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La controffensiva ucraina che ha travolto le linee russe tra Kharkiv e Balakliya portando alla riconquista di una vasta porzione di territorio al punto da arrivare al confine con la Federazione Russa, è stata possibile per una serie di fattori tra cui si annoverano la superiore capacità di intelligence di Kiev, grazie al supporto occidentale quasi in tempo reale, la riuscita attività di disinformazione che ha fatto credere allo Stato maggiore russo che la controffensiva fosse diretta su Kherson, e la penuria di uomini e mezzi lungo la linea di attacco, proprio generata dalla convinzione che la controffensiva ucraina fosse indirizzata sul fronte meridionale, quindi comportando lo spostamento di riserve in quel settore che poi sono rimaste intrappolate nel collo di bottiglia rappresentato dal fiume Dnepr.

La reazione russa è stata scomposta sul piano terrestre: le immagini che ci sono giunte da fonti non ufficiali, e i rapporti – anche di fonte russa – provenienti da canali social personali, dimostrano che l’esercito russo, se non è in rotta, di certo non sta ripiegando in modo ordinato: numerosi mezzi in efficienza sono stati abbandonati, più ancora è stato abbandonato equipaggiamento personale o leggero, come casse di droni Orlan-10, Rpg (Rocket Propelled Grenade) e preziosi sistemi mobili da guerra elettronica (Ew – Electronic Warfare).

Si pensava che lo Stato maggiore russo avrebbe fatto ricorso all’impiego massiccio dell’unica forza completamente mobilitabile per cercare di bloccare l’avanzata ucraina, stante l’impossibilità giuridica di poter impiegare truppe appena arruolate, ovvero l’aeronautica, ma a più di una settimana dall’inizio della controffensiva le operazioni aeree russe si sono dimostrate sporadiche e senza risultati.

Viene da chiedersi, pertanto, che fine abbiano fatto le Vks (Vozdushno-Kosmicheskiye Sily). Le cause vanno ricercate nella modalità di messa in atto delle operazioni aeree sin dall’inizio del conflitto: l’aeronautica russa non ha ottenuto né la supremazia né la superiorità aerea nei cieli ucraini perché nella dottrina di impiego del potere aereo russo non c’è l’attività Sead/Dead (Suppression Enemy Air Defenses / Destruction Enemy Air Defenses) così come postulata in Occidente. L’attività di soppressione delle difese aeree viene infatti effettuata principalmente in sostegno delle colonne avanzanti delle forze terrestri, inoltre nelle prime settimane di guerra non è stata né data enfasi all’interdizione in profondità nel territorio ucraino, con aeroporti solo parzialmente colpiti (probabilmente per non distruggere le infrastrutture in vista del loro riutilizzo ma crediamo anche per economia di munizionamento/mezzi), né è stato possibile eliminare le postazioni Sam (Surface to Air Missiles) mobili per via di parziale o scarsa raccolta di dati di intelligence. Intelligence che, ancora una volta, è stata fondamentale per salvare il salvabile dal lato ucraino: gli assetti da ricognizione occidentali sono stati messi al servizio di Kiev sin dal primo giorno di guerra, mentre la Russia – che non è più l’Unione Sovietica col suo potenziale bellico – ha evidenziato come la sua architettura satellitare e da ricognizione sia di almeno un ordine di grandezza inferiore rispetto a quella della Nato.

Quindi, ancora una volta, se l’avanzata non ha incontrato la reazione dell’aeronautica russa, che comunque dispone di molti più velivoli rispetto a quella ucraina, uno dei motivi principali è la mancanza di un’attività più concertata ed efficace volta alla distruzione/soppressione dei sistemi Sam mobili ucraini a medio e lungo raggio e ad alta quota (S-300 e Buk) che operano vicino alla linea del fronte.

Pertanto i caccia russi si sono ritrovati a dover operare a bassa e bassissima quota, stante la pericolosità di volare a quote più elevate anche per i velivoli più moderni (Su-35S, Su-30SM, Su-34, Su-25SM3), dotati di sistemi elettronici di protezione. Questo è tanto più vero se osserviamo che, ad oggi, non sono stati osservati Su-35, Su-30, Su-34 o Su-25 con missili antiradiazioni durante le sortite di attacco. Questi vengono solo usati durante apposite missioni Sead/Dead o durante voli di scorta.

Effettuando missioni a quote di volo basse e bassissime, per tentare di ritardare/evitare il rilevamento e l’ingaggio da parte dei Sam ucraini a medio e lungo raggio, l’identificazione dei bersagli in movimento diventa estremamente difficile, e deve affidarsi a osservatori a terra, che in questo caso si sono trovati a dover affrontare lo sfondamento delle linee e un’avanzata che, nella storia della guerra, ricorda molto quella vistasi durante la Prima Guerra del Golfo.

Il volo a bassa quota, però, mette i Su-25 russi a rischio di essere ingaggiati dai Manpads (Man Portable Air Defense System) ucraini, dall’artiglieria di difesa aerea – ad esempio i Gepard forniti dalla Germania – e dai sistemi Sam a corto raggio situati più vicino alla linea del fronte. Questa consapevolezza ha avuto un impatto negativo sull’efficacia delle operazioni dei cacciabombardieri Su-25: i velivoli, infatti, hanno utilizzato (da tempo a ben vedere) una tecnica di lancio del munizionamento a razzo “a parabola”, ovvero puntando il muso del caccia verso l’alto all’ultimo momento per aumentare il raggio d’azione dei razzi e cercare di restare quanto più possibile al di fuori della portata delle possibili difese aeree avversarie. Una tecnica che può risultare efficace per evitare il fuoco nemico, ma che va a discapito della precisione. Inoltre, al fine di ridurre al minimo il tempo trascorso nello spazio aereo ucraino, i Su-25 russi, in genere, hanno lanciato tutti i loro razzi in una o due salve, sperando in un attacco di saturazione d’area.

Anche se i sistemi da difesa aerea ucraini di media/alta quota non fossero un problema, l’aviazione russa avrebbe comunque difficoltà a supportare efficacemente le forze di terra di fronte a un gran numero di sistemi a corto raggio: questo perché l’integrazione delle operazioni aria-terra è generalmente scarsa nell’esercito russo e parimenti lo è la capacità di acquisizione dei bersagli, limitata anche da sistemi di puntamento non all’altezza installati sugli aerei da combattimento russi (e dalla mancanza di essi su quelli più vecchi).

Risulta poi che, proprio nella regione di Kharkiv, gli ucraini abbiano ammassato diversi sistemi antiaerei mobili a corto/medio raggio e Manpads, creando una specie di “bolla di interdizione antiaerea” che ha tenuto lontani i già scarsi cacciabombardieri russi. Consideriamo poi che i Su-25/30/34 russi si affidano per la maggior parte a munizionamento non guidato, che necessità di un bersaglio la cui posizione è nota oppure di capacità Fac (Forward Air Control) per guidare il supporto aereo ravvicinato (Cas – Closed Air Support); pertanto, dato che entrambe queste condizioni sono mancate, capiamo come l’attività di contrasto aereo sia stata molto difficile, praticamente inesistente e quasi del tutto inefficace.

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