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La Cina nel suo enorme sforzo per poter diventare una potenza globale, non solo a livello economico ma anche politico, ha puntato sull’espansione della sua flotta, che, nel giro di pochi anni, è diventata la più numerosa del mondo.

Avere una blue water navy – una marina militare d’altura – è fondamentale per avere capacità di proiezione di forza a lungo raggio, fattore che a sua volta è intimamente connesso alla volontà di diventare un attore capace di agire sugli scacchieri globali in modo efficace: gli Stati Uniti, attualmente, sono l’unica nazione al mondo che, grazie alla sua Marina, possono regolare le sorti di conflitti, influenzare il corso politico di Paesi molto lontani da loro o agire ovunque nel proprio interesse nazionale proprio in funzione del controllo dei mari che possono esercitare, messo in atto grazie alle capacità della loro flotta e al sistema logistico e di alleanze che hanno intessuto nel corso di decenni.

Una delle principali debolezze che “la più grande Marina militare del mondo” deve ancora risolvere è dove, intorno al globo, Pechino potrà trovare cantieri navali qualificati e strutture moderne per mantenere la prontezza al combattimento della sua flotta lontano dalle sue coste, come abbiamo accennato precedentemente analizzando la situazione della Pla Navy e come gli autori di un importante studio che esamina le vulnerabilità cinesi hanno espresso nel rapporto del Csba (Center for Strategic and Budgetary Assessments) pubblicato molto di recente e intitolato “Seizing on weakness – Allied strategy for competing with China’s globalizing military”.

La Cina, si legge, “ha una lunga strada da percorrere” per trovare nazioni in “mari lontani” che siano disposte ad appoggiare più attivamente la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (Pla Navy) ed esporsi a rischi in caso di guerra. Inoltre, Pechino dovrebbe lavorare molto duramente e a un costo considerevole per superare “questo enorme vantaggio” che gli Stati Uniti hanno stabilito nel numero di basi sparse intorno al globo e nel mantenimento delle alleanze intessute dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

“Gli analisti cinesi possono solo sognare questo tipo di accesso” alla forza lavoro e alle strutture cantieristiche di una nazione ospitante in luoghi come il Giappone (dove esiste la base navale Usa di Yokosuka), Diego Garcia nell’Oceano Indiano, o altri sedi più o meno permanenti. Un accesso che gli Stati Uniti Gli Stati godono e che la Cina, attualmente, non ha.

Il rapporto riconosce la Cina come una grande potenza locale e globale: “i punti di forza e di debolezza cinesi sono fluidi nel tempo” e quindi cambieranno con l’evolversi delle condizioni e in base a come gli alleati e i partner americani agiranno. Parlando dall’Australia, ad esempio, si afferma che il presidente Xi Jinping “sta perseguendo una strategia ad alto rischio e ad alto rendimento” che sta diffondendo “risorse cinesi per raggiungere i mari lontani, vicino alla periferia del continente australiano”.

Per ora, i cinesi hanno una base a Gibuti e stanno esplorando la possibilità di avere strutture sulla costa orientale dell’Africa e nel Pacifico meridionale, senza considerare la loro forte presenza in Pakistan, che potrebbe essere il preludio a una base navale in quel Paese posto in una posizione strategica dell’Oceano Indiano (sulla rotta Golfo Persico – Mar Cinese Meridionale). L’approccio iniziale della Cina per la penetrazione in altre nazioni, infatti, è stato commerciale, sfruttando progetti per costruire infrastrutture come dighe, autostrade, aeroporti e porti.

La pratica cinese di indebitamento, però, mette Pechino nella condizione di controllare direttamente queste infrastrutture, e spesso sono le stesse regole del libero mercato, quando uno Stato non interviene in senso protezionistico, a facilitare la penetrazione cinese: il caso del porto del Pireo è emblematico da questo punto di vista. Un controllo diretto permetterebbe pertanto di esportare manodopera specializzata e avere delle basi oltremare per la propria flotta, ma attualmente siamo ancora lontani dal vedere realizzata questa possibilità, che però va tenuta in conto.

I cinesi però devono coprire i costi di avviamento di queste strutture, mantenendo le basi e la catena logistica per sostenerle – costi che saranno probabilmente più alti per la Cina che per gli Stati Uniti. Secondo il rapporto, queste relazioni non “si materializzano dall’oggi al domani” ma sono forgiate progressivamente tramite fattori intangibili come la fiducia, i valori condivisi, le interazioni istituzionali e forme di stretta collaborazione. La maggior parte dei legami che la Cina sta stabilendo con potenziali nazioni ospitanti mancano, però, di queste qualità essenziali.

“Diventare globale è molto difficile”, dice uno degli autori del rapporto, e il Partito Comunista Cinese in futuro dovrà gestire la richiesta di avere basi all’estero oltre agli impegni per la spesa della Difesa. Un compito nuovo e non facile.

“Un nuovo impegno genera un nuovo impegno” ed evitare di essere tagliati fuori, in guerra, aumenta i costi, inoltre non è semplice intessere relazioni così profonde da garantirsi l’appoggio incondizionato di un Paese in caso di conflitto.

L’impulso dato alla cantieristica navale rischia così di diventare poco o nulla efficace per quanto riguarda il piano cinese di avere un peso globale di tipo militare oltre che economico: una catena di appoggio logistico oltremare si forma attraverso il tempo ed è sicuramente un fattore di vantaggio per gli Stati Uniti che, nel contrasto all’attività navale cinese, possono fare affidamento su basi avanzate messe a disposizione dai loro partner e alleati. A Pechino sanno di questa carenza, e lo hanno anche messo per iscritto parlando di un mare “vicino”: le isole Spratly, nel Mar Cinese Meridionale, che sono state occupate dalla Cina, vengono considerate “vulnerabili” anche per la loro distanza dal continente e per la carenza della rete logistica, che non permetterebbe di avere dei porti sicuri ed in grado di effettuare riparazioni importanti sulle unità navali.

Il rapporto afferma anche che “la Cina deve affrontare un inevitabile dilemma sui due fronti di ingaggio, continentale e marittimo, imponendo così limiti alle sue ambizioni globali”. Si aggiunge che gli strateghi cinesi riconoscono che la nuova svolta verso il mare “è basata sulla pace sul suo fronte continentale. Negli ultimi tre decenni l’amicizia con la Russia ha permesso alla Cina di andare in mare”, ma questo status quo tra le due grandi potenze nucleari potrebbe cambiare.

Un pericolo vicino al continente, infatti, potrebbe far cambiare strategia alla Cina, e non si tratterebbe necessariamente del vicino russo: “i potenziali punti di rischio nelle aree offshore che coinvolgono Taiwan, le isole Senkaku o le Spratly vincolano capacità specifiche di contingenza che non sono quindi utilizzabili per le missioni globali. Ad esempio, i missili balistici a corto raggio, i caccia tattici basati a terra e le unità navali costiere avrebbero un’utilità limitata per le operazioni di lungo raggio” viene detto.

Pertanto aumentare la pressione in prossimità della Cina continentale potrebbe essere un modo efficace per limitarne le velleità globali, costringendo Pechino a impegnare le sue risorse nella difesa asimmetrica piuttosto che nella proiezione di forza globale, e quindi anche andando a colpire pesantemente la capacità di intessere relazioni con altri Stati aventi come finalità l’ottenimento di basi oltremare.