Maxim Borodin è morto il 15 aprile dopo essere precipitato, tre giorni prima, dalla finestra del suo appartamento al quarto piano di un palazzo alla periferia della città di Ekaterinburg. La polizia non ha dubbi: si è trattato di un suicidio. L’appartamento, infatti, era chiuso dall’interno e non vi sono tracce di forzature. “È del tutto improbabile che questa storia sia di natura criminale”, ha riferito il responsabile della polizia della grande città degli Urali orientali.
Polina Rumyantseva, caporedattore di Novy Den, testata per cui lavorava Borodin, ha invece seccamente respinto le spiegazioni della polizia dicendo di non credere minimamente all’ipotesi del suicidio. Un amico del giornalista, Vyacheslav Bashkov, sostiene di aver ricevuto una chiamata la mattina cui Borodin è saltato dalla finestra. “Borodin era spaventato ma lucido”, scrive Bashkov, “mi chiese di contattare un avvocato perché temeva volessero perquisire l’appartamento”. Sosteneva di vedere uomini armati, in giacca mimetica e passamontagna circolare attorno al suo palazzo. Circa un’ora dopo Borodin ha richiamato l’amico dicendo di essersi sbagliato. Chi può averlo ucciso? Perché? I moventi, in questo strano giallo, sono davvero numerosi.
Maxim Borodin era un giornalista d’inchiesta; un mestiere difficile a qualunque latitudine ma quasi impossibile in Paesi che hanno più di una zona d’ombra come la Russia. Un giornalista abituato a trattare argomenti scomodi. Recentemente stava lavorando a una serie di inchieste riguardanti il famigerato “gruppo Wagner”, l’azienda di contractors russa impiegata nel conflitto del Donbass e in Siria, di cui si è già parlato in questa testata. A febbraio, un bombardamento americano nei pressi Deir Ezzor aveva ucciso numerosi mercenari russi, ma dai canali ufficiali di Mosca erano trapelate pochissime informazioni, probabilmente per non compromettere il fragile equilibrio diplomatico con Washington. Il giornale per cui lavorava il giornalista russo trattava soprattutto di tematiche locali, per questo a Borodin interessavano le storie di questi mercenari, in gran parte provenienti dalla regione degli Urali. Voleva dare un volto a quegli uomini che combattevano nell’anonimato e rendere giustizia alle famiglie che ancora non hanno potuto seppellire i loro cari. Voleva capire cosa c’era dietro a quel massacro e se il governo stava mentendo. Voleva scavare a fondo e cercare la verità.
Secondo il giornalista, i morti causati dal bombardamento statunitense sarebbero stati quasi duecento: numeri troppo alti e difficilmente digeribili dall’opinione pubblica russa. Sembra che Borodin avesse alcune fonti interne al gruppo Wagner. Queste gli avrebbero rivelato che molti contractors provengono dagli ambienti più poveri della provincia di Sverdlovsk. Allettati da una paga consistente, vengono inviati, spesso senza addestramento e male armati, a combattere in Siria. In un lungo pezzo pubblicato a inizio marzo, Borodin intervista un militare regolare russo che rivela come i rapporti tra l’esercito e i contractors non siano esattamente dei migliori. Nell’intervista viene dipinto il gruppo Wagner come una “scheggia impazzita” che non risponde sempre agli ordini del comando centrale, né a quelli dell’esercito siriano. La pista dei mercenari sembra, anche agli occhi dell’opinione pubblica quella più probabile, ma altri dissapori con altri personaggi potrebbero aver fatto precipitare il giornalista fuori dalla finestra.
