C’è un equivoco con la diaspora iraniana nel mondo, soprattutto con quella più benestante e fotogenica, e per questo più facile da mettere sotto i riflettori. Soprattutto dopo il 7 ottobre, quando la politica di molti oppositori del regime è tornata utile a chi propugnava una resa dei conti con gli ayatollah. Un’ambiguità che nasce dal modo in cui i media occidentali amplificano idee che rappresentano più le comunità esiliate che i sentimenti diffusi in Iran.
Una delle figure più conosciute nel dibattito è Masih Alinejad, giornalista e attivista che da anni vive a New York, nota per la sua campagna contro l’hijab obbligatorio e per la denuncia della repressione poliziesca in patria. Tutti fenomeni seri e preoccupanti, con ricadute nella vita di milioni di uomini e donne iraniani. Ma cosa ci dice il fatto che la stessa Alinejad si presti, a ogni piè sospinto, alla mostrificazione del suo Paese proprio ogni qualvolta si intravede la possibilità di farlo bombardare dal duo Trump-Netanyahu? E che si presti generosamente alla guerra ibrida di Israele contro i suoi nemici culturali?
Si pensi alla storia, risalente allo scorso novembre, della ragazza in Iran molestata dalla polizia morale per il suo hijab “improprio”, e spogliatasi “per sfidare il regime” che, insomma, non è andata proprio così. Di casi di violenza contro le donne non mancano, ma in quel caso si trattava di patologie mentali, e la ragazza è stata rilasciata poco dopo – a differenza di tante altre davvero punite per l’abbigliamento. Alinejad, quando la vicenda era poco chiara, si inseriva avvalorandone la versione più sensazionalistica possibile, incurante dei modi in cui veniva strumentalizzata dalle galassie neocon.
Oppure si guardi al video riguardante la giurista dell’Onu, Francesca Albanese, amplificato sui social dall’attivista iraniana per farla sembrare una fanatica pro-Hamas, nonostante si trattasse di un clippino di 40 secondi decontestualizzato ad arte da una lobby pro-Netanyahu, che di nome fa Un Watch? Nel 2021 Alinejad aveva dichiarato che le sarebbe piaciuto “visitare Israele” per respirarne la cultura democratica e vibrante, poi stringendo la mano a Mike Pompeo, allora segretario di Stato di Trump, ha chiesto a Washington di inserire i Guardiani della Rivoluzione nella lista delle organizzazioni terroristiche, per il sostegno di Teheran a Hamas, e di perseguire se possibile una politica di esplicito regime change, anche con la forza.
Gli iraniani sionisti, pochi ma rumorosi
Non sorprende allora che questa figura, celebrata in molti ambienti liberal-centristi in Occidente come “voce dell’Iran libero”, sia però semisconosciuta o poco amata in patria: collaboratrice di Voice of America, megafono di disinformazione anti-Iran finanziato dal governo statunitense e dalla diaspora filo-monarchica- quella che insomma vorrebbe vedere tornare al trono non i socialisti del povero golpeado Mossadegh, ma la dinastia Palhavi – ha più volte tifato per le sanzioni, che in 20 anni hanno impoverito la popolazione iraniana rafforzando al contempo il regime.
Molti dissidenti iraniani criticano questo modello di opposizione “esportata”. “Gli iraniani sionisti online sono una minoranza piccola, ma molto rumorosa”, ha detto a Middle East Eye un’attivista che preferisce restare anonima. “La loro presenza ingombrante crea un’impressione distorta: la maggioranza, che simpatizza per i palestinesi, ha paura di esporsi”. Denunce di campagne diffamatorie, doxxing e accuse infondate di legami con Hamas hanno contribuito a silenziare le voci pro-Gaza tra gli iraniani che vivono negli Stati Uniti.
Il contrasto con la realtà interna all’Iran è netto. Come ha osservato l’analista Sina Toossi, “i veri agenti del cambiamento sono coloro che rischiano la vita all’interno del Paese”. L’opposizione in diaspora appare invece divisa e screditata, attraversata da rivalità personali e da rapporti ambigui con forze esterne, inclusi gruppi di pressione che tifano per la pulizia etnica a Gaza. Emblematico è lo scontro tra le figure più visibili – da Reza Pahlavi a Nazanin Boniadi, da Hamed Esmaeilion alla stessa Alinejad – incapaci di costruire una piattaforma comune.
È una delle tragedie della discussione sull’Iran questa difficoltà di distinguere tra attivismo genuino e narrazioni funzionali a interessi geopolitici. La parabola di “Masih”, come la chiamano i sostenitori, mostra come il sostegno occidentale si concentri spesso su figure preconfezionate, più utili a proiettare un’immagine ideologica che a rappresentare la complessità di un Paese gigantesco con 91 milioni di abitanti. Non è un caso che persino Alinejad, negli ultimi mesi, abbia preso le distanze da Netanyahu, segnale della fragilità del tentativo di incorniciare Israele come alleato “naturale” degli iraniani.
Intanto, altre voci della regione, come quella della giornalista siriana Zaina Erhaim, ricordano che l’opposizione a Teheran non implica l’appoggio a Israele, non implica il tifo per una guerra all’Iran che rischia di balcanizzare la regione: “Essere perseguitati dall’Iran non giustifica il sostegno a un altro regime criminale. Noi siriani sappiamo cosa significhi subire i bombardamenti, per questo sentiamo la tragedia di Gaza come nostra”.

