Era il febbraio di un anno fa quando Donald Trump, da poco insediatosi alla Casa Bianca, ordinò di bloccare gli aiuti militari ai ribelli siriani del Free Syrian Army (FSA), interrompendo quel programma di sostegno, addestramento e armamento iniziato da Obama nel 2013.
La decisione rappresentò un punto di svolta nella guerra siriana perché, di fatto, cancellò il progetto americano di “regime change” in Siria perseguito ostinatamente da Obama e dai falchi Usa e sembrò riconoscere il ruolo di Assad nella lotta contro l’Isis.
In volo verso Washington
Nei giorni scorsi una delegazione di comandanti del Free Syrian Army, supportata dalla potente lobby del Syrian American Council, è volata a Washington per convincere la Casa Bianca a rivedere la sua posizione sulla Siria e riottenere il supporto militare e finanziario da parte della Cia.
Mustafa Sejari, il portavoce della delegazione, ha cercato di convincere gli americani agitando lo spauracchio dell’Iran: “Condividiamo le dichiarazioni del presidente Trump sulla necessità di fronteggiare l’egemonia iraniana nella regione” aggiungendo che senza l’opposizione del FSA “le milizie iraniane si stanno espandendo senza serie resistenze”.
Ribelli moderati o Islamisti?
Il Free Syrian Army è stata in questi anni la principale forza militare di opposizione al regime di Assad e, solo limitatamente, di contrasto a Daesh.
Fondato nel 2011 da un gruppo di disertori dell’esercito siriano, ha avuto imponenti aiuti finanziari da Pentagono e Cia oltre che armi da Arabia Saudita, Turchia e Gran Bretagna.
Eppure la sua contiguità con le milizie radicali islamiste di Al Nusra e Al Qaeda, è sempre apparsa evidente anche ai vertici Usa che non hanno esitato a continuare a finanziare, addestrare ed armare l’esercito ribelle.
L’ultimo caso eclatante è emerso nel Dicembre scorso quando un’inchiesta della BBC ha rivelato lo stretto legame tra la Free Syrian Police (il corpo di Polizia del FSA operante nei territori sotto il controllo dei ribelli e finanziato da diversi paesi occidentali) e i gruppi jihadisti che agiscono in questi territori.
Del resto, fin dallo scoppio della guerra siriana era evidente che quelli che l’Occidente si ostinava a chiamare “ribelli moderati” siriani, altro non erano che il volto camuffato dell’integralismo salafita finanziato dall’Arabia Saudita, con forti componenti legate ai Fratelli Musulmani supportati dalla Turchia.
Nel 2015 il Centre on Religion & Geopolitics della Tony Blair Foundation, pubblicò un report in cui evidenziava come la complessa galassia di formazioni e gruppi che componevano i “ribelli moderati” non si muoveva per contrastare realmente l’Isis e lo Stato Islamico, ma solo per abbattere il regime laico di Assad ed instaurare una teocrazia islamista, sottoposta alla Sharia e di supporto all’internazionalizzazione della jihad.
Un viaggio flop?
Da quando la Casa Bianca ha deciso di interrompere il flusso di armi e denaro, il FSA è entrato in crisi indebolendosi massicciamente e subendo anche un enorme numero di diserzioni di suoi soldati, molti dei quali ritornati nei ranghi dell’esercito siriano.
Il viaggio negli Stati Uniti non sembra però aver ottenuto il successo sperato. La delegazione FSA si è incontrata con esponenti del Congresso americano e con Michael Ratney, l’inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria; uomo del Dipartimento di Stato ma nominato da Obama. Nessun incontro con la Casa Bianca, né con gli uomini più vicini a Trump, cosa che sembrerebbe dimostrare il sostanziale fallimento dell’iniziativa per provare a riaprire un appoggio diretto di Pentagono e Cia.
Gli Usa hanno ormai focalizzato il proprio interesse sul SDF (Syrian Democratic Forces), l’esercito curdo fedele alleato nella lotta contro Daesh e meno incline ad infiltrazione islamiste, per controllare i confini con Turchia e Iraq ed aumentare la pressione su Erdogan ormai diventato un’alleato non pienamente affidabile nella regione.
Per i “ribelli moderati” siriani, straordinaria narrativa del mainstream occidentale, si profila forse l’epilogo finale.
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