Non era certo un timoroso Borodin, tendeva a farsi notare, forse al limite dell’incoscienza. Altre volte aveva accusato apertamente personalità di spicco del mondo russo. Prima di occuparsi dei contractors aveva indagato sulle molte ombre che si celano dietro al magnate dell’alluminio Oleg Deripaska. Un nome legato a doppio filo con l’inchiesta del Russiagate e le presunte infiltrazioni del Cremlino nelle elezioni americane. Sarebbe proprio Deripaska, secondo l’Fbi, l’anello mancante tra Vladimir Putin e Donald Trump. Borodin, accodandosi alle accuse di Aleksej Navalnij (principale oppositore di Putin), aveva evidenziato le amicizie e i contatti tra Deripaska e Paul Manafort, allora capo della campagna elettorale di Donald Trump. Sul proprio profilo Facebook, Borodin non ha risparmiato accuse al magnate dell’alluminio. Potrebbe essere questa dunque un’ulteriore pista da seguire per fare luce sul suicidio-omicidio.
C’è infine un terzo movente da non sottovalutare. Neanche la Chiesa ortodossa vedeva di buon occhio il giornalista. In alcuni suoi articoli al vetriolo nel 2017, Borodin si era scagliato contro alcuni elementi del clero che avevano messo all’indice il film “Matilda”. La pellicola ripercorre la vita della ballerina Matilda Kshesinskaya, primo amore giovanile dello zar Nicola II, canonizzato dalla chiesa ortodossa. Il film fu al centro di numerose polemiche per via di alcune scene ritenute scabrose e blasfeme. Borodin si schierò apertamente a difesa del regista durante un’intervista all’emittente televisiva Rain. Per tutta risposta una sera venne assalito da alcuni uomini che lo colpirono alla testa con una spranga.
L’integralismo di una parte del clero ortodosso erano il bersaglio preferito di Borodin. Verso la fine di gennaio il giornalista russo ha pubblicato un lungo articolo-inchiesta su alcuni circoli esoterici che professano il culto esclusivo dello zar e della famiglia reale. Di queste confraternite, secondo il giornalista, fanno parte personalità politiche e religiose di rilievo, ma anche sportivi molto famosi come il campione di hockey Pavel Dacjuk. Tra i politici spicca il nome di Natalia Poklonskaya, attuale procuratore generale della Repubblica autonoma di Crimea, donna molto capace ed estremamente religiosa. A inizio marzo venne pubblicato un video in cui si vede il confessore della Poklonskaya praticare esorcismi su una tredicenne tenendo in mano l’icona dello zar Nicola II. Commentando il video, Borodin non risparmiò prese di posizione molto dure nei confronti della Chiesa Ortodossa, attirando su di sé l’ira di molti chierici e fedeli.
È evidente che una figura come quella di Borodin risultava scomoda a molti. Ricercando sui profili social dei suoi colleghi in molti lo dipingono come un giornalista coraggioso, che ricercava la verità a qualunque costo. Proprio il profilo tracciato dai suoi colleghi descrive forse la verità di quanto accaduto, al di là di facili dietrologie. “Essere un giornalista nato, come Maxim, non significa essere un giornalista perfetto”. Ha scritto un suo collega e amico sul proprio profilo Facebook. “Spesso scriveva articoli con collegamenti non confermabili e le sue conclusioni erano spesso avventate. Quello che scriveva bisognava sempre controllarlo. Non era un ragazzo semplice. Ogni tanto litigavamo. Negli ultimi anni soffriva molto il fatto di non avere un posto fisso. Ha sempre lavorato in piccoli giornali e guadagnato poco. I temi che gli interessavano non interessavano a nessuno. Dopotutto a chi serve un giornalista scomodo a Ekaterininburg?”. Forse la risposta più semplice alla morte di Borodin sta proprio in quella sofferenza che derivava dalla mancanza di un lavoro stabile. “Fa male”, continua il post, “leggere i giornali stranieri che stanno montando accuse per incolpare il regime dell’ennesimo omicidio. Il regime qui non c’entra nulla. La storia di Borodin è la storia di tanti, non solo in Russia. Un giornalista che beveva tra le mura vuote di un povero appartamento in periferia e che ha visto la luce soltanto al di là di una finestra”.