Il 2019 sarà un altro anno molto difficile per milioni di persone in tutto il pianeta. Guerre, carestie e disastri naturali minacciano la sicurezza e l’incolumità di diverse popolazioni, dal continente africano passando per il Medio Oriente e il Sud America. Come riporta Al Jazeera, l’International Rescue Committee (Irc) ha stilato una lista dei Paesi che rischiano di essere colpiti da una catastrofe umanitaria nel corso del 2019 o che già vivono in una situazione drammatica simile. In testa a questa triste classifica troviamo lo Yemen, la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan.

Gli altri sette Paesi a rischio individuati dagli esperti dell’Irc sono Afghanistan, Venezuela, Repubblica Centrafricana, Siria, Nigeria, Etiopia e Somalia. I rischi sono sia umani (conflitti armati o collasso economico) che naturali (siccità, inondazioni e altri eventi legati al clima). Le migrazioni rappresentano un altro elemento determinante: dai 10 paesi citati, infatti, sono fuggiti circa 13 milioni di rifugiati, il 65% del totale mondiale. 

L’International Rescue Committee (Irc), che ha pubblicato lo studio, è un’organizzazione umanitaria no-profit. Fondata nel 1933 su richiesta di Albert Einstein,  offre aiuto e assistenza a lungo termine a rifugiati e sfollati a causa di guerre, persecuzioni o calamità naturali. Presidente dell’organizzazione è David Milliband, già Segretario di stato del Regno Unito per i laburisti.

Yemen

Lo Yemen vive la più grave crisi umanitaria del nostro tempo. Secondo l’Irc, oltre 24 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria mentre le Nazioni Unite hanno annunciato che il Paese rischia di andare incontro a una “grande carestia”. Lo Yemen è anche la sede del peggior epidemia di colera nella storia moderna, con oltre un milione di persone colpite.

“La situazione umanitaria nel Paese è buia”, ha sottolineato di recente Mark Lowcock, Segretario Generale aggiunto agli Affari umanitari e coordinatore dei soccorsi d’urgenza. Ad allarmare le Nazioni Unite è soprattutto la scarsità di cibo che si registra nel Paese. Per l’Onu, infatti, oltre 18 milioni le persone, di cui la maggior parte bambini, vivono nella più totale insicurezza alimentare. Otto milioni di loro, secondo Lowcock, “si chiedono quotidianamente dove potranno trovare il loro prossimo pasto”.

La guerra civile che imperversa nel Paese è iniziata nel 2015 e vede contrapposta la coalizione araba guidata dal’Arabia Saudita ai ribelli sciiti Houthi. Le potenze occidentali, tra cui gli Stati Uniti, sostengono la brutale campagna saudita di bombardamenti nello Yemen; a dicembre, tuttavia, è finalmente arrivato un segnale politico molto importante con il Senato Usa che ha approvato una mozione per mettere fine alla partecipazione americana alla guerra. Sdegnata la riposta di Riad. In un comunicato, il ministero degli Esteri saudita ha definito la mozione come una “interferenza” che si basa su “affermazioni e accuse infondate”. 

Repubblica Democratica del Congo

Come riporta l’Irc, anni di combattimenti hanno portato a una forte instabilità in alcune parti della Repubblica Democratica del Congo. Oltre 13 milioni di persone vivono in povertà o in condizioni di insicurezza alimentare. Secondo l’Onu, gli sfollati interni nel 2017 sono circa 4,5 milioni. Il Paese deve fare i conti inoltre con un’epidemia di Ebola.

Ad aggravare la situazione è l’instabilità politica. A fine dicembre, come sottolinea il Post, si sono svolte le elezioni presidenziali, dopo due anni di rinvii da parte dell’attuale presidente Joseph Kabila, con grande incertezza sulle procedure di voto. I risultati però tardano ad arrivare, e questo potrebbe scatenare nuove violente proteste e manifestazioni. L’uomo del presidente uscente Kabila è l’ex ministro Emmanuel Ramazani Shadary che, secondo la chiesa cattolica locale, avrebbe perso le elezioni a favore di Martin Fayulu, un ex dirigente della compagnia petrolifera Exxon Mobil. La notizia, secondo il New York Times, sarebbe stata confermata anche da alcuni funzionari stranieri.

Sud Sudan

Il referendum del 2011 a favore dell’indipendenza del Sud Sudan ha ricevuto il sostegno del 98% dei votanti. Sei mesi dopo, il 9 luglio 2011, il 54° stato africano ha visto la luce in una cerimonia a cui hanno preso parte tutti i leader della regione, tra cui il presidente del Sudan Omar al-Bashir. L’indipendenza del Paese, sponsorizzata da potenze internazionali come Stati Uniti e Cina, non ha però portato alla tanto sperata stabilizzazione e alla pace.

Nel 2013, infatti, Riek Machar, estromesso dal governo, ha guidato la ribellione di alcune fazioni dell’esercito, scatenando una devastante guerra civile. Dopo l’accordo di pace del 2016, tuttavia, nuovi scontri sono scoppiati e lo stesso Machar è fuggito all’estero. Secondo le Nazioni Unite, a causa del conflitto iniziato nel 2013, sono 1,6 milioni gli sfollati del Paese, 800 mila i rifugiati negli stati vicini e 4,8 milioni le persone colpite da una grave insicurezza alimentare. Nel 2016, la pressione inflazionistica è arrivata al 650%.