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Guerra /

Lo scontro nel Nagorno-Karabakh tra Armenia e Azerbaigian va avanti da quasi 30 anni. È uno dei tanti “conflitti congelati” nati a seguito della dissoluzione dell’Unione sovietica e dall’infiammarsi delle rivendicazioni etniche nelle repubbliche nate a seguito di quell’evento epocale. Nel 1991 il Karabakh, dove vivono principalmente armeni, ha proclamato l’indipendenza dall’Azerbaigian, di cui è una regione autonoma. L’autonomia però non ha smorzato le tensioni, che hanno portato, dal 1992 al 1994, ad una vera e propria guerra quando l’Azerbaigian ha cercato di riprendere il controllo del territorio, ma alla fine il conflitto si è cristallizzato ed i Paesi coinvolti hanno deciso per un cessate il fuoco. Baku, però, non riconosce la Repubblica del Nagorno-Karabakh, e saltuariamente nel corso di questi decenni, si sono avuti sporadici scontri lungo il confine. L’escalation del 2020 che sta avendo il suo parossismo in questi giorni, è la più grave proprio dal conflitto del 1992/1994.

Gli scontri armati, che sino a oggi si erano limitati sono alla piccola Repubblica Autonoma dell’Artsakh, si stanno estendendo anche al territorio armeno, col rischio quindi che la situazione degeneri in una vera e propria guerra tra Baku e Erevan: l’offensiva azera, infatti, si è spostata verso nord con attacchi alla città di Vardenis, sulla sponda est del lago Sevan.

Nei cieli, per il momento, è battaglia di droni – forniti da Turchia e Israele all’Azerbaigian – e di elicotteri che colpiscono le forze corazzate, meccanizzate, i radar e le artiglierie di entrambe le parti. Baku riferisce che durante i combattimenti più di 550 soldati armeni sono stati uccisi, inoltre l’Armenia ha perso 22 veicoli corazzati, 15 sistemi missilistici antiaerei Osa, 18 droni, otto supporti di artiglieria, tre depositi di munizioni. Secondo il Ministero della Difesa dell’Armenia, l’Azerbaigian ha perso circa 200 militari, sono stati distrutti 30 veicoli blindati, 20 droni e due elicotteri. Nei due Paesi è stata dichiarata la legge marziale, ed è cominciata la mobilitazione generale, mentre si sono attivati anche i proxy a sostegno di Baku: risulta che milizie turche, che erano prima presenti in Siria, siano arrivate in Azerbaigian a sostegno dell’offensiva.

In questo ginepraio la Russia chiede la fine delle ostilità e di passare alla risoluzione del conflitto con metodi politici e diplomatici. Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, commentando la possibilità di un supporto militare all’Armenia attraverso l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto), ha affermato che Mosca non intende dare il suo supporto militare in quanto aggiungerebbe “benzina sul fuoco”, e chiede anche alla Turchia di adoperarsi per il cessate il fuoco. Stessa posizione dell’Iran, che invita gli “amici armeni e azeri” a porre fine al conflitto, cercando quindi di agire da mediatore in una situazione di crisi non solo per evidenti questioni geografiche, ma anche per cercare di limitare l’influenza della Turchia nell’area, che rappresenta un antagonista regionale per Teheran.

Ma a chi giova il conflitto nel Nagorno Karabakh e perché è scoppiato proprio ora? Quanto sta accadendo nella regione autonoma contesa ha dei risvolti che riguardano direttamente la politica interna sia dell’Armenia sia dell’Azerbaigian.

Innanzitutto dal lato azero, Baku, durante il periodo degli alti prezzi del petrolio, è riuscita a rimodernare l’esercito, aumentandone la potenza, pertanto, c’è sempre la tentazione di mettere in pratica questo potere sulla scorta del conflitto del 1992/1994 che ha perso. Inoltre, i negoziati di pace sono arrivati a un punto morto. L’attuale offensiva sembra infatti che sia stata preparata in anticipo dall’Azerbaigian, come evidenziato dal fatto che il 24 settembre sono trapelate le prime notizie riguardanti la mobilitazione dei riservisti.

