All’indomani del 30esimo giorno di un conflitto che, secondo molti e a questo punto anche secondo Mosca, avrebbe dovuto concludersi nell’arco di due settimane, una domanda comincia a circolare tra gli osservatori più attenti: dove sono finiti il capo di Stato Maggiore della Difesa russo, il generale Valery Gerasimov, e il ministro della Difesa, generale Sergei Shoigu?

Gerasimov, insieme a Shoigu, sembra essere “sparito dai radar”. Il Washington Post in un recente articolo riporta che i ripetuti tentativi dei massimi leader militari e della difesa degli Stati Uniti di parlare con le loro controparti russe sono stati respinti da Mosca nell’ultimo mese, lasciando le due maggiori potenze nucleari del mondo all’oscuro per quanto riguarda le spiegazioni delle operazioni militari e sollevando timori di un possibile grave errore di calcolo o incidente sul campo di battaglia.

Il quotidiano statunitense riferisce che, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il segretario alla Difesa Lloyd Austin e il generale Mark A. Milley, capo del Joint Chiefs of Staff, hanno cercato di chiamare Shoigu e Gerasimov, ma i russi “hanno rifiutato fino ad ora di impegnarsi”, ha detto mercoledì il portavoce del Pentagono John Kirby in una dichiarazione.

Sappiamo che Mosca e Washington hanno un canale di comunicazione diretto destinato al “deconflitto”, ovvero per mantenere contatti diretti tra i leader militari di alto rango per evitare pericolose escalation o confusione. Il non utilizzo di questa linea di comunicazione preferenziale tra le due superpotenze pone il rischio di escalation incontrollata e non voluta, a causa della natura stessa della guerra che viene combattuta in un ambiente dove le forze militari russe sono molto vicine a quelle della Nato.

James Stavridis, che è stato comandante supremo dell’Alleanza Atlantica dal 2009 al 2013, ricorda che “dobbiamo evitare uno scenario in cui la Nato e la Russia entrino in guerra come sonnambuli, perché i leader senior non possono alzare il telefono e spiegarsi a vicenda cosa sta succedendo”. Uno scenario che è tutt’altro che remoto: gli errori di calcolo, dovuti a diversi fattori come difficoltà di identificazione o semplicemente alla pressione psicologica a cui può essere sottoposto un singolo comandante di unità navale o pilota da caccia, sono dietro l’angolo quando due dispositivi militari sono a così stretto contatto.

I tentativi di contatto effettuati da Austin e Milley però hanno uno scopo fondamentalmente diverso rispetto al canale di deconflitto. Si tratta, in questo caso, delle necessità di chiarire l’attività strategica, ovvero comunicare chiaramente gli interessi statunitensi e comprendere meglio quelli russi. Quando non c’è comunicazione a quel livello è più probabile che ipotesi peggiori che possono essere prese in considerazione al Cremlino, spesso basate su informazioni scarse, ne guidino il comportamento.

Il Washington Post però riferisce che le comunicazioni tra Stati Uniti e Russia sono state molto più scarse all’inizio della guerra rispetto alle ultime settimane: l’ambasciatore degli Stati Uniti in Russia, John J. Sullivan, ha incontrato più frequentemente i funzionari russi con visite e telefonate a intermittenza; il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Biden, Jake Sullivan, ha parlato con il suo omologo, Nikolay Patrushev, la scorsa settimana per la prima volta dall’inizio del conflitto, e alcuni ufficiali militari statunitensi e russi si sono incontrati la scorsa settimana presso il Ministero della Difesa russo, secondo quanto riferito per la prima volta dalla CNN.

Secondo alcuni analisti le due più alte cariche militari russe si negherebbero perché potrebbero essere in attesa dell’approvazione del presidente Putin ad avere contatti, data l’alta posta in gioco del conflitto. Altri ritengono che dati i toni duri della Casa Bianca, che ha bollato il leader russo come “criminale di guerra”, il Cremlino ritenga Washington non più affidabile perché quelle parole lascerebbero intendere la volontà statunitense di effettuare un regime change a Mosca. Interpretazione possibile e alquanto inquietante.



Al di sopra di tutte queste considerazioni, però, c’è un fatto ancora più preoccupante: del generale Gerasimov, così come di Shoigu, non si hanno notizie certe da almeno dieci giorni. Come riferisce la Tass, lo scorso 12 marzo il capo di Stato Maggiore ha discusso “questioni di reciproco interesse in una conversazione telefonica con il suo omologo turco Yashar Guler”, poi il generale è sparito dalla scena pubblica. Qualche giorno prima, il 4, Gerasimov aveva avuto un colloquio con il suo omologo francese, il generale Thierry Burcard, a sottolineare come i contatti e le “uscite pubbliche” fossero più o meno costanti nonostante “l’imperfezione” dei canali di comunicazione con l’Occidente lamentata dallo Stato Maggiore della Difesa britannico.

