Continua l’uscita della Cina dal suo immenso guscio. E la marina militare di Pechino, uno dei pilastri della strategia di Xi Jinping, continua a prendere il mare anche per tutelare i suoi commerci.

Come informano le agenzie locali, la 29esima flotta della Marina dell’Esercito popolare di liberazione ha lasciato il porto di Zhoushan, città della Cina orientale a sud di Shangai, per fare rotta verso il golfo di Aden. In queste acque, dove si annida una delle più pericolose forme di pirateria mondiali, la flotta cinese scorterà i mercantili che fanno rotta da e verso il Mediterraneo.

Con oltre 700 tra ufficiali e soldati, reparti delle forze speciali e due elicotteri a bordo, la flotta ha iniziato il suo viaggio mercoledì mattina e conta di arrivare il prima possibile nei mari che lambiscono il Corno d’Africa. La missione è di fondamentale importanza: proteggere il commercio. Un obiettivo che Pechino si è posta da tempo, da quando ha compreso che i traffici navali verso l’Europa, l’Africa del Nord e il Medio Oriente sono essenziali. E come ogni superpotenza, li protegge dagli attacchi dei gruppi armati locali.

Sotto il mandato del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, la Marina cinese ha iniziato a svolgere missioni di scorta nel Golfo di Aden e nelle acque al largo della Somalia nel dicembre 2008. Fu una delle prime missioni operative della flotta cinese nel mondo e l’inizio di quella manifestazione di avvicinamento all’Africa.

Fino a luglio 2017, i dati ufficiali cinesi confermano che la Zhongguo Renmin Jiefangjun Haijun (la marina militare) ha scortato 6.400 navi cinesi e straniere e ha contrastato più di 3mila sospette imbarcazioni pirata.

Ma non c’è solo il commercio a interessare la flotta cinese impegnata in quelle aree. Durante le missioni anti pirateria, infatti, la marina ha anche effettuato l’evacuazione di cittadini cinesi dalle zone di guerra in Libia nel 2011 e nello Yemen nel 2015. Cittadini cinesi che, secondo fonti, erano lavoratori più o meno coatti inviati dal governo cinese come parte degli accordi con i governi locali. Prima che le rivolte rovesciassero le autorità locali e le guerre trasformassero quei Paesi in veri e propri bagni di sangue.

Per la Cina, la missione anti pirateria significa anche aggiungere un nuovo tassello nella volontà di mostrarsi di fronte al mondo come superpotenza non solo economica ma anche militare. Pechino, soprattutto in quell’area, può mettersi a confronto con gli Stati Uniti e tutte le potenze occidentali appartenenti al blocco Nato. Così come con lo stesso Giappone, che a Gibuti ha installato una base operativa.

Il controllo per le rotte commerciali è essenziale. E la corsa alla costruzione di basi e porti a Gibuti, in Sudan e in Somalia non può essere sottovalutata. Così come non può essere sottovalutata l’importanza della guerra in Yemen nelle logiche di monitoraggio della punta sudoccidentale della Penisola arabica, proprio lì dove uno stretto largo appena 30 miglia la separa dalle coste africane. Il passaggio obbligato di Bab el Mandeb è fondamentale. E la sua sicurezza è essenziale per l’economia di molte potenze commerciali, non solo per gli Stati rivieraschi. La Cina, quale potenza commerciale, ne è perfettamente consapevole. La pirateria è solo una delle declinazioni di questi rischi.