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L’arresto del 28enne “Ivan il messinese”, accusato di essere un combattente filo-russo in Donbass, la regione ucraina separatista dove tutt’ora si vive in stato di guerra, ha riacceso i riflettori intorno al fenomeno dei nuovi mercenari.

Secondo il Tribunale di Messina ci sarebbe anche lui tra quanti, in cambio di corrispettivo economico, abbiano scelto di imbracciare le armi per combattere guerre “sporche” in giro per il mondo. Non essendo cittadino ucraino né stabilmente residente, Ivan avrebbe violato il reato di “arruolamento o armamenti non autorizzati al servizio di uno Stato estero” (art.288 c.p.). Mercenariato, appunto.
Un fenomeno vecchio quanto il mondo, ma che in tempi recenti ha subito una sorta di “evoluzione” e non solo nella terminologia anglosassone. Nelle zone più calde del pianeta ci sono da sempre Stati che ricorrono a questa sorta di milizia parallela, istituzioni che arruolano professionisti per operazioni di “security”, privati disposti a pagare per proteggere se stessi o i propri interessi.

Il radicalismo islamico negli ultimi vent’anni ha provocato un’impennata di richieste di contractor da tutto il mondo. A provvedere nel reclutamento e nell’addestramento di mercenari sono soprattutto agenzie inglesi e statunitensi dove quella del “soldato privato” è una professione a tutti gli effetti con tanto di patentino. Del resto, con l’aumento della domanda, aumenta pure la necessità di regolamentare un business stimato intorno ai 250 miliardi di dollari.

Lecito o illecito che sia, il modo per arruolarsi ormai è fin troppo facile. Basta scrivere su Google “recruitment contractors” per ritrovarsi a scartabellare centinaia di annunci di lavoro quasi convenzionali, particolarmente adatti a ex militari, ex componenti dei reparti speciali vogliosi di accedere a paghe ben più laute, ex membri della Legione straniera, personale in congedo disposto ad offrire consulenza e coordinamento. Ma pure idealisti, estremisti, radicali senza alcuna preparazione.

Ad offrire l’addestramento sono a loro volta agenzie specializzate in Russia, Israele e Stati Uniti, con costi che vanno dai 2mila ai 4mila euro, per una decina di giorni di allenamento.

Quanto e come si possa essere effettivamente abili e arruolabili al termine di cicli del genere non è dato sapere.

Anche dall’Italia, come da molti altri Paesi del mondo, le figure pronte ad imbracciare le armi sono centinaia, sparse, in via ufficiosa, un po’ ovunque.

Il Donbass si è trasformato in tempi recenti nella Mecca degli aspiranti miliziani. Su entrambi i fronti. Sebbene sia più frequente assistere ad approfondimenti mediatici dedicati ai ribelli filo-russi, spesso sospettati di condurre operazioni d  reclutamento e finanziamento di mercenari dall’Italia destinati ad arricchire le fila delle milizie separatiste, nell’ultima guerra nel cuore dell’Europa sono comparsi nel corso degli anni, dal 2014 ad oggi, volontari italiani anche tra l’esercito di Kiev.

È il caso di Francesco Saverio Fontana, che nel 2015 si arruolò nel controverso Battaglio Azov, un cruento gruppo paramilitare della Guardia Nazionale Ucraina, dicendo di essere stato “sedotto dalle barricate di Kiev”, che gli ricordarono la giovinezza.
Perché anche di questo si parla.

Bisogna tenere ben distinte, infatti, le due realtà: quella dei “volontari” e quella dei contractor veri e propri. Le infinite possibilità create da internet, infatti, hanno permesso a centinaia di migliaia di persone di “trovare uno scopo” avvicinandosi alle realtà di guerra.

In Donbass, ad esempio, sul fronte ucraino c’è sempre stata una differenziazione tra reparti regolari e i cosiddetti “volontari”, mentre invece nelle repubbliche separatiste la policy è sempre stata chiara: la milizia popolare è un organismo unico.

Quale che sia la definizione prescelta, però, la frontiera europea dell’est ha spinto centinaia di ragazzi, talvolta anche minorenni, persone disoccupate o vogliose di ricominciare una nuova vita, a reperire informazioni per andare in trincea a guadagnare 200 euro al mese. O meglio, per stare più vicini possibile all’azione con un non meglio precisato scopo. Immaginano di arruolarsi nei reparti di fanteria, spesso finendo invece a bivaccare intorno al fronte o a farsi respingere alla frontiera o a tornare indietro in fretta e furia.

In questa categoria rientra il più ampio concetto di foreign fighter: coloro cioè che armati solo delle proprie convinzioni, ideologiche o religiose o politiche, sposano delle cause e partono per dare un contributo.