Anche il Ministro della Difesa russo è stato visto l’ultima volta in pubblico l’11 marzo mentre consegnava onorificenze alle truppe russe, e nonostante il Cremlino abbia dichiarato sul suo sito web il 18 marzo che Shoigu era presente anche ad un incontro tra Putin e i membri del suo consiglio di sicurezza per discutere dell’andamento della “operazione speciale in Ucraina”, i dubbi sulla sua sorte permangono dato che non sono state diffuse foto o video di quella riunione. Alcune voci danno Shoigu per malato, affetto da problemi cardiaci, altri ancora addirittura si spingono oltre e parlano del suo arresto con l’accusa di tradimento. Nella mattinata di venerdì 25, il ministro si è rivisto in una videoconferenza col presidente Putin, diffusa dal Cremlino, ma i dubbi permangono. Alcuni fanno notare che i primi e gli ultimi 4 secondi del filmato sono identici, sollevando sospetti che il video sia stato confezionato ad arte per porre fine alle troppe domande sulla sua sorte.

Si tratta comunque di voci non verificabili, ma il denominatore comune che avanza sospetti sulla sua sorte e su quella di Gerasimov è proprio la loro sparizione dalla scena pubblica per un lungo periodo di tempo.

Per quanto riguarda il capo di Stato Maggiore ad aumentare ulteriormente i dubbi c’è un piccolo giallo verificatosi già il secondo giorno di guerra, quando “fonti ucraine” riportavano la sua estromissione dal comando dell’operazione militare in Ucraina. Il giorno successivo, domenica 27 febbraio, Gerasimov compariva insieme a Shoigu nella brevissima comunicazione video del presidente Putin che informava dell’aumento dello stato di approntamento delle forze nucleari strategiche: qualcosa che abbiamo giudicato come un segnale di continuità della catena di comando russa per spazzare via i dubbi emersi nelle ore precedenti, ma anche da considerare come un passo obbligato trattandosi proprio delle forze strategiche, che fanno capo per il loro impiego, in ultima analisi, alle tre più alte figure della difesa russa.

Gerasimov però non è solo il capo di Stato Maggiore della Difesa, ruolo già di per sé molto importante, ma è anche colui che ha sintetizzato la Hybrid Warfare occidentale attualizzandola agli scopi russi, mettendola in pratica nel 2014 durante il colpo di mano in Crimea e Donbass. Ricordiamo, infatti, che durante quei giorni in cui la Russia ha dapprima sobillato la popolazione russofona per poi intervenire militarmente sotto copertura (le truppe russe erano senza insegne, da qui il nomignolo di “uomini verdi” o “uomini gentili”) il comandante sul campo era proprio Gerasimov, che ha anche supervisionato direttamente le successive operazioni militari in Donbass dove c’è stato l’intervento, mai ammesso apertamente, delle forze russe a sostegno degli insorti. Furono operazioni che in ambito militare si definiscono “a bassa intensità” e trovano spiegazione proprio nell’applicazione dei concetti generali di Guerra Ibrida russa.

Sulla base di queste considerazioni possiamo quindi provare a fare delle ipotesi, che non essendo comprovabili tali restano, sulla “sparizione” del generale: Gerasimov, insieme ad altri personaggi di spicco della diplomazia, dei Servizi di Sicurezza e dell’ambiente militare, non era d’accordo sull’intervento armato in Ucraina, preferendo una tattica “soft” di più lungo termine per cercare un regime change a Kiev, ma il Cremlino ha ritenuto di non avere più tempo per imbastire un’operazione simile a quella messa in pratica nel 2014, stante le mutate condizioni interne in Ucraina, dove il giro di vite antidemocratico in funzione antirussa non avrebbe permesso di attuare una infowar di propaganda e disinformazione per destabilizzare il Paese dall’interno, e per via dell’aumento delle forniture di armi dall’Occidente, che avrebbero potuto essere usate nell’immediato futuro per un’operazione militare di Kiev volta a recuperare il Donbass e possibilmente anche la Crimea (se pur sembri un obiettivo fuori portata dato il divario di mezzi e le implicazioni politiche). Questa lettura spiegherebbe perché il generale Gerasimov, insieme a Shoigu, è stato tenuto sostanzialmente ai margini del complesso mediatico relativo al conflitto in Ucraina.

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