Una bandiera ammainata, una semplice cerimonia, un commiato dopo una quasi ventennale presenza in una delle basi più importanti dell’ovest del Paese. É l’8 giugno scorso e in questa maniera l’Italia chiude la sua missione in Afghanistan. Tutto inizia negli ultimi mesi del 2001. Il mondo occidentale in quel momento appare ancora scosso dagli attacchi dell’11 settembre 2001 contro New York e Washington.

Gli Stati Uniti nel successivo mese di ottobre bombardano Kabul e le principali città, l’obiettivo è dare la caccia a Osama Bin Laden, ai leader di Al Qaeda ma anche ai principali esponenti dei talebani, il movimento islamista che controlla l’80% del territorio. Il 12 novembre 2001 gli studenti coranici perdono Kabul, quel giorno nella capitale entrano i miliziani dell’Alleanza del Nord supportati dagli Usa. E così ecco che le forze internazionali mettono il piede sul campo. Italia compresa. Il nostro contingente negli anni perde 54 uomini. Ma anche gli altri Paesi occidentali piangono numerosi caduti. La Nato nel 2003 inizia qui la sua prima missione fuori dai confini europei. Si cerca di supportare e sostenere le nuove autorità statali create dopo la cacciata dai Talebani, ma gli islamisti non abbandonano mai il territorio.

1 – L’inizio del ritiro

Nel 2016 la svolta: Donald Trump, candidato repubblicano alla presidente Usa, promette la fine di molte missioni militari statunitensi. Una volta eletto, si paventa la possibilità di un ritiro graduale di tutte le forze occidentali dall’Afghanistan. Nel 2018 iniziano le contrattazioni con gli studenti del Corano, mediate dal Qatar. L’obiettivo è quello di includere il movimento nel processo di pace e nel governo di Kabul. Poco prima dell’inizio della campagna elettorale del 2020, Trump vuole mantenere la promesse e annuncia l’accordo con i talebani per arrivare a un progressivo ritiro delle truppe.

Operazioni di dismissione della base del contingente italiano e cerimonia dell’ammainabandiera ad Herat

Le consultazioni vengono vinte da Joe Biden, il quale decide però di mantenere in vita il piano di rientro dei soldati. Si arriva così a giugno. L’Italia, che controlla Herat e le province occidentali dell’Afghanistan, ammaina la sua bandiera. Poco prima altri Stati della Nato fanno la medesima scelta. Gli Usa, nel piano redatto da Biden, simbolicamente dovrebbero andare via entro l’11 settembre 2021. Ben presto però, tutti i più nefasti sospetti prendono forma. I talebani, forti del ritiro progressivo delle truppe occidentali, riprendono ad avanzare. L’esercito afghano, nonostante 20 anni di addestramento, nella maggior parte dei casi non combatte. Decide, al contrario, di ammainare le bandiere e deporre le armi.

2 – La caduta di Kbaul

Gli studenti coranici da giugno conquistano terreno. I miliziani prendono campo inizialmente a sud, lì dove hanno sede le proprie roccaforti. Qui infatti risiedono buona parte dei cittadini di etnia Pasthun, la stessa a cui appartengono i talebani. Questi ultimi si sono sempre rispecchiati con le regole sociali delle loro province di origine. La rigida interpretazione della Sharia che portano avanti, ha in parte come base i codici sociali, scritti e non, dei Pasthun. Per questo gli islamisti prendono terreno soprattutto nelle aree rurali. Poliziotti e militari non combattono, a volte anzi decidono di tornare a casa lasciando per strada la divisa. In pochi sembrano, specialmente nel sud dell’Afghanistan, disposti a morire per lo Stato nato nel 2001. Il ritiro delle truppe occidentali completa il quadro.

Chi ancora crede nella possibilità di fermare i Talebani si sente abbandonato dai Paesi della Nato e dagli Usa in particolar modo. Il morale tra le ultime truppe afghane rimaste è molto basso, la sensazione di una prossima disfatta è dietro l’angolo. Anche questo è un elemento che facilita i progressi territoriali dei miliziani islamisti. I quali, al contrario, sentono di avere già la vittoria in pugno e di poter rivendicare la cacciata dei soldati occidentali dal Paese. Degli accordi stipulati con gli Usa pochi anni prima e delle promesse di pace fatte con il governo afghano alla vigilia del ritiro di Washington non c’è alcuna traccia.