Ragazzi come Giuliano Ibrahim Delnevo, genovese convertito all’Islam che ha combattuto ed è morto nella battaglia di al Qusayr, vicino a Aleppo, nel 2013, con la formazione qaedista “Jabhat al-Nusra”. O Maria Giulia Sergio, che tra il 21 e il 22 settembre 2014 ha raggiunto la Siria per unirsi all’Isis. O come Pierluigi Caria, noto come ‘Luiseddu’, 34 anni di Nuoro, accusato di aver combattuto in Siria come foreing fighter al fianco dei curdi nell’Ypg. O come Lorenzo Orsetti, 33enne fiorentino che nel 2019 al fianco dei curdi in Siria ha perso la vita nei dintorni della città di Baghuz, così com’era accaduto prima ancora al bergamasco 50enne Giovanni Francesco Asperti. Italiani che si sono ritrovati gli uni contro gli altri divisi da una trincea a migliaia di chilometri da casa.

Nel caso del Medio Oriente si tratta spesso di biglietti di sola andata, in cerca di nient’altro che la guerra. Nel caso del Donbass c’è chi, invece, prova a fare “esercizio” per il grande salto nel mondo dei contractor veri e propri.

Le società di settore raccontano di ricevere centinaia di curriculum ogni mese di aspiranti mercenari. Diretti in Iraq, Siria, Afghanistan, Libia, ma pure nella El Dorado delle milizie private: l’Africa sub-sahariana.

Qui il comando militare africano degli Stati Uniti, Africom, si avvale di decine di agenzie per la fornitura di personale proveniente da ogni angolo di Occidente. Di queste, le più famose sono gestite da Erik Prince, ex ufficiale dei Navy Seal, il più grande signore della guerra del mondo e fondatore della Blackwater. Oggi è a capo della FSG (Frontier Services Group), ha sede a Hong Kong ma smista guerriglieri privati in Sahel, in nel Corno d’Africa, in Congo, in Sudan, in Nigeria.

Alcuni di questi scenari vedono la presenza, mai confermata ufficialmente, anche di contractor italiani, registrati anche in Libia tra Sirte e Bengasi.

Il percorso di uno di loro, Emmanuele Caglioni, milanese classe 1981, è stato raccontato da Fausto Biloslavo su Panorama. Dopo il battesimo del fuoco in Afghanistan come parà, si è imbarcato prima a bordo dei mercantili italiani al largo della Somalia in servizio anti pirateria, poi è passato al servizio di responsabile della sicurezza in Nigeria, in una cittadella della Chevron.

Un altro dei security contractor ritratti da Biloslavo, Andy Costa, apre le porte ad ulteriori scenari: dai “noti” Afghanistan e Iraq, fino a una consulenza sui rischi di un’azienda italiana a Dacca, in Bangladesh, dopo che nove connazionali sono stati sgozzati da una cellula jihadista nel 2016, e alla scorta di personale di fondazioni filantropiche in Pakistan.

“Il loro è sì un lavoro da film, ben retribuito (dai 6, agli 8, ai 10mila euro al mese). Che però può costare caro come racconta bene la storia di Fabrizio Quattrocchi. Loro sono davvero professionisti della guerra sempre più richiesti, che provvedono alla sicurezza di civili ad alto rischio e rappresentano figure ben diverse rispetto al “miliziano” arruolato per combattere in guerra. Devono, inoltre, guardarsi bene dall’avanzata senza tregua dei succedanei cinesi, che stanno inflazionando anche il mercato dei contractors.
Da quando può disporre di una base militare a Gibuti, la Cina riversa in Africa materiale bellico, ma anche personale para-militare in quantità bypassando i controlli portuali in Sudan. Oggi, secondo il Sipri (Istituto internazionale di ricerche sulla pace di Stoccolma), copre una quota di mercato superiore addirittura a quella degli Stati Uniti (17% contro 11%).
Le società di sicurezza cinesi sono più di 5mila e impiegano quasi 4,3 milioni di persone con “parcelle” ben più contenute rispetto ai concorrenti occidentali. Vantano anche meno esperienza, ma quella si fa sul campo. E infine ci sono i mercenari veri e propri, per lo più autoctoni, di cui l’Africa è piena. Basti pensare che in Uganda le sole rimesse dei guerriglieri sparsi in giro per il mondo (almeno 20mila secondo l’Interpol) valgono più delle esportazioni di caffè. Sebbene possano creare confusione, sono ben diversi dai “security contractor” legittimi e necessari, poiché compaiono e scompaiono in teatri di guerra come “parti attive” in un conflitto armato a cui prendono parte senza essere membri di eserciti regolari.
Pur essendoci una normativa che punisce il mercenariato, ed avendo l’Italia ratificato la Convenzione Internazionale apposita  con la legge 210 del 12 maggio 1995, il nostro ordinamento presenta un vuoto normativo inconcepibile, poiché non esiste in Italia una disciplina specifica relativa al settore delle PMSCs (Private military security company). Così ai contractor basta fare ciò che effettivamente hanno intenzione di fare: i cittadini del mondo, arruolandosi presso agenzie estere e prestando servizio tramite Paesi che ne riconoscano l’inquadramento. Il gioco (della guerra) è fatto.