Che fine ha fatto il sultano? Abbiamo lasciato Recep Erdogan dare dell'”Hitler” a Bibi Netanyahu nel dicembre scorso, ad appena due mesi dal grande dilemma scatenato dall’attacco di Hamas a Israele. L’aggressione del 7 ottobre, infatti, non ha rappresentato meramente un regolamento di conti tra la lotta armata palestinese e Israele, bensì una sfida che l’Iran-via proxy-ha lanciato all’intera area.
La sfida di Hamas alle relazioni tra Turchia e Israele
Tra gli sfidati, certamente le relazioni bilaterali tra Istanbul e Tel Aviv. Frutto di un lavorìo diplomatico lento e sofferto, fatto di sgambetti, scivoloni e ambasciate vuote, i due giganti hanno recentemente optato per una nuova normalizzazione negli ultimi due anni, che punta a importanti risultati nel settore del commercio e del turismo. Nei quindici anni precedenti, infatti, i rapporti erano andati via via deteriorandosi per via delle filippiche turche contro lo stato ebraico, volte a condannare Israele per il trattamento dei palestinesi. Il caso della Mavi Marmara fece il resto. Nell’alveo della normalizzazione ritrovata due anni fa, ora messa a rischio dal nuovo conflitto a Gaza, le due nazioni non dimenticano di possedere un nemico comune, ovvero l’Iran. Sfortuna vuole che questo nemico comune sia una delle mani che nutre Hamas, di cui Erdogan non smette di voler essere chaperon internazionale.
Il sostegno “urlato” di Erdogan ad Hamas
Negli ultimi mesi Erdogan è inquieto. Ma soprattutto grida a gran voce il suo sostegno ad Hamas, definendo i suoi guerriglieri come “liberatori”. Al di là delle questioni ideologiche turche, ciò che non può tollerare è il ruolo che Teheran si è ritagliata nella lotta palestinese. Un’onta per il Paese che offre un passaporto valido a Ismail Haniyeh e che è legato alla Fratellanza Musulmana. A cagionare maggior dolore nell’anziano Recep il fatto che nel matrimonio di convenienza tra Iran e Hamas, non vi è esclusivamente supporto materiale, bensì un potere di fascinazione che l’Iran non smette di suscitare anche sull’Islam sunnita. Teheran è la teocrazia perfetta, unico esempio in Terra di un modello che l’intera Umma islamica invidia all’antica Persia. Questo timore riverenziale non va sottovalutato nel soppesare l’immagine che l’Iran ha in Medio Oriente. Teheran non è solo l’esempio da seguire, ma contiene in sè il seme per la rinascita del Califfato, un progetto del quale la Fratellanza-e dunque anche Hamas-sarebbero partner naturali. Un’aspirazione che travalica le comuni linee di divisione settaria tra sunniti e sciiti, e che mette nell’angolo il progetto panislamista di Erdogan.
L’errore di aver giocato su più tavoli
Ma quanto è affidabile Erdogan, anche a gli occhi del mondo islamico? Molto meno di un tempo. Le crisi in casa ne hanno eroso il pedigree da autocrate, pur riuscendo a recuperare credibilità con la riconferma elettorale. Ma è probabilmente l’aver giocato su più tavoli ciò che ha danneggiato maggiormente il sultano. Dapprima il lungo corteggiamento con la Russia per via degli S-400, che lo ha ridotto a pecora nera della Nato; poi ancora, improbabile (ma efficace) ago della bilancia tra Putin e l’Occidente su grano e ostaggi: su questo punto Erdogan sembrava aver vinto la partita del millennio, maneggiando da agile funambolo qual è la camera di decompressione delle tensioni tra Nato e Russia. Un ruolo che è sfumato via via, di fronte all’impossibile negoziato tra Kiev e Mosca. E poi ancora, quell’allineamento (improvviso) sbilanciato verso Volodomyr Zelensky nel luglio scorso: la liberazione dei comandanti dell’Azovstal fu il simbolo di una chiara inversione di tendenza, “aggravata” dall’avallo di Kiev nella Nato (“lo merita, disse). Non vanno poi dimenticate le sempiterne schermaglie con l’Europa, che un giorno è matrigna e l’altro un sogno da raggiungere. Impegni e tentativi che hanno lasciato scoperto, parzialmente, il tavolo mediorientale, ora occupato dall’Iran a suon di droni, armi, proxy e denari.
Il fallimento del connubio Iran-Turchia
Eppure, Erdogan ci aveva provato a costruire un’insolito connubio tra il mondo sunnita e quello sciita. Un tentativo esperito fino a poco prima dello scoppio della pandemia nel 2020. Ne fu prova il fatto che, in Turchia, numerosi dissidenti iraniani sono stati sorvegliati, minacciati, aggrediti e rapiti grazie a un tacito accordo di sicurezza con l’IRGC, che ha messo radici ad Istanbul e in altre grandi città turche (si veda il caso di Saeed Karimian, dirigente televisivo iraniano ucciso nel 2017). Non va poi dimenticato che proprio fra i golpisti arrestati dopo il “colpo di Stato” del 2016, vi furono numerosi magistrati che da dieci anni stavano indagando sui rapporti tra Quds e Erdogan. Di casi, in questo matrimonio di convenienza, se ne possono citare a bizzeffe: le due nazioni, ad esempio, hanno collaborato più volte per contrastare la spinta curda verso l’autonomia; e ancora, la Turchia ha anche facilitato un programma di riciclaggio di petrolio a favore dell’oro con l’Iran per eludere le sanzioni almeno dal 2012. I due modelli geopolitici, uno fondato sui “corridoi” di stampo IRCG e l’altro sulle aspirazioni neo-ottomane di Erdogan hanno potuto convivere a lungo, fino al 7 ottobre scorso, quando Teheran ha dimostrato di essere entrata a gamba tesa in un cortile che Erdogan ha sempre considerato proprio e di pochi altri. Può ambire ora Erdogan a recuperare terreno lì dove Teheran ormai divide et impera? Difficile, praticamente impossibile.

