Lo scorso 4 agosto il gruppo jihadista di stampo qaedista, Hayat Tahrir al Sham (Organizzazione per la Liberazione del Levante) pubblicava un video in lingua albanese nel quale mostrava le capacità dei propri cecchini (albanesi).

La strumentalizzazione delle immagini

Il filmato, della durata di 33 minuti, inizia con delle litanie coraniche seguite da immagini di macerie e di bambini feriti mentre il commentatore, in lingua albanese, descrive le sofferenze dei civili facendo riferimento a donne, anziani e bambini musulmani la cui unica colpa sarebbe quella di affermare che il loro unico Dio è Allah.

In seguito il commentatore accusa il governo di Bashar al Assad di essere il responsabile del massacro, dichiarando l’offensiva “una guerra contro la Verità“. Questo termine è interessante perché sul piano esteriore può implicare ciò che i jihadisti reputano vero per quanto riguarda il conflitto, dunque l’interpretazione dei fatti, mentre sul piano “occulto” di stampo dottrinario non passa inosservato agli studiosi della teologia islamica un plausibile riferimento alla “Verità” intesa come “verità assoluta rivelata da Allah”, (Al-Haqq, la realtà, la verità rivelata, più volte citata sia nel Corano che negli Hadith), quella “Verità” che viene contrapposta alla “miscredenza”, ai kuffar. Come illustrava il prof. Gabriele Mandel, nelle sure meccane il termine si riferiva spesso agli oppositori dell’islam, coloro che negano la verità.

Nel filmato appare dunque evidente la strumentalizzazione del termine “verità” che può assumere un doppio significato, fondendo il sacro con fatti legati al conflitto, in un ennesimo tentativo di contrapporre i “veri musulmani” (secondo il punto di vista dei jihadisti) ai miscredenti che non si mobilitano contro Assad.

I cecchini albanesi

Dopo poco più di due minuti di fase propagandistico-dottrinaria inizia invece una parte, ben più lunga, dove viene illustrata l’attività di cecchini albanesi arruolati nel gruppo jihadista Hayat Tahrir al Sham, conosciuto pure come Al Qaeda in Siria, formato nel gennaio 2017 dopo una separazione da ciò che era una volta Jabhat Al Nusra.

L’attività dei cecchini non si limita soltanto al tiro, ma anche alla costruzione e assemblaggio di armi e silenziatori, mostrando notevoli capacità e abilità.

Come spiega a Gli Occhi della Guerra il giornalista investigativo albanese Gjergj Thanasi, che da tempo si occupa di terrorismo e criminalità organizzata, “questo non è un semplice video, ma una vera e propria lezione da professionista per gli allievi sniper… Usano termini tecnici militari da scuola ufficiali dell’esercito, termini che si utilizzavano in Albania durante il comunismo ma che oggi sono spariti in quanto sostituiti da termini in lingua inglese. Si tratta di una persona colta che ha studiato”.

Al minuto 18:58 il filmato riprende uno stile ideologico-dottrinario, citando gli hadith per mettere in evidenza come pochi musulmani albanesi abbiano risposto alla chiamata dell’islam per combattere i miscredenti oppressori dei musulmani in Siria. Questa volta il riferimento è a Ibn Taymiyya, teologo del XIII secolo e punto di riferimento per il jihadismo globale e, in particolare, l’obbligo della jihad nei confronti di chi aggredisce i musulmani. Insomma, un messaggio che sembra un vero e proprio rimprovero nei confronti di quegli albanesi che non sono accorsi a combattere in Siria.

Il resto del filmato mostra poi l’attività dei cecchini albanesi tra le macerie siriane, immagini infarcite in più occasioni da commenti dottrinari sull’obbligo del jihad.

I possibili risvolti siriani e balcanici

Le tempistiche della pubblicazione del filmato non sono casuali, in un momento in cui Al Qaeda sembra voler tornare alla ribalta dopo la pesante sconfitta subita dall’Isis in seguito alla campagna militare russa iniziata nel settembre del 2015 in coordinamento con l’esercito regolare siriano.

I qaedisti vogliono mostrare di essere dei professionisti, dei selezionatori di combattenti che, a differenza dell’Isis, cercano figure esperte.

Thanasi spiega sempre a Gli Occhi della Guerra: “I qaedisti vogliono mostrare che sono professionisti, non semplicemente dei sanguinari tagliagole come quelli dell’Isis, non soltanto in Siria ma anche nelle terre balcaniche. Una minaccia che riguarda anche l’Italia che si trova a due ore di motoscafo dalle coste albanesi”.

Nel marzo del 2014 le autorità albanesi sgominavano una delle più grandi reti jihadiste balcaniche attive nella propaganda e nel reclutamento di combattenti per la Siria; a capo del gruppo c’erano due noti predicatori salafiti: Genci Balla e Bujar Hysa. Le retate della polizia albanese, in diverse zone del Paese, portavano al ritrovamento di armi, munizioni, mimetiche, schede Sim e materiale propagandistico.

