Arrivato a 62 anni dopo averne passati 23 nelle carceri di Israele, Yahya al-Sinwar, gazawi purosangue essendo nato a Khan Younis, nel cuore della Striscia, ha ottenuto due risultati: è diventato il nuovo leader politico di Hamas, come successore di Ismail Haniyeh, ucciso dagli israeliani mentre si trovava a Teheran; e nello stesso tempo è diventato il primo obiettivo di Israele che, con il ministro degli Esteri Katz, ha invitato a “eliminarlo il più in fretta possibile”.
Non è difficile immaginare che Sinwar consideri l’una e l’altra cosa come medaglie al valore. L’uomo che è unanimemente considerato l’ispiratore e l’organizzatore delle stragi di civili e soldati israeliani del 7 ottobre del 2023, con la relativa cattura di decine di ostaggi, ha dedicato la vita alla causa della resistenza all’occupazione e della distruzione di Israele. Fin da quando, negli anni Ottanta, ancora studente presso l’Università islamica di Gaza, si faceva arrestare per la continua partecipazione alle manifestazioni di protesta.
Il “salto di qualità”, per così dire, Sinwar lo compie subito dopo la laurea, quando contribuisce a creare una rete di militanti disposti alla resistenza non più civile ma armata a Israele. Una rete che, alcuni anni e tanto lavoro dopo, sarebbe diventata le Brigate Qassam, ovvero l’ala militare di Hamas. Nel movimento islamista Sinwar entra già nel 1987, ovvero subito dopo la fondazione da parte dello sceicco Ahmed Yassin. E già nel 1988 viene arrestato dagli israeliani e condannato a 426 anni di prigione: l’accusa è di aver partecipato alla cattura e all’uccisione di due soldati di Israele e di quattro presunte spie palestinesi.
Torna a Gaza nel 2011, nel gruppo dei prigionieri palestinesi liberati in cambio del soldato israeliani Gilad Shalit, che era stato a sua volta catturato dai miliziani di Hamas. Significativamente, gli israeliani preferiscono rilasciare Sinwar, che considerano un assassino, piuttosto che Marwan Barghouti, l’unico leader che gode di un certo credito presso tutti i palestinesi.
Tornato a Gaza, e potendo vantare il credito della lunga prigionia, Sinwar scala rapidamente le gerarchie di Hamas e nel 2012 viene cooptato nell’ufficio politico del movimento, con il compito specifico di coordinare le Brigate Qassam. Non è un caso, quindi, se nel 2014, durante l’Operazione Margine di Protezione condotta da Israele a Gaza nel corso di sette settimane, svolge un ruolo politico e militare di primo piano. Non a caso gli Usa, proprio quell’anno, lo inseriscono nella lista dei “terroristi globali”. Nel 2017, infine, Sinwar diventa il capo di Hamas a Gaza, succedendo proprio a Ismail Haniyeh che nella stessa occasione diventa il capo politico dell’intero movimento. E ora l’ulteriore successione.
Pur combattendo per la stessa causa, Haniyeh e Sinwar non si amavano. Per Sinwar, Haniyeh era troppo incline alla trattative con Israele. E troppo incline, anche, a flirtare con le petromonarchie sunnite del Golfo Persico. Di certo, la nomina di Sinwar (tecnicamente provvisoria, perché Hamas dovrebbe tenere le sue elezioni l’anno prossimo), cioè di colui che è sempre stato più un capo e organizzatore militare che non un teorico politico, manda un messaggio di intransigenza e segnala da parte di Hamas la volontà di continuare nella lotta, a dispetto delle distruzioni subite da Gaza e dalle morti di palestinesi innocenti.
Ma non solo. Sinwar è sempre stato promotore dei contatti con Iran e Siria, Paesi sciiti (l’Iran) o a guida sciita (la Siria), il che ovviamente non può favorire le relazioni con i Paesi arabi sunniti, che per molti anni, peraltro, sono stati i principali finanziatori della causa palestinese. Come potrà Sinwar, assediato a Gaza e ricercato dagli israeliani con licenza di uccidere, partecipare a colloqui politici o a trattative, resta per ora un mistero.
Mirko Marchi