Nella notte tra il 4 ed il 5 luglio un raid aereo ha colpito la base aerea di al-Watiya, a est della capitale libica di Tripoli e circa a 25 chilometri dal confine con la Tunisia. L’aeroporto militare è stato conquistato il 18 maggio scorso dalle truppe del Gna, il governo di accordo nazionale di Fayez al-Serraj ora sostenuto militarmente dalla Turchia, dopo che era caduto in mano alle milizie di Khalifa Haftar già sei anni fa, quando il generalissimo lanciò l’appello per l’insurrezione contro il governo di Tripoli. La base è stata costruita dalle truppe statunitensi durante la Seconda Guerra Mondiale e veniva usata dai bombardieri per effettuare missioni in Italia: la sua valenza strategica è rimasta anche dopo quel conflitto, tanto che Muammar Gheddafi ha cercato di espanderla al fine di migliorare la capacità di proiezione di forza del suo Paese.

La presa di al-Watiya è avvenuta dopo giorni di incessanti bombardamenti da parte dei droni turchi che hanno messo fuori uso i sistemi di difesa aerei del Lna (l’esercito di Haftar) tra cui quello russo Pantsir S. La definitiva conquista da parte di Tripoli è avvenuta senza ulteriore spargimento di sangue: sembra dopo una trattativa tra le due parti che avrebbe permesso agli uomini del Lna di ritirarsi senza subire ulteriori perdite.

Il raid aereo della notte tra sabato e domenica scorsa ha colpito i sistemi missilistici Mim-2 Hawk che la Turchia ha schierato nella base insieme a depositi di carburante, munizioni e anche apparati da guerra elettronica (per il jamming nella fattispecie).

Controversa è la matrice dell’attacco aereo: Bengasi ne ha rivendicato la paternità con alcuni comunicati non ufficiali che mostrano anche gli obiettivi che sono stati colpiti. Se così fosse rappresenterebbe forse la prima vera missione per i velivoli ceduti non ufficialmente dalla Russia ad Haftar che sono stati visti nella base di al-Jufra lo scorso maggio, velivoli che Mosca nega di aver ceduto a Bengasi ma che la ricognizione ha dimostrato essere di provenienza russa.

La versione ufficiale del Cremlino è infatti che i caccia Mig-29 e Su-24 visti ad al-Jufra siano stati ceduti alla Siria, che ha anche mostrato in un servizio fotografico i presunti velivoli giunti dalla Russia coi colori della propria Aeronautica. In realtà quelle fotografie mostrano dei Mig-29 con inequivocabili segni di pesante usura sulla fusoliera, pertanto non è credibile che dei caccia appena arrivati che dovrebbero essere stati riverniciati di fresco mostrino dei segni del tempo così marcati.

Effettivamente i velivoli russi si sono fermati in Siria, molto probabilmente alla base di Hmeimim, dove sono stati frettolosamente riverniciati per far scomparire i colori mimetici e le insegne di nazionalità russe, sebbene su almeno un Su-24 immortalato dalla ricognizione Usa, esse campeggino ancora in bella vista.

Esiste anche un’altra ipotesi, però, riguardante il raid su al-Watiya. Alcune fonti informate hanno riferito all’Arab Weekly che gli aerei che hanno colpito la base sarebbero stati dei cacciabombardieri Rafale, il che limita l’identità del Paese autore dell’attacco alla Francia e all’Egitto, gli unici due in grado di colpire quell’obiettivo a possederli.

Le medesime fonti sostengono che l’attacco sia stato una risposta alla visita del ministro della Difesa turco Hulusi Akar a Tripoli, che riflette l’aumento livello di ingaggio di Ankara nella questione libica. La presenza turca in Libia è giudicata molto preoccupante sia dal Cairo sia da Parigi, che hanno inasprito i toni delle loro proteste verso la Turchia. L’Egitto, infatti, ha minacciato di intervenire militarmente in Libia se le milizie del Gna sostenute dalla Turchia nella loro avanzata verso Sirte oltrepasseranno una “Linea Rossa” stabilita dal presidente Abdel Fattah al-Sisi che va proprio da Sirte sino ad al-Jufra, mentre la Francia ritiene le mosse turche “inaccettabili”, al punto di aver ritirato la propria presenza dal dispositivo navale congiunto della Nato denominato Sea Guardian.

A far scoccare la scintilla della tensione tra i due Paesi dell’Alleanza Atlantica è stato un episodio avvenuto recentemente, quando lo scorso 10 giugno la fregata francese Courbet, nave ammiraglia dell’operazione Sea Guardian, è stata illuminata per tre volte dal puntatore laser del sistema lanciamissili di una delle navi da guerra della Marina turca, in quel momento impegnato a scortare un’unità cargo (sempre turca) diretta verso un porto libico.

Attualmente non è possibile stabilire con esattezza l’autore (o gli autori) dell’attacco aereo, e nemmeno le autorità di Tripoli hanno commentato l’accaduto. I sospetti, dati gli assetti militari presenti in Libia, sono ripartiti equamente tra la rinata aviazione di Haftar (made in Russia) e i Rafale francesi o egiziani.

Certamente le implicazioni cambierebbero a seconda degli autori: un intervento francese significherebbe il pericoloso allargamento della frattura tra Parigi e Ankara, dagli esiti imprevedibili stante la spregiudicatezza dimostrata da Recep Tayyip Erdogan in più di una occasione, mentre un intervento egiziano significherebbe un allargamento del conflitto a un attore regionale molto importante la cui “amicizia” viene contesa da molti a causa della posizione strategica e delle opportunità economiche ed energetiche che porta con sé.

D’altro canto se fosse confermato che si sia trattato di un raid dei caccia di Haftar dimostrerebbe che il generalissimo può ancora cercare di ribaltare per l’ennesima volta le sorti del conflitto, proprio grazie all’aiuto russo – si sospetta che i piloti siano del gruppo Wagner. L’impegno russo continua ininterrottamente anche se con un profilo basso come da dottrina di guerra ibrida: proprio oggi si viene a sapere che altri 300 mercenari controllati dalla Russia sono giunti in Libia per affiancare le milizie di Haftar. A riferirlo è stata l’agenzia stampa turca Anadolu citando fonti locali, riportando anche che la Russia sta continuando a rifornire le milizie di Haftar con armamenti e mercenari. Mosca infatti ha inviato le milizie Shahiba affiliate al regime di al-Assad dalla provincia di Deir ez-Zor insieme a 300 combattenti, per lo più siriani, dai gruppi stranieri sostenuti da Teheran. Tra i nuovi miliziani sono presenti anche individui di origine iraniana e afghana. Il personale è stato trasferito nelle base militari russe a Latakia in Siria per essere addestrato prima di unirsi ai ranghi dell’Lna.

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