Tra i soggetti latitanti membri della cellula “Balla-Hysa” c’era anche Almir Daci, ex imam di Pogradec, fuggito con la famiglia in Siria nel 2013 e ricomparso nel filmato dell’Isis Honor is Jihad: a message to the people of the Balkans, pubblicato nel giugno 2015 con lo scopo di spingere i musulmani dei Balcani verso due direzioni: l’egira verso lo Stato islamico o la jihad nelle proprie terre d’origine“.

Il jihadismo albanese e i collegamenti italiani

Il jihadismo di matrice albanese non va assolutamente sottovalutato in quanto vi sono stati evidenti collegamenti con l’Italia.

In primis va tenuto ben presente che la rete “Balla-Hysa” ha svolto un ruolo fondamentale nel reclutamento di Maria Giulia Sergio e il marito albanese Aldo Kobuzi, la cui sorella, Serjola, era sposata con tale Mariglen Dervishllari; i due sarebbero arrivati in Siria per unirsi al Califfato proprio grazie alla rete “Balla-Hysa”. Non solo. A inizio gennaio 2014 veniva intercettata una telefonata proveniente dalla Siria nella quale Dervishllari diceva a Bujar Hysa: “Ti sto mandando mio cognato (Aldo Kobuzi). Gli ho dato il tuo numero di cellulare”.

Altri due personaggi legati alla rete sopra citata che hanno avuto in qualche modo avuto a che fare con l’Italia sono Verdi Morava e Denis Hamzaj, il primo titolare di un’azienda di trasporti a Bologna e il secondo segnalato da fonti albanesi come ex studente universitario in Italia, prima di recarsi in Siria tramite la medesima rete.

Vi è poi l’operazione “Balkan Connection” che nel marzo 2015 coinvolgeva gli albanesi Alban Haki Elezi e Idris Elvis Elezi, rispettivamente residenti a Kavaja e nel torinese e indagati per propaganda e reclutamento con finalità terroristiche. I due risultavano essere in contatto con Anass el-Abboubi, marocchino residente nel bresciano nonché foreign fighter in Siria. In seguito emergeva come i due fossero in contatto anche con Halili el-Mahdi, indicato come autore della traduzione in italiano del documento inneggiante all’Isis Lo stato Islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare.

Durante l’inchiesta emergeva inoltre come Alban Elezi avesse accompagnato all’aeroporto diversi “confratelli” albanesi in procinto di recarsi in Siria (due dei quali fermati dalle autorità aeroportuali albanesi).

A inizio giugno 2015 Alban Elezi veniva estradato in Italia (con tanto di comunicato delle autorità albanesi, datato 10-06-2015, su richiesta dell’Interpol di Roma Interpol) per essere poi scarcerato quasi subito dal Tribunale del Riesame in quanto sarebbero mancate prove sufficienti a trattenerlo. Il soggetto in questione veniva dunque imbarcato su un volo per Tirana ed espulso.

Tra luglio e dicembre 2017 venivano invece espulsi da Puglia e Basilicata quattro soggetti albanesi in collegamento con foreign fighters e attivi nella propaganda dell’Isis. Due di questi avevano avuto contatti con Eli Bombataliev, predicatore ceceno (legato all’Emirato del Caucaso) attivo presso il centro islamico “Al-Dawa di Foggia”. Nel 2012 Bombataliev aveva ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari rilasciato dalla Questura di Foggia. Nel 2015 gli veniva rinnovato il permesso, scaduto poi nel marzo 2017.

Un rischio concreto che investe anche i Balcani

Tornando al filmato di Hayat Tahrir al Sham, il rischio non riguarda soltanto il territorio siriano ma anche i Balcani, in quanto un eventuale rientro di foreign fighter ben addestrati dalle zone di guerra rischierebbe di spostare l’attività jihadista a poche centinaia di chilometri dal territorio italiano. Un rientro possibile attraverso quella rotta migratoria balcanica che ora passa per Grecia, Albania e Montenegro.

Il messaggio del filmato, al di là delle specialità tecniche di cecchinaggio, batte ancora una volta sulla mobilitazione dei musulmani balcanici contro chi “aggredisce l’islam”.

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I foreign fighter di ritorno (Mappa di Alberto Bellotto)

Secondo le ultime stime sarebbero tra i mille e i 1300 i jihadisti partiti dall’area balcanica occidentale (prevalentemente da Albania, Bosnia, Kosovo e Macedonia); le attività propagandistiche messe in atto da predicatori radicali vengono costantemente segnalate soprattutto nelle zone periferiche e rurali dei Balcani dove la situazione socio-economica è più precaria e dunque dove il jihad fa più facilmente breccia. Le misure di controllo e di de-radicalizzazione messe in atto oltre-Adriatico rischiano di non essere sufficienti e nonostante molti jihadisti vengano intercettati e fermati in Siria e Iraq, non si può escludere che alcuni riescano comunque a rientrare nei propri Paesi d’origine, con tutte le relative e potenziali conseguenze.