La geopolitica della corsa allo spazio
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L’intelligence ucraina avrebbe analizzato delle armi russe catturate all’esercito che ha aggredito il suo Paese trovandovi all’interno notevoli quantità di microchip americani. Lo rivela The War Zone che ha attinto informazioni da fonti riservate dei servizi di Kiev.

Secondo il report, “i chip in questione sono stati trovati all’interno di un esemplare recuperato del 9S932-1, un veicolo del posto di comando della difesa aerea dotato di radar che fa parte del più grande sistema Barnaul-T, un sistema di difesa aerea Pantsir, un attacco Ka-52 “Alligator” elicottero e un missile da crociera Kh-101 (AS-23A Kodiak)”. All’interno dei sistemi d’arma in questione, hanno sottolineato i servizi ucraini, si trovano dispositivi prodotti dal meglio dell’industria tech americana: Intel, Micrel, Micron Technology, Atmel, ma anche Onsemi, Cypress Semiconductor, Maxim Integrated, XILINX, Infineon Technologies, AMD, Rochester Electronics, Texas Instruments e Linear Technology. Tredici aziende diverse che avrebbero prodotto semiconduttori finiti in ultima istanza nelle armi di Mosca, dieci delle quali ritrovate nel solo missile Kodiak, che contenva, secondo quanto riferito dalla testata, 35 microprocessori.

Questo tema sottolinea una serie di questioni interessanti. In primo luogo, indubbiamente, un fattore di vulnerabilità delle forze armate di Mosca, che peccano notevolmente nella capacità di equipaggiare i loro sistemi d’arma con un’elettronica di ultima generazione di alta affidabilità. A inizio della guerra in Ucraina Protocol, analizzando ben 146mila transazioni compiute da attori russi negli ultimi cinque anni ha sottolineato che Mosca dipende per circa il 12% del suo mercato da 500 milioni di euro dall’importazione di chip grezzi dall’estero e per circa il 10% dall’importazione di schede grafiche e di memora. Un’esposizione notevole se si pensa che il maggior fornitore nell’ultimo quinquennio è stata Infineon, società che tra le altre controlla Cypress. Tra i dieci massimi esportatori di chip in Russia spicca anche STMicroelectronics, colosso italo-frnacese al nono posto.

In secondo luogo, come altra faccia di un Giano Bifronte, l’inviolabilità delle forniture alla Russia alle sanzioni. Questo perché, ricorda The War Zone, la complessa catena del valore dei semiconduttori è stata profondamente destabilizzata e bloccare le forniture a Mosca può significare scatenare una tempesta perfetta. “L’origine dei microchip trovati in queste armi russe non è chiara”, si nota nell’inchiesta. “Questi chip non avrebbero dovuto necessariamente essere acquistati direttamente dai produttori”. Inoltre, esiste un mercato enorme e in gran parte non regolamentato per i chip riciclati, in gran parte provenienti dalla Cina, e molti di essi sembrano essere piuttosto vecchi”: secondo l’analista di Open source intelligence Rob Lee parliamo di processori con oltre mezzo secolo di vita.

Al contempo, però, indagare apertamente con un’escalation sanzionatoria rischierebbe di creare caos: Mosca, lo ricordiamo, controlla una piccola fascia del mercato mondiale dei semiconduttori (0,1% secondo le stime) ma è decisiva, specie dopo l’occupazione della regione di Mariupol, perché forte del 30% delle riserve mondiali di gas nobili e, in particolare, di oltre la metà delle riserve di neon, gas che è decisivo nel processo di realizzazione dei moderni microchip. Tanto che Mosca gioca al rialzo imponendo ampie restrizioni all’esportazione di questa materia prima strategica.

Infine, si nota come per Mosca in quest’ottica il convitato di pietra sia, inevitabilmente, la Cina. Unica nazione che, in prospettiva, può sostituire questa dipendenza senza spingere a una rottura netta del mercato globale dei chip, che causerebbe conseguenze su scala planetaria. I tentativi di Mosca di avviare la produzione interna di semiconduttori e componenti elettronici in forma autarchica, iniziata nel 2021, hanno prodotto magri risultati. La Cina svolgerà quindi un ruolo cruciale nel futuro del settore tecnologico russo e in generale l’Asia sta svolgendo la funzione decisiva di fonte di provenienza dell’import russo nel settore elettronico già in campi come quello dei circuiti integrati.

Come scrive War on The Rocksinfatti, mediamente annualmente la Russia importa 1,25 miliardi di dollari in circuiti integrati elettronici, fondamentali per prodotti più complessi. Di conseguenza, dopo l’assalto sanzionatorio occidentale iniziato nel 2014 “la diversificazione dei fornitori è diventata la strategia chiave. Nel 2018 Cina, Taiwan e Malesia sono diventati fornitori cruciali di componenti elettronici precedentemente acquistati dagli stati della NATO (Germania, Italia e Francia). I tre paesi asiatici erano anche i principali fornitori russi di diodi, transistor, resistori e condensatori”. Pechino può essere la porta della Russia per evitare una dipendenza totale dall’Occidente, ma questo renderà di fatto la Russia subalterna anche nel settore più strategico per l’economia di frontiera. In sostanza le rivelazioni dell’intelligence ucraina non aggiungono elementi sorprendenti sulla debolezza tecnologica russa ma contribuiscono con chiarezza a mostrarne la preoccupante esposizione verso i suoi rivali politici. Una problematica a cui Mosca rischia di avere come unica soluzione un’ulteriore subordinazione al suo ingombrante vicino orientale. Sempre meno partner e sempre più condizionatore decisivo del futuro destino politico della Russia dopo la traumatica rottura con l’Occidente.

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