Mercoledì 22 aprile 2026 la giornalista libanese Amal Khalil, corrispondente del quotidiano Al-Akhbar, è stata uccisa durante un bombardamento israeliano nel sud del Libano, nei pressi della località di al-Tayri, mentre si trovava sul campo insieme alla fotoreporter Zeinab Faraj per documentare le conseguenze di attacchi precedenti.
Intorno alle 14:45 il veicolo su cui viaggiavano è stato colpito da un attacco aereo; le due sono riuscite ad allontanarsi e a trovare riparo in un’abitazione vicina. Pochi minuti dopo, Khalil ha contattato la redazione per segnalare di essere sotto attacco, contribuendo a rendere pubblica in tempo reale la loro situazione.
La notizia della presenza di due giornaliste coinvolte si è diffusa rapidamente, spingendo la Croce Rossa e la Protezione Civile libanese ad attivarsi e ad avviare contatti con l’esercito israeliano per ottenere il via libera a un’operazione di evacuazione. Nonostante questo coordinamento fosse in corso e fosse noto che si trattava di personale giornalistico, alle 16:27 circa l’edificio in cui le due si erano rifugiate è stato colpito da un secondo bombardamento.
Solo dopo questo attacco è stata concessa l’autorizzazione ai soccorsi: Zeinab Faraj è stata estratta viva e trasferita in ospedale, mentre Amal Khalil è rimasta sotto le macerie. Le operazioni di recupero del corpo sono state ritardate per diverse ore; secondo le testimonianze dei soccorritori, durante i tentativi di evacuazione sarebbero stati esplosi colpi d’arma da fuoco nell’area e l’accesso al sito sarebbe stato ostacolato, rallentando ulteriormente i lavori. La morte di Khalil si inserisce in un contesto più ampio di uccisioni di operatori dei media da parte di Israele, con oltre 27 giornalisti uccisi in Libano dal 7 ottobre 2023.
L’uccisione indiscriminata di Amal si collega ad una serie di eventi precedenti che riguardano direttamente la giornalista. Già nel 2024 Amal Khalil aveva ricevuto minacce di morte tramite messaggi WhatsApp inviati da un numero anonimo. Lei stessa, nell’intervista riportata in alto, riferisce di aver avuto minacce sia dal Mossad sia da cittadini israeliani. I contenuti dei messaggi erano espliciti: il mittente faceva riferimento ai suoi spostamenti sul territorio, lasciando intendere un monitoraggio diretto delle sue attività, e la invitava a lasciare il Libano “se vuoi restare in vita, lascia ora il Libano”, con formulazioni che alludevano a un rischio imminente e concreto. Per lungo tempo l’identità del mittente è rimasta sconosciuta, e tali minacce sono state inizialmente interpretate nel contesto più ampio delle pressioni e intimidazioni subite da giornalisti attivi nelle aree di conflitto. Dopo la morte della reporter in una dinamica in cui appare chiaro che la sua attività era seguita da Israele e geolocalizzata, i messaggi trovati sul suo cellulare aprono alla domanda: quale è il ruolo di chi ha lanciato le minacce anonime che si sono trasformate in un’uccisione?
Un elemento nuovo è emerso nella giornata del 23 aprile, quando la piattaforma investigativa No Frontiers ha attribuito quei messaggi a Gideon Gal Ben Avraham, figura attiva nello spazio mediatico israeliano. Ben Avraham è un commentatore che opera prevalentemente online, attraverso social network e un canale YouTube, dove tratta temi legati alla politica regionale e alle dinamiche geopolitiche del Medio Oriente. Nei suoi profili pubblici si presenta come ricercatore indipendente ed esperto di relazioni internazionali; afferma inoltre di avere una formazione accademica in Israele e di aver avuto un passato militare, suggerendo in alcune occasioni di mantenere contatti con ambienti della sicurezza di intelligence.
I suoi contenuti sono caratterizzati da una narrazione che coincide con i temi dell’estrema destra israeliana, parlando dei contesti come Libano e Gaza raccontati come potenzialmente collegati o funzionali a organizzazioni come Hezbollah o Hamas.
In questo quadro si inserisce la sua relazione con il caso Khalil. In un post pubblicato sulla piattaforma X, lo stesso Ben Avraham ha confermato di essere l’autore dei messaggi minatori inviati alla giornalista nel 2024, spiegando che si trattava, a suo dire, di un avvertimento legato alla sicurezza e alla sua interpretazione del ruolo dei media nei teatri di guerra. Nello stesso intervento ha respinto le accuse secondo cui vi sarebbe un suo coinvolgimento diretto nella morte di Khalil, definendo tali ricostruzioni “infondate”. Resta una domanda: visti i legami di Gideon con gli ambienti di sicurezza israeliani, confermati da lui stesso, quanto hanno pesato i suoi messaggi e le sue operazioni di controllo sul campo del lavoro di Amal nell’uccisione mirata da parte di Israele?
In un dei video sul suo canale Youtube, Avraham compare con una felpa della Sayeret Nahal (Unità di ricognizione della brigata Nahal) delle forze di difesa israeliane IDF.
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