche ore di distanza dalla stessa capitale russa. Il secondo è il desiderio di mantenere una sfera di influenza nello spazio post-sovietico che, a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, appare ormai sempre più ridotto. Terzo elemento, altrettanto centrale, è il desiderio russo ricalibrare il proprio ruolo geostrategico nel Vecchio Continente evitando che l’Europa resti ancorata all’ombrello atlantico pur avendo interessi con Mosca.

Per rispondere a queste esigenze, Mosca chiede che la Nato torni a una situazione sostanzialmente precedente a quella del 1997, e cioè prima che nella Nato entrassero i Paesi europei dell’ex mondo sovietico. Attualmente, tra le richieste del Cremlino vi sarebbe lo spostamento delle truppe Nato dalla Polonia e dai Paesi baltici, il ritiro da Bulgaria e Romania e la promessa che appunto l’Ucraina non entri mai nell’Alleanza. Richieste cui Bruxelles e Washington hanno risposto dicendo che non possono in alcun caso promettere che un Paese venga escluso a priori dal blocco e respingendo il tema del ritiro dai Paesi dell’Europa orientale.

4. Putin può invadere l’Ucraina?

Impossibile fare previsioni. La Russia per ora smentisce qualsiasi tipo di volontà di invasione, e tanti sperano che Putin stia solo alzando la tensione per raggiungere una parte di quanto richiesto. Ma i militari continuano a essere alle porte dell’Ucraina: sia nella Federazione Russia che in Bielorussia. E i precedenti di Georgia e Crimea non inducono l’intelligence ucraina, atlantica e Usa a escludere ipotesi belliche.



Mosca ha certamente le capacità di attaccare Kiev. Secondo i massimi esperti, l’attacco potrebbe avvenire da almeno tre direttrici: dal Mar Nero, dai territori orientali e dal confine settentrionale, possibilmente in tandem con le truppe già presenti in Bielorussia. Altri sostengono che potrebbero avvenire attacchi cyber oppure sfruttando il sostegno ai separatisti delle repubbliche filorusse, mantenendo quindi una forma “ibrida” del conflitto. Washington continua a ripetere che a metà febbraio potrebbe avvenire un’invasione, anche se non è detto con il piano di giungere fino a Kiev e lo stesso Biden ha parlato di possibile “incursione” paventando ipotesi di blitz ridotti nel tempo e nello spazio.

Le capacità ucraine di resistere sono un’incognita. L’esercito di Kiev è un esercito complesso e che negli anni si è rafforzato. E data la vastità del territorio, è possibile che la guerra si prolunghi. Le città potrebbero resistere diverso tempo e il clima non rende facile l’attraversamento di molti territori. A questo si deve aggiungere il supporto militare giunto da Regno Unito e Stati Uniti, in particolare armi anticarro spalleggiabili e missili. La Germania ha deciso di inviare, non senza critiche, materiali per ospedali da campo ed elmetti.

Intanto l’Alleanza Atlantica spera che come deterrente possa bastare il rafforzamento dei suoi contingenti su tutto il fronte orientale. Biden sembra pronto a inviare migliaia di uomini in Europa dell’Est e Johnson ha deciso di inviare addestratori in Ucraina oltre ad aumentare le forze di stanza nel continente. Altri Paesi Nato hanno ordinato l’invio di caccia nella basi orientali e di navi tra Baltico e Mar Nero. L’obiettivo è quello di far capire a Putin che l’escalation potrebbe diventare incontrollabile e che dal blocco atlantico non ci sarà alcuna marcia indietro.

5. Gas ma non solo: può fermarsi il flusso dalla Russia?

La prima domanda che tutti si sono posti è l’effetto di questa crisi sul gas e sul suo prezzo. Per ora le conseguenze si sono già avvertite. Il flusso dell’oro blu nel gasdotto Yamal ora è da ovest a est, con un senso quindi contrario rispetto a quello che dovrebbe condurre il gas dai giacimenti russi all’Europa. Il Nord Stream 2, progetto che dovrebbe blindare l’asse energetico tra Germania e Russia, è paralizzato e potrebbe essere la vera grande vittima di questa crisi diplomatica e militare. Il portavoce del Pentagono, John Kirby, ha detto a Fox News che Usa e Ue “stanno lavorando con i Paesi di tutto il mondo per valutare le opzioni per garantire forniture di energia alternativa nel caso in cui la Russia decidesse di utilizzare le sue risorse energetiche come arma nel conflitto sull’Ucraina”.



Questo non significa che la Russia prenderebbe a cuor leggero la decisione di interrompere i flussi di gas. Molti osservatori sottolineano che Mosca può sostituire il Vecchio Continente con i mercati asiatici, in particolare la Cina. Ma questa visione non tiene conto del fatto che i giacimenti sono diversi e differenti sono i gasdotti. Pertanto l’aumento del flusso verso Pechino non potrebbe colmare il vuoto lasciato dai ricchi mercati europei. E rompere con gli Stati Ue non sarebbe una scelta senza conseguenze diplomatiche e strategiche.

gasdotti europa

Per l’Europa, si aggiunge il tema di come sostituire le fonti di energia qualora il Cremlino decidesse per questa extrema ratio. I Paesi produttori sono pronti ad aumentare la fornitura, ma non a colmare il gap. E gli Stati Uniti, che hanno chiesto anche al Qatar di sostenere con più offerta il mercato europeo, non riusciranno nel breve termine a operare questa sostituzione. Tantomeno con il GNL.

Si aggiungono poi, oltre al gas, ulteriori materie prime di cui va sempre tenuto conto. Come scrive Il Sole 24 Ore, c’è sempre il petrolio, di cui la Russia rimane una potenza mondiale. Infine, da non sottovalutare anche il ruolo di cereali e metalli, di cui l’Europa è anche in questo caso un importatore. Infine, oltre all’interruzione fisica dei flussi e delle infrastrutture, vi sarebbe il problema di importare dalla Federazione in un regime di sanzioni che, secondo Washington, in caso di guerra sarebbero pesantissime. A essere colpiti soprattutto palladio, nichel, rame e grano. Anche in questo caso, cambiare esportatori non sarà semplice e indolore.





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