L’elicottero Usa lascia l’ambasciata americana a Kabul

Tra fine giugno e inizio luglio i talebani hanno oramai gran parte del sud, anche se per il momento non entrano nelle grandi città. La vera svolta decisiva si ha nell’ultima decade di luglio. In queste settimane infatti gli studenti coranici mettono piede anche nel nord dell’Afghanistan, zona tradizionalmente a loro ostile. Qui risiedono soprattutto cittadini di etnia tagika, uzbeka, turcomanna e di altre minoranze. Si tratta di popolazioni che temono vendette e ritorsioni da parte dei Pasthun. Eppure i Talebani entrano in molte aree rurali settentrionali, a fine luglio i combattenti dichiarano di controllare posti di confine con il Tajikistan e di avanzare anche lungo la frontiera iraniana.

Ai primi di agosto i miliziani iniziano a mettere piede anche nelle grandi città. Cade Herat, lì dove fino a giugno sono presenti gli italiani, cade Kunduz, così come la storica roccaforte islamista e Pasthun di Kandahar. Il presidente afghano Ghani da Kabul si sposta a Mazar i Sharif, una delle più importanti città del nord e sede della resistenza tagika e uzbeka. Stringe accordi con i locali signori della guerra, nella speranza di poter arginare l’avanzata talebana e far partire una controffensiva. Nel frattempo a Kabul iniziano a convergere migliaia di profughi in fuga dalle aree conquistate dagli studenti coranici.

Gli ultimi disperati tentativi di Ghani non vanno a buon segno. Il 13 agosto cade anche Mazar i Sharif. Si capisce a quel punto che i talebani sono prossimi ad entrare nella capitale. Poche ore prima gli Usa si dicono convinti che la capitale può resistere ancora qualche mese. Invece nella notte di ferragosto i primi combattenti si fanno strada nella periferia della città. Gli americani a quel punto sono costretti a far evacuare di fretta e furia i propri diplomatici e i propri uomini. Da qualche giorno non è utilizzabile nemmeno l’importante base di Bagram, dunque la fuga deve essere organizzata all’aeroporto di Kabul. La mattina di ferragosto il cielo della capitale è solcato da elicotteri che dal tetto dell’ambasciata fanno la spola con lo scalo. Un’immagine iconica della situazione sul campo e della sensazione di abbandono repentino che accompagna gli americani.

3 – I talebani al potere

I miliziani gongolano. Vedono davanti ai propri occhi i mezzi Usa far evacuare frettolosamente il personale. Per loro è una vittoria non solo militare ma anche politica e mediatica. Ma nelle prime ore del mattino del 15 agosto, tramite i propri portavoce, i talebani lanciano messaggi distensivi. Fanno sapere di non voler ostacolare l’evacuazione portata avanti dagli Usa, così come dagli altri Paesi occidentali. Dicono di rispettare chiunque voglia lasciare il Paese e di non voler attuare azioni di vendetta verso gli ultimi afghani rimasti ancora con una divisa dell’esercito.

Invitano inoltre la popolazione alla calma e promettono di ristabilire la normalità entro poche ore. A Kabul in quel momento gli uffici sono chiusi, le saracinesche dei negozi sono abbassate, le banche serrate. Non circolano soldi, la gente si mette in fila dietro i bancomat per prelevare quanto possibile. Intanto si sentono in modo sempre più incessante i rumori dei mezzi militari della Nato che portano via il personale occidentale. Nel primo pomeriggio sui social vengono diffuse alcune immagini dal palazzo presidenziale. Si nota il presidente Ghani nella sua stanza a colloquio con alcuni mediatori, tra questi anche l’ex presidente Hamid Karzai e l’ex ministro Abdullah Abdullah. Sono le ultime immagini di Ghani come capo dello Stato.

I leader talebani prendono il controllo del palazzo presidenziale.

