Tutto ha un prezzo in Medio Oriente, sopratutto il rilascio di “prigionieri”. Così, mentre 24 degli ostaggi rapiti durante l’attacco terroristico di Hamas si preparavano a fare ritorno in Israele dopo essere stati trasferiti in Egitto, dal carcere militare di Ofer in Cisgiordania venivano liberati 39 prigionieri palestinesi come “contropartita”, 24 donne e 15 minorenni.

Alla base dello scambio il successo della diplomazia segreta che passando da Washington e dal Cairo ha trovato nel Qatar un alleato prezioso per ottenere l’accordo un del cessate il fuoco di quattro giorni a partire dalle ore 07.00 di venerdì 24 novembre.

Dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, Gerusalemme e gli emissari della controparte hanno avviato le procedure per lo scambio. Mentre una colonna di 200 camion carichi di aiuti umanitari, compreso il tanto atteso carburante, entravano nella Striscia di Gaza per portare alla popolazione palestinese stremata dopo 49 giorni di guerra aiuti essenziali dall’esterno dell’exclave. A riportarlo è stato il Cogat, collegamento militare israeliano con la popolazione palestinese.

Diplomazia segreta a Doha

Così dopo settimane e settimane di negoziati segreti che hanno visto coinvolti vertici della Cia e del Mossad, funzionari governativi israeliani, egiziani e statunitensi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha accettato – nonostante fosse riluttante in un primo momento – di concedere ad Hamas una “tregua di quattro giorni” su pressione degli Stati Uniti. Risultato ottenuto grazie alla decisiva mediazione concertata con il Qatar per mezzo dell’emiro Tamim bin Hamad al Thani. Ciò ha consentito a Gerusalemme di riportare a casa una parte dei 240 ostaggi sequestrati da Hamas dopo il sanguinoso attacco ai kibbutz dello scorso 7 ottobre.

Di questi almeno “100 prigionieri non sono localizzabili” ha dichiarato Hamas. Questi si troverebbero in mano a gruppi jihadisti che non sono sotto il controllo diretto dell’organizzazione paramilitare guidata da Ismail Haniyeh.

Oggi verranno rilasciati altri 13 israeliani, tutti minorenni. L’iter dovrebbe essere lo stesso di ieri: lasceranno Gaza attraverso valico di Rafah e una volta raggiunto il territorio egiziano verranno consegnati agli agenti dello Shin Bet, il servizio d’intelligence che ha verificato l’identità e le condizioni fisiche degli ostaggi per avviare la procedura di rimpatrio attraverso il valico di Kerem Shalom, dal quale raggiungere una base militare nel Negev per essere imbarcarti su elicotteri militari Sh-53 Yasur e raggiungere la loro destinazione finale: le loro famiglie.

Secondo quanto confermato anche da un funzionario del governo israeliano l’accordo finale prevede la liberazione di 50 ostaggi – non sono considerati tra questi i 10 ostaggi thailandesi ottenuti attraverso un accordo parallelo raggiunto con Hamas – in cambio di 150 palestinesi detenuti in Israele.

Ai 240 prigionieri di varie nazionalità detenuti dai gruppi armati palestinesi, molti dei quali con doppio passaporto, si sarebbero aggiunti “circa 70 soldati israeliani”, hanno dichiarato le fonti di Hamas.

Cia e Mossad insieme al Qatar nella “cellula”

L’accordo per negoziare il rilascio degli ostaggi e ottenere il cessate il fuoco sembrerebbe esser merito della pressione posta dagli americani – in prima linea il segretario di Stato Antony Blinken, il direttore della Cia William Burns, il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan e l’inviato per il Medio Oriente Brett McGurk -, sostiene un alto funzionario israeliano che non attribuisce in nessuno modo il merito al primo ministro israeliano Netanyahu. Secondo quanto riportato dall’agenzia Reuters, lo stesso “piano di invasione israeliana” sarebbe stato “adattato per sostenere una pausa nel caso in cui la diplomazia segreta avesse “raggiunto un accordo”.

La “Cellula“, ossia la squadra formata da diplomatici qatarioti, egiziani e alti funzionari americani per “lavorare con gli israeliani” nella massima segretezza, nel frattempo ha portato a termine diversi incontri negoziali a Doha. Dove gli emissari di Hamas, dopo aver trasmesso i “messaggi” ai loro capi a Gaza, hanno stretto l’accordo per lo scambio di prigionieri accettato dagli israeliani.

Se una parte degli osservatori internazionali vede in questa tregua il segno che la guerra è giunta “a un passo dal suo termine”, gli israeliani e molti analisti sono convinti che passeranno ancora diversi mesi di combattimenti prima che questo ennesimo sanguinoso capitolo del conflitto Israelo-palestinese possa considerarsi chiuso. Il destino dei territori a nord della Striscia di Gaza e della capitale de facto dell’exclave, Gaza City, devastata dai bombardamenti e in parte controllata dalle forze terresti israeliane è tutt’ora un mistero che desta una grande preoccupazione nella comunità internazionale che spera in una risoluzione definitiva della crisi. Fino ad allora, gli aerei da guerra israeliani continueranno a lanciare volantini con scritto: “La guerra non è ancora finita. Tornare al nord è proibito e molto pericoloso“.