In secondo luogo, la guerra è un buon modo per distrarre la popolazione dai problemi interni che stanno crescendo in entrambi i Paesi.

In Azerbaigian, a causa del calo del prezzo del petrolio e della crisi del coronavirus, si registra un calo dei redditi e un aumento degli umori di protesta.

In Armenia, il primo ministro Pashinyan sta affrontando una crescente opposizione politica, che lo accusa di incompetenza e di cattiva gestione dei rapporti con il principale alleato dell’Armenia, la Russia. Mosca, peraltro, ritiene che Pashinyan sia una sorta di “agente occidentale” ma mantiene aperti i canali di approvvigionamento degli armamenti.

Pertanto, per le autorità di entrambi i Paesi, un conflitto militare è utile per spostare l’attenzione della popolazione su un nemico esterno, ma, come sempre accade in questi casi, si tratta di una situazione effimera e anche pericolosa: un’escalation completa, che conduca a una guerra in piena regola con numerose vittime, può, al contrario, destabilizzare la situazione e mettere a rischio il potere di entrambi i leader politici.

Ecco perché finora alcuni esperti prevedono che l’attuale conflitto non andrà oltre scontri locali, con diversi villaggi di confine e alture che passeranno di mano, ma il pericolo che gli scontri degenerino anche per colpa degli interventi esterni non è affatto remoto.

La Turchia, infatti, sembra essere il Paese terzo che più di tutti ha di che guadagnare da un conflitto che veda l’Azerbaigian vittorioso sull’Armenia con il Nagorno-Karabakh conquistato da Baku, e la ragione, oltre all’allargamento della sua sfera di influenza sul mondo musulmano più prossimo ai confini turchi, passa anche per un gasdotto che collega i campi di estrazione azeri all’Europa: il Tap, o Tanap per Ankara.

Il 9 giugno, il consorzio Trans-Adriatic Gas Pipeline (Tap) ha annunciato che la costruzione del segmento offshore di 105 chilometri nel Mar Adriatico era stata completata, mentre qualche mese prima Vitaly Baylarbayov, vicepresidente per gli investimenti e il marketing della società statale energetica azera Socar, ha affermato che il gasdotto inizierà a trasportare il gas dal campo Shah Deniz dell’Azerbaigian ai mercati europei alla fine del 2020.

Per capire come il gasdotto possa essere coinvolto nel conflitto basta guardare ad una carta geografica e al suo tracciato: la regione contesa è a poca distanza dal percorso azero della linea che, dai campi di estrazione del Mar Caspio, aggira l’Armenia passando per la Georgia e arriva in Turchia, collegandosi al Tanap, per poi attraversare la Grecia ed il Mar Adriatico sino all’Italia. Baku, ma soprattutto Ankara, potrebbero avere sentito l’esigenza, in previsione dell’inizio dell’attività di pompaggio, di stabilizzare la regione in modo da garantire la sicurezza della linea.

Mosca, proprio perché vede aprirsi la possibilità di connettersi alla linea per poter avere un altro canale di vendita del proprio gas all’Europa – Grecia, Bulgaria e Italia in testa – cerca di evitare, per il momento, di alzare i toni: l’interesse di Gazprom per il Tap/Tanap era già emerso in passato (gennaio 2017) e più recentemente, complice anche l’incertezza politica che pesa su Nord Stream 2, l’idea è tornata in auge dopo qualche anno di dimenticatoio.

Insomma il conflitto nel Nagorno-Karabakh è guidato da fragili equilibri interni ed esterni, che possono venire sconvolti rapidamente e irreparabilmente proprio da quegli attori statuali (Turchia e Russia) che in questo momento stanno fiancheggiando, più o meno apertamente, i due contendenti.