Poche ore più tardi infatti è lo stesso presidente a parlare dalla sua postazione e ad annunciare le proprie dimissioni. Non solo: Ghani dichiara di essere pronto a lasciare l’Afghanistan con la propria famiglia per una destinazione ignota. Ma, al tempo stesso, tiene a specificare che la sua non è una fuga. Al contrario, Ghani giustifica il suo gesto con la volontà di evitare un bagno di sangue a Kabul e preservare la stabilità del Paese. A questo punto i talebani hanno il definitivo via libera. Gruppi composti da una decina di miliziani iniziano ad occupare i palazzi del potere. Uno di questi gruppetti si dirige verso il palazzo presidenziale. In serata compare il primo video in cui i “nuovi padroni” di Kabul rivendicano la presa di possesso della capitale.

Da quella stessa scrivania da cui Ghani poco prima annuncia le dimissioni, una decina di Talebani intonano dei sermoni e, con ancora le armi sulla spalla, si fanno ritrarre all’interno della stanza dell’oramai ex presidente. Alcuni di loro hanno gli smartphone, foto e video vengono lanciati sui social per far comprendere agli afghani e agli occidentali chi è adesso al potere nel Paese. Nelle stesse ore, probabilmente da Doha, parla in un video il Mullah Baradar. Si tratta dell’ex vice del Mullah Omar, fondatore dei talebani, e papabile nuovo capo politico sia del movimento che dell’Afghanistan. Inizia di fatto in questa maniera la storia del secondo emirato islamico di marca talebana. Un ritorno a 20 anni prima, a quel 2001 in cui gli studenti coranici vengono cacciati da Kabul dall’arrivo dei nemici supportati dagli Stati Uniti.

4 – La fuga da Kabul

Non tutti gli afghani però credono alle parole di clemenza da parte degli eredi del Mullah Omar. Una parte della popolazione di Kabul e del resto del Paese inizia a considerarsi a rischio. Si tratta, in primo luogo, dei collaboratori delle forze occidentali. Tra di loro ci sono interpreti, mediatori, guide. C’è gente cioè che ha dato aiuto logistico ai soldati stranieri e al personale diplomatico. Ci sono poi gli impiegati degli uffici pubblici, rappresentanti di uno Stato osteggiato dai talebani e sopraffatto con l’ingresso a Kabul dei miliziani.

Oltre a queste categorie, a non fidarsi dei nuovi padroni sono anche attivisti, editori, giornalisti, persone cioè ideologicamente distanti dagli islamisti o che negli anni hanno promosso una vita diversa rispetto a quella voluta dagli studenti coranici. C’è poi una questione che da subito assume un rilievo prioritario: è quella delle donne. Nessuna donna per i talebani può uscire di casa senza essere accompagnata da un uomo. Così come tutte le donne devono coprire il capo in modo integrale. Le afghane che nel frattempo hanno iniziato proprie attività economiche o culturali, iniziano a temere di non avere più margini di manovra. In definitiva, ci sono migliaia di cittadini che decidono di andare via. Per loro l’unica strada possibile da percorrere per continuare a vivere è quella che porta dritto all’aeroporto di Kabul, da cui prendere un aereo verso gli Usa o l’Europa.

Marines Usa salvano un bambino durante l’evacuazione all’aeroporto di Kabul.

Lo scalo della capitale rimane in mano occidentale anche dopo la presa talebana. Soldati Usa, così come degli altri Paesi della Nato, Italia inclusa, presidiano l’aeroporto per permettere l’effettuazione di ponti aerei. Da ferragosto in poi partono ogni giorno diversi velivoli. A bordo centinaia di cittadini afghani, oltre che ovviamente di diplomatici occidentali. Ma la disperazione di chi vuole scappare è tanta. E subito si capisce che non c’è posto per tutti. Per questo già dal 16 agosto tutto il mondo guarda con orrore alle immagini della calca che si crea nell’area antistante l’aeroporto e all’interno della struttura. Decine di afghani invadono le piste, in alcuni casi provano a fermare gli aerei oppure addirittura a posizionarsi sui carrelli. In diversi video diffusi in quelle ore si notano anche persone cadere dai velivoli poco dopo il decollo.

Anche queste diventano subito immagini iconiche della situazione nel Paese e della disperazione di migliaia di afghani. Vengono presi d’assalto anche i gate di imbarco e alcuni aerei civili parcheggiati. Il traffico commerciale viene sospeso o ridimensionato. Il presidio dei soldati occidentali prosegue anche nei giorni successivi. L’obiettivo è evacuare quante più persone possibili. La situazione che le truppe hanno davanti i propri occhi è drammatica. Si calcola che almeno ventimila persone affollano l’aeroporto e le aree limitrofe. C’è chi esibisce documenti per dimostrare di avere necessità o titoli per partire, chi non ha nulla ma prova ugualmente a imbarcarsi per il primo volo possibile. La seconda metà di agosto va avanti interamente così. Con le folle nei pressi dello scalo di Kabul a rappresentare fedelmente un contesto sempre più tragico.

5 – L’attentato dell’Isis

Dopo l’arrivo dei talebani a Kabul e l’inizio della calca in aeroporto, i servizi segreti occidentali mettono subito in guardia da un’altra insidia. La possibilità cioè che un gruppo criminale organizzi un attentato terroristico contro le persone in fila in attesa di un aereo. L’intelligence Usa lancia per prima l’allarme, anche i servizi britannici parlano di imminente attacco. La lente è puntata soprattutto sull’Isis. Il gruppo jihadista è presente anche in Afghanistan e ha pessimi rapporti con i talebani. Anzi questi ultimi tra il 2015 e il 2016 ingaggiano una battaglia feroce contro di loro. Da qui il sospetto che gli integralisti dell’Isis possano avere tutto l’interesse a colpire il “nuovo” corso di Kabul.

Un attentato tra la folla assiepata in aeroporto altro non sarebbe che un grave ritorno di immagine in primis per i nuovi padroni del Paese. Più i giorni avanzano e più gli allarmi si moltiplicano. La mattina del 26 agosto i servizi segreti di Londra giudicano oramai certa l’idea che l’Isis sia pronta a compiere una strage. Si tratta di una tragica premonizione. Nel pomeriggio di quello stesso giorno almeno due kamikaze, a distanza di un’ora, entrano in azione. I due attentatori si fanno esplodere non lontano dal gate “Abbey“, una parte dell’aeroporto dove operano i soldati Usa. Più di cento persone rimangono uccise. Tra queste si contano anche 13 marines statunitensi. Una strage di enormi proporzioni, compiuta contro gente inerme che in quel momento, sotto il sole cocente di Kabul e affollando anche i canali di scolo della strada aeroportuale, prova ad afferrare l’ultimo volo per lasciare l’Afghanistan.

Il fumo dell’esplosione nei pressi dell’aeroporto di Kabul

In serata arriva puntuale la rivendicazione dell’Isis-K. Sui social viene infatti diffuso un video dove un attentatore parla con alle spalle la bandiera nera del califfato e con addosso la cintura esplosiva. I talebani esprimono parole di condanna verso l’azione kamikaze. Al tempo stesso però, puntano il dito contro gli Usa. I portavoce islamisti dichiarano infatti che l’attentato ha avuto luogo in una zona sottoposta ancora alla sorveglianza dei soldati americani. In poche parole, per i talebani la responsabilità dell’accaduto è da imputare unicamente a Washington.

Un elemento di ambiguità non indifferente. Gli studenti coranici stanno infatti sfruttando l’attentato per i propri obiettivi politici. In particolar modo, convincere dell’impossibilità americana di sorvegliare la zona e premere per un immediato definitivo ritiro Usa. Del resto, sono gli stessi talebani nei giorni precedenti a sottolineare quanto sia importante che Washington ritiri le sue truppe entro e non oltre la fine del mese di agosto. Inoltre l’attacco dell’Isis potrebbe essere stato agevolato dalla liberazione di migliaia di detenuti dalle carceri di Kabul avvenuta subito dopo l’ingresso talebano in città. Sono tutti questi elementi che portano a pensare a un ruolo, anche indiretto, da parte degli islamisti nell’attacco contro l’aeroporto della capitale. Nel frattempo Kabul piange i suoi morti figli della